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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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frammenti di un discorso 
sulla comunicazione 

★ 



INDICE DEI CONTENUTI 


0607 ECN.DOC (07/07/92) Lettera per ECN sud 

ECNLAMB.TXT (07/07/92) MI ParcoLambro'92 Relazione ECN 
MITECN 1 .DOC (09/07/92) ECN MI Analisi e proposte tecniche 

per l'evoluzione della rete 


1 BOZZA.DOC (30/05/91) ECN/ROR Bozza comunicazione 

2 SPLEEN 1 .ZIP ( 18 / 06 / 91 ) Documento su multimedialità' 

3 OUTSIDE.ZIP (17/07/91) Alla scoperta presente/futuro di liberaz. possibile 

4 CYBER.ZIP (17/07/91) Alcuni spunti sul terreno della comunicazione 

5 FICOMUN.ZIP (29/07/91) Contributo dibattito sulla comunicazione da FI 

6 PSICOGEO.ZIP (30/08/91) Il discorso dell'ordine e liutonomia virale 

7 SCHEDACO.ZIP (03/09/91) Scheda commissione comunicazione 

meeting Venezia 

8 DARIO . 001 (04/01 / 92) La Necessita’ di una filosofia per il computer 

9 DARIO .003 (04/01/92) Comunicazione per i compagni 

10 FINESOC.ZIP (20/01/92) appunti sul sociale e sui conflitti a venire (BO) 

11 RECENS.DOC ( 17/02/92 ) DaTzara a Jhonny Rotten 

passando per Guy Debord 

12 ELOGIO.TXT (01/ 03/ 92) avventure 

a proposito dell'uso della videoscrittura. 

13 RIVISTA.TXT (24/03/92) Da AUTONOMIA a tutti gli antagonisti 

14 LASTWORD.ZIP (22/04/92) interzone, valore, ideologia: una sintesi 

15 POLEFIN 1 .ZIP (23/04/92) polemicarispettoafinesoc.doc 

16 RIV 1992 .ZIP (u/ 05 / 92 ) EstensionepartepropositivadiPolefinl.zip 

17 CONFLICT.DOC (01/06/92) La noia e' controrivoluzionaria 

18 CRAVEN.ASC ( 14/O6/92 ) "la casa nera" di Wes Craven - BO 



File : 0607ECN.DOC 


ECN: per una lettera aperta ai compagni del sud (bozza provvisoria). 

Bologna 060792. 

PREMESSA: nell'incontro ECN tenuto domenica 05.07.92 a PARCO LAMBRO e' emersa la 
necessita' improrogabile di un'estensione della rete nel sud. 

La presente bozza destinata al dibattito ECN. Essa può' essere integrata, modificata in 
parte o integralmente dai compagni, per arrivare alla stesura definitiva di una "LETTERA Al 
COMPAGNI DEL SUD”, destinata a sollecitare la creazione in tempi brevi-medi di nodi (e 
possibilmente di poli) in alcune citta' meridionali disponibili. 

I contributi, le proposte di variazioni e integrazioni a questo testo devono essere inviati a 
ECN Milano (che aprirà' un'apposita rubrica). 

Infine Milano redigerà' la versione definitiva del testo che verrà' inviata ai compagni di alcune 
citta' (Napoli, Cosenza, ecc.), accompagnata da un dossier di materiati relativi all'attività' di 
ECN. 


LETTERA... 

Ci proponiamo, con questo intervento, di sollecitare l'attenzione, la sensibilità' e la di- 
sponibilità' operativa di alcune situazioni del sud Italia (segue elenco da definire) relati- 
vamente all'estensione del network ECN a queste realta'. 

Partiamo dalla registrazione di un divario tecnologico che definisce già' da ora un deficit di 
comunicazione, in entrambi i sensi: i compagni non collegati hanno accesso ridotto o spora- 
dico al crescente volume di messaggi, e il dibattitto che passa e cresce in ECN e' piu' povero 
perche' ci manca lo scambio costante di informazioni con (e il contributo di) questi stessi 
compagni. 

Paradossalmente rischiamo, a dispetto della nostra volontà' politica, di riprodurre in forma 
caricaturale su scala italiana e nei nostri rapporti il "divario nord/sud", un divario che nes- 
suno di noi può' accettare. 

La "breve ma intensa" esistenza di ECN sta rapidamente mutando i rapporti tra i compagni 
delle citta' collegate, e -in molti casi- il rapporto dei compagni col territorio in cui operano. 
Alcune considerazioni, molto parziali: il ritmo quotidiano dei collegamenti accresce la cono- 
scenza reciproca delle situazioni e dei punti di vista (che possono essere seguiti in tempo 
reale nel loro evolversi, e non solo come "prodotto finito"), incrementa l'interazione tra situa- 
zioni diverse (dalla semplice diffusione dei fatti, al contagio "epidemico" di iniziative e pro- 
poste), permette -soprattutto- una SELETTIVITÀ' A POSTERIORI dei terreni e dei termini 
dell'iniziativa politica; non esiste un filtro che discrimini preventivamente ciò' che e' "centrale" 
da ciò' che e' "irrilevante", il successo di una proposta e' dato dal feed back con le altre re- 
alta'. 

Non ci illudiamo: ECN non e' "la democrazia" in se', ma siamo consapevoli che costituisce, 
già' da ora, una rottura radicale con i moduli classici della comunicazione (e della decisione) 
politica. ECN e' ancora, come ogni mezzo di comunicazione, una struttura selettiva; ma al- 
meno e' policentrica (non piramidale) e completamente pubblica; nessun "mezzo tecnico" 
risolve da solo i problemi politici, ma ogni medium trasforma il soggetto e le sue relazioni. 
Non accettiamo l'esclusione "tecnica" di compagni e di intere zone da questo processo. 
Inoltre: e' ineluttabile il crearsi di una sorta di "feeling" (dalla migliore conoscenza reciproca 
alla verifica e creazione di "sintonia") tra le realta' collegate: questo significa che, anche 
quando si e' diversi, si ha la possibilità' di capirsi meglio. 

Quindi: e' assolutamente necessario uno sforzo per estendere la rete al sud. Siamo disposti 
a fare tutto il necessario a questo fine, dalla socializzazione delle conoscenze tecniche 
all'intensificazione del confronto politico, fino a contribuire, per quanto ci e' possibile alla for- 
nitura di mezzi e strutture. 

Vi proponiamo di costruire insieme una discussione su questi problemi nell'ambito degli in- 
contri estivi. 


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File : ECNLAMB.TXT 


Milano Parco Lambro, 5 luglio 1992 

I compagni di ECN di diversi poli e nodi italiani (MI, BO, PD, TO, FI, BS) si sono incontrati 
per formulare alcune proposte di lavoro, che riportiamo in forma telegrafica: 

- necessita' di colmare le carenze di conoscenze e strumenti tecnologici che impedisco alla 
rete telematica di essere realmente tale. Attualmente la rete ECN si può' dire rete solo per- 
che' i compagni che gestiscono i singoli nodi si prendono l'onere di collegarsi, allo stesso 
modo dei normali utenti, agli altri nodi per effettuare lo scambio delle ultime notizie. 

Questo, oltre al carico di lavoro che comporta impedisce di utilizzare appieno le potenzialità' 
della rete come "servizio postale" (e 1 praticamente impossibile spostare messaggi da un 
nodo all'altro "manualmente") limitandone l'uso. 

II passaggio alla rete vera e propria va quindi fatto sia per favorire l'utilizzo della rete come 
reale strumento di comunicazione che, altrettanto importante, per poter offrire un servizio di 
agenzia di informazione anche a realta' esterne al circuito antagonista, allargando il piu' 
possibile i "confini" della rete stessa. 

- organizzazione di un momento di incontro/promozione nazionale del network ECN 
(assemblee, concerti anche per finanziamento, mostra dei vari materiali prodotti); previsto 
per quest'autunno. Il presupposto e' che la rete sta assumendo uno spessore e una specifi- 
cità' proprie che rendono possibile, e insieme necessario, promuovere una scadenza indi- 
pendente. 

- necessita' di intensificare lo sforzo per un'estensione di ECN al sud. Le ragioni sono ovvie, 
la prima e' che non e' piu' possibile ne' accettabile che circa mezza Italia sia esclusa (o au- 
toesclusa) dalla rete. Quindi, da subito iniziamo a sollecitare i compagni di diverse situazioni 
del sud in questa direzione, offrendo tutta la disponibilità’ su questo piano (dalla socializza- 
zione delle conoscenze necessarie alla fornitura di tecnologie). 

I prossimi momenti di incontro nazionale, a partire dai campeggi saranno occasione per ini- 
ziare concretamente questo tipo di lavoro (oltre che per discutere e definire meglio le varie 
iniziative proposte e i necessarii passaggi tecnici e politici). 

ECN MI e PD stenderanno una relazione tecnica sul primo punto in modo da favorire la 
comprensione delle problematiche che presenta. MI e TO si occuperanno inoltre di prendere 
contatti con altre realta' che gestiscono reti telematiche (FIDONET) per favorire il 
"trasferimento di conoscenze". 

ECN BO metterà' in rete una bozza di relazione per il dibattito coi compagni del sud; questa 
bozza verrà' integrata, corretta ecc. col contributo di tutti i nodi (recapito per la redazione e' 
ECN MILANO che effettuerà' la diffusione del materiale), e il testo definitivo verrà' spedito 
(insieme con un dossier di aggiornamento su ECN) alle varie realta' del sud. 

Coordinamento nazionale ECN 


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File: MITECN1.DOC 


Milano, 9 luglio 1992 

ECN: PROBLEMI E PROSPETTIVE 

Un quadro della situazione. 

Lo stato presente della rete, come chi utilizza l'ECN e chi gestisce i singoli nodi ben sa, e 1 
quello di rete "nominale" ma non "reale": i singoli nodi vengono tenuti allineati tra di loro 
grazie al lavoro manuale dei compagni che si incaricano di fare i collegamenti con gli altri 
nodi per scaricare da questi i nuovi files e inserirli sul proprio nodo. 

Un primo livello, forse quello meno importante, sarebbe quello di automatizzare questo 
scambio di files tra i nodi. Questo porterebbe ad un alleggerimento del carico di lavoro, ma 
non cambierebbe i servizi che la rete offre. 

Per questo motivo questo passaggio e 1 stato definito meno importante, anche se va notato 
che, parallelamente aN'aumento del flusso di informazioni veicolate dalla rete, aumentano 
anche i carichi di lavoro su chi si occupa di tenere aggiornati e consistenti i nodi; oltre un 
certo livello non sarebbe piu' pensabile di continuare con la "gestione manuale", la quale 
pone anche altri problemi di vincolo rispetto alle persone che la attuano quando queste sono 
in numero ristretto. 

Un altro livello, non necessariamente successivo al primo, e' quello di estendere i servizi che 
ECN offre, portandoli al livello di una rete vera (tipo FIDONET, per intenderci). 

I servizi offerti da questo tipo di reti sono sostanzialmente "orientati ai messaggi". Questo 
significa che le aree messaggi di ogni nodo vengono in qualche modo "messe in collega- 
mento" con quelle degli altri nodi in maniera automatica, tramite l'utilizzo di programmi che si 
agganciano all'RA (o che altro). 

Sostanzialmente un nodo di rete supporta tre tipi differenti di aree messaggi: 

1 - Aree LOCALI: sono le uniche che abbiamo adesso, i messaggi che un utente lascia sul 
nodo possono essere letti solo da utenti dello stesso nodo. 

2 - Aree ECHOMAIL: i messaggi lasciati in queste aree vengono propagati ad aree corri- 
spondenti sugli altri nodi (da qui il termine ECHO); in questo modo le aree ECHO di nodi 
diversi vengono ad avere lo stesso contenuto. 

L'utilizzo possibile di aree di questo tipo e' per dibattiti o cooperazione su un argomento 
specifico (scambio di contributi su un tema particolare, redazione distribuita di un giornale, 
ecc.). In queste aree non ha molta importanza lo specifico utente a cui e' rivolto un messag- 
gio. 

3 - Aree NETMAIL: sono le aree postali vere e proprie: i messaggi lasciati in queste aree 
vanno indirizzati con il nome (come oggi viene fatto) ed il "nodo di residenza" dell'utente a 
cui sono destinati, il programma di rete prowedera' a instradare il messaggio verso quel 
nodo dove verrà' recapitato all'utente. 

L'utilizzo di queste aree e' per lo scambio di messaggi personali, ed in questo senso 
(ricordiamoci che far viaggiare questa roba costa) e' a discrezione del SYSOP decidere quali 
utenti hanno la possibilità' di propagare messaggi ad altri nodi. 


Il salto tecnico da fare. 

La situazione, paradossalmente si presenta piu' gravosa da gestire per il primo passo che 
per il secondo. Questo perche' mentre esistono, in quanto vengono utilizzati da altre reti, 
programmi per gestire la posta in partenza ed in arrivo per e da altri nodi, ciò' non e' vero per 
i files, almeno non nel senso in cui li utilizziamo noi. 


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Normalmente infatti i nodi di una rete si scambiano files solo su richiesta (il ricevente chiede 
un file al trasmittente, sapendo che questo ce l'ha) il che contrasta un po' con l'impostazione 
ECN, in cui i nodi devono scambiarsi le novità' (e deve essere chi trasmette a decidere cosa 
e' nuovo per l'altro nodo, in un modo o nell'altro). 

Non esiste, a conoscenza di chi scrive, software che permetta di realizzare l'aggiornamento 
automatico di areee files su nodi di rete, mentre ne esiste molto per l'aggiornamento di aree 
messaggi. 

Il problema vero quindi sono le aree files, sulle quali al momento e' basata tutta la rete e per 
le quali vanno PENSATE delle soluzioni (o al limite dei possibili cambiamenti di im- 
postazione), mentre per quanto riguarda le aree messaggi sì tratta solo di acquisire i pro- 
grammi che permettono di gestirle, oltre alla conoscenza necessaria per renderli operativi. 

A questo punto le strade possibili da battere sono diverse: 

- provare a farsi i programmi in casa. Costa fatica sia ideativa che realizzativa, a titolo di 
tentativo questa strada e' stata già' intrapresa, ma i tempi di maturazione della cosa sono 
necessariamente piuttosto lunghi 

- tentare strade alternative, utilizzando le aree messaggi per "propagare" i files. E' infatti 
possibile "attaccare" uno o piu' file ad un messaggio, che se li porta appesi. Alla lettura del 
messaggio l'utente può' decidere se fare il download dei files attaccati oppure no. In questo 
caso i messaggi avrebbero il ruolo di "presentazione" del contenuto del file attaccato che 
attualmente viene svolto dalla linea di commento che compare accanto al nome del file. 
Piccoli files potrebbero essere inseriti direttamente come messaggi, snellendo cosi' un po' la 
procedura. 


Conclusioni. 

Non si commetta l'errore di ritenere questi passaggi solo tecnici. 

Come si e' visto potrebbe essere necessaria una modifica radicale del funzionamento e 
dell'utilizzo della rete, sulla quale va riflettuto. 

L'equilibrio tra i due aspetti dell'ECN, rete telematica "aperta" / agenzia di informazione 
ugualmente "aperta" sembra destinato a spostarsi verso la rete, paradossalmente con lo 
scopo di partenza di renderne piu' consistenti gli aspetti informativi. 

Se d'altronde si vogliono operare un certo numero di passaggi (presentazione aH'"esterno", 
offerta dei servizi di informazione a realta' "altre") e' necessario avere le spalle solide tec- 
nicamente, ed offrire livelli di servizi paragonabili a quelli in circolazione. 

Ad ultimo, la realizzazione di questi passaggi porterebbe alla possibilità', sopra accennata, di 
utilizzo naturale della rete come strumento di comunicazione e cooperazione reale, e in 
questa direzione le strade sono tutte aperte. 

ECN MILANO 


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1 File : BOZZA.DOC 


BOZZA DI DOCUMENTO ECN 

VI INVIAMO LA BOZZA DEL DOCUMENTO 
ECN/ROR. ESSO MANCA DELLO SVILUPPO DI 
UN PAIO DI PUNTI (SULLA COMUNICAZIONE E 
GU STRUMENTI) CHE NON ABBIAMO FATTO IN 
TEMPO A DIGITARE E DI CUI, COMUNQUE, VI 
FORNIAMO UNA BREVISSIMA SINTESI ALL'IN- 
TERNO DEL DOCUMENTO. ESSO, NELLA SUA 
STESURA DEFINITIVA, VI SARA' COMUNQUE IN- 
VIATO PRIMA DEL CONVEGNO. 

FRATERNAMENTE, / FRATELU DI ROMA 


Giunti a quasi 2 anni di distanza dai primi dibattiti e 
collegamenti sperimentali che portarono al varo del 
progetto ECN, ci pare quasi inevitabile che questo 
materiale informativo sulla rete telematica antago- 
nista parta da un breve bilancio del primo periodo di 
attività'. Un riesame, in altri termini, del lavoro svolto 
che sappia individuare carenze e potenzialità' di 
crescita, ostacoli e obiettivi e, nello stesso tempo, 
serva a presentare adeguatamente una esperienza 
sicuramente senza precedenti nel campo della co- 
municazione antagonista. In questo senso il meeting 
internazionale di Venezia giunge a proposito, visto 
che esso può' costituire lo stimolo decisivo per av- 
viare quel "confronto allargato” molte volte auspicato 
e solo parzialmente, fino ad oggi, realizzato 
all'interno e al di fuori della rete. 

Il convegno, dunque, può' portare ECN a decollare 
definitivamente sulla dimensione nazionale ed eu- 
ropea, a patto, pero', che ad una pianificazione rea- 
listica del lavoro futuro si accompagni una chiarezza 
di massima sulle caratteristiche politiche, culturali, 
“di segno"; in due parole, ECN deve guadagnare 
una propria fisionomia non soltanto tecnico / orga- 
nizzativa ma, soprattutto, politica.. 

Il bilancio, allora, non può' non ripercorrere questi 
due versanti del cammino fin qui svolto; la crescita 
reale dell'esperienza ECN, cioè', va misurata tanto 
sul piano del potenziamento strumentale che su 
quello dell'identità' collettiva che la rete ha saputo 
esprimere da un anno a questa parte. 

Su entrambi i livelli le note positive e gli indubitabili 
passi in avanti si intrecciano con una serie di ritardi e 
di nodi ancora insoluti. Ricordiamo velocemente sia 
gli uni che gli altri. I primi collegamenti a carattere 
nazionale e del tutto sperimentale datano ottobre 
1990 (il 2 ottobre, piu' esattamente, può' essere 
considerata la "data di nascita" di ECN). I primi 3 poli 
a connettersi sono stati Roma, Firenze e Padova. La 
mole di notizie e' stata per un paio di mesi estrema- 


mente limitata, la regolarità' dei collegamenti non 
sempre assicurata, i problemi tecnici abbastanza 
frequenti. Nonostante ciò', nel giro di qualche setti- 
mana si e' riusciti a mettere a punto un programma 
di comunicazione comune, si e' formalizzato un 
primo ambito di dibattito nazionale in seno al 
Coordinamento Antimperialista Antinucleare, sono 
state allestite iniziative pubbliche di informazione 
sulle attività' della rete. 

Parallelamente si e' iniziato a potenziare l'hardware 
e si e' attivato un lavoro di archiviazione del mate- 
riale cartaceo e su nastro esistente (a Roma, ad 
esempio, sono state archiviate per argomento, data, 
luogo ed occhiello oltre 2000 ore di trasmissioni ra- 
diofoniche di Radio Onda Rossa dal 1977 in poi). Il 
primo grosso problema che si e' manifestato in que- 
sta fase e' stato comunque quello della ramificazione 
geografica omogenea della rete. Se al nord, infatti, 
altre situazioni si sono progressivamente inserite 
(Bologna, Brescia, Genova) al Sud la situazione si e' 
subito presentata piu' problematica, soprattutto sotto 
il profilo della dotazione degli strumenti (mancanza 
di PC o Fax); situazione tanto piu' preoccupante 
considerato che proprio il Sud soffre della maggiore 
carenza di informazioni provenienti dal circuito an- 
tagonista nazionale. Si e scelto allora di privilegiare 
decisamente le esigenze politiche rispetto a quelle 
tecniche, tentando di coinvolgere comunque nella 
struttura della rete quelle situazioni di compagni che, 
pur prive di strumentazione, esprimevano la volontà' 
di contribuire allo sviluppo del progetto. Una serie di 
citta' (Cosenza, Brindisi, Napoli, Palermo, Catania, 
Bari, Taranto) hanno iniziato, nel gennaio di quest' 
anno, ad inviare comunicazioni al polo di raccordo 
per il Centro / Sud (Roma) con i mezzi piu' diversi 
(dal telefono al fax pubblico). A distanza di alcuni 
mesi possiamo dire che questa scelta ha sostan- 
zialmente pagato. Se alcune situazioni non hanno 
retto agli handicap di partenza, altre (Palermo e 
Napoli dotandosi di computer, Brindisi e Cosenza 
utilizzando strumenti già' esistenti come radio e fax) 
hanno progressivamente incrementato l'invio di co- 
municazioni e stabilizzato la frequenza dei collega- 
menti. La insufficiente penetrazione / ramificazione 
della rete nel meridione rimane tuttavia uno dei pro- 
blemi piu' grossi che ECN si troverà' d'ora in avanti 
ad affrontare; una carenza, comunque, che non al- 
tera, nel complesso, la positività' del lavoro svolto sul 
piano nazionale. A cosa si e' giunti allora, nell'arco di 
questi otto mesi? 

a) i poli collegati sono passati da 3 a 10 (Roma, Fi- 
renze, Padova, Brescia, Bologna, Genova, Milano, 
Napoli, Palermo, Cosenza). Alcuni di essi hanno 
sviluppato un proprio "bacino d'utenza territoriale" 
(Padova con Venezia e Bassa Padovana; Firenze 
con Prato, Siena e diversi altri punti in Toscana; 


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Genova con Imperia; Bologna con Mantova e Mo- 
dena). Dunque una ventina di citta' sono oggi attra- 
versate, in misura diversa, dalla struttura della rete. 

b) Molti poli producono da alcuni mesi bollettini pe- 
riodici che, oltre a raccogliere le notizie circolanti 
nella rete, contengono spesso contributi d' analisi sul 
tema delia comunicazione, nonché' veri e propri ar- 
ticoli di carattere politico. Ciò' accade a Roma, Pa- 
dova, Firenze, Bologna, Napoli, mentre altri poli si 
accingono a farlo nel breve periodo. Riteniamo 
quest' ultimo risultato di grande significato, poiché' 
esso testimonia, oltre dell'interesse crescente verso 
il progetto ECN, di una raggiunta capacita' tecnico / 
organizzativa nella diffusione delle notizie, dimo- 
strando che e' concretamente possibile superare il 
gap tecnologico rivitalizzando strumenti “classici'' 
della controinformazione. 

c) Lo sviluppo della rete ha portato ad una crescita 
notevole delle potenzialità' di comunicazione / ag- 
gregazione in piu' di una situazione. E 1 il caso so- 
prattutto di Firenze, dove attorno al lavoro del 
gruppo ECN, e' sorta una vera e propria agenzia di 
controinformazione ("Comunicazione antagonista") 
dotata oggi di una sua autonomia di lavoro territo- 
riale; ma anche di Padova (dove il periodico "infofax" 
si va trasformando progressivamente in un foglio di 
movimento a larga diffusione), di Bologna (con “ECN 
/ news" e con i contatti che si vanno intrecciando 
con altre testate locali), di Roma (dove i materiali 
della commissione ECN di Radio Onda Rossa vanno 
acquisendo una circolazione notevole, integrando e, 
talvolta arricchendo , la programmazione radiofo- 
nica). 

d) Ma tutte le grandi potenzialità' della rete si sono 
manifestate in occasione della guerra imperialista 
nel Golfo Persico. In questo caso la dotazione di 
alcuni strumenti e il loro funzionare “in rete" ha di- 
mostrato in maniera inequivocabile di quale impulso 
possa giovarsi la comunicazione antagonista attra- 
verso il loro utilizzo. Certo, lo strapotere dei media di 
guerra non e' stato sconfitto e la società' dello spet- 
tacolo ha continuato ad agitare con macabra volga- 
rità' la sua filosofia del terrore. Eppure dietro la cor- 
tina di ferro dell'informazione di regime una comu- 
nità' autonoma da quella del capitale, un' "altra so- 
cietà' “ ha pulsato, si e' parlata, si e' mobilitata ed 
autorganizzata grazie alla velocita' e all'interazione 
di strumenti vecchi e nuovi. Ed ha imparato a scri- 
vere anche nel silicio un'altro frammento della pro- 
pria storia. 

Queste, per sommi capi, le tappe percorse fin qui 
nella costruzione della rete; e il bilancio, sotto il pro- 
filo organizzativo, riteniamo sia sicuramente positivo. 
Un processo e 1 stato innescato, ha iniziato a definirsi 


e svilupparsi, aprendo nuove possibilità' di crescita 
(che analizzeremo nella seconda parte di questa 
comunicazione). 

Dal punto di vista prettamente tecnico, poi, i pro- 
gressi sono stati ancora piu' evidenti: quasi tutti i poli 
sono oggi “effettivamente" telematici, un software 
piu' sofisticato e duttile entrerà' presto in funzione, 
decine e decine di compagni sono coinvolti in questo 
progetto. Ma, dicevamo, e' necessario anche un bi- 
lancio politico, a partire dal quale ragionare per il 
futuro. 

La prima domanda da affrontare, allora, anche se 
apparentemente paradossale, e' la seguente: ECN 
e', a tutt'oggi, una "rete"? E nel caso in cui io sia, di 
che tipo di rete si tratta? Se ragionassimo soltanto 
sulla base dell'estensione e dislocazione geografica 
delle realta' in connessione, potremmo concludere 
che si tratta di una "rete in formazione "; una strut- 
tura, cioè', che approssima la funzione di rete, 
avendone in nuce le caratteristiche e le potenzialità' 
ma priva, tuttavìa, della necessaria affidabilita' e 
piena operatività'. Questo piano di giudizio e' pero' 
limitato e può' indurre a grosse incomprensioni sulla 
natura degli obiettivi che e' necessario raggiungere 
con ECN. 

La scommessa sottesa alla sperimentazione di 
questo progetto, infatti, non riguarda tanto la ca- 
pacita' di coordinare una serie di strumenti e di farli 
funzionare armonicamente tra loro secondo proce- 
dure di connessione determinate, affidando ad essi 
la circolazione di informazioni o messaggi; un in- 
sieme di macchine può' funzionare in maniera coor- 
dinata attraverso un linguaggio comune senza, per 
questo, dar vita ad un sapere omogeneo (o senza 
dar vita ad alcun sapere). Allo stesso modo un in- 
sieme di soggetti può' affidare ad uno strumento 
comune una pluralità' di linguaggi senza riuscire, 
tuttavia, a mettere in comunicazione tra loro i poli 
che lo compongono. Partiamo, allora, da un primo 
punto fermo: a doversi mettere in rete sono i soggetti 
e non le macchine. Ora, nel nostro caso, questi 
soggetti sono politicamente ed organizzativamente 
ben definiti essendo espressione diretta di una 
struttura già' esistente, il coordinamento nazionale 
antinucleare antimperialista. Soggetti già' coordinati 
tra loro, seppure in forme e attraverso strumenti di- 
versi. Dobbiamo chiederci: questi soggetti sono di- 
venuti una rete per il semplice fatto di usare un 
computer? Ovviamente no. 

Possono o devono diventarlo, e per quale via? 
Qual'e' la differenza tra una rete e un coordina- 
mento? 

Chiariamo innanzitutto che fin dall'inizio di questa 
esperienza siamo stati consapevoli della con- 


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traddittorieta 1 di alcuni passaggi che ci accingevamo 
ad affrontare. Sapevamo, ad esempio, che il dar vita 
ad una struttura articolata esclusivamente secondo 
alcuni poli ben definiti ci avrebbe attirato le critiche di 
chi ritiene impensabile qualsiasi restrizione sull'input 
(la questione annosa dell'apertura parziale o totale 
della rete). Cosi' come sappiamo che nel momento 
in cui proporremo un'apertura totale, ma condizio- 
nata da alcune procedure di verifica preliminare e di 
filtro, potremmo essere accusati di gradualismo, di 
"agire da ceto politico" etc. etc. 

Tuttavia abbiamo preferito piegare la medieta’ e la 
non - linearità" di alcune scelte all'urgenza di una 
metodologia che avvicinasse i tempi operativi e che 
preservasse, pero', i criteri dell'autogestione e della 
piena autonomia (lo stesso problema, d' altra parte, 
lo hanno avuto anche quei compagni che pur so- 
stenendo la natura "aperta e di movimento" della 
rete, sono dovuti ricorrere, per iniziare a lavorare, a 
varie compromissioni con canali di comunicazioni 
istituzionali o commerciali). 

Riteniamo comunque che il livello di coordinamento 
sia condizione necessaria ma non sufficiente per la 
strutturazione di una rete (addirittura, in linea teorica, 
essa può' autorganizzarsi in base a criteri che 
sfuggono il concetto della coordinazione strutturale o 
funzionale, come dimostrano le "geometrie dei caos" 
dell’universo autopoietico o di quello dei frattali), e 
che il problema, allora, vada sciolto non solo nel 
rapporto tra presente (il coordinamento) e futuro (la 
rete) ma all'interno di un'analisi piu' generale degli 
assetti di comando capitalistico post industriale. 
Soprattutto risulta decisivo, a nostro avviso, 
l'approccio mentale, prima che politico, alla “società 1 
della comunicazione", che non e' ne' un moloch ne' 
un simulacro, ma piu' semplicemente, e tragica- 
mente, una realta' complessa che si manifesta in 
forme nuove e totalizzanti. 

Con lo sviluppo dell'universo comunicativo si e' ap- 
profondita la messa in valore complessiva del so- 
ciale attraverso la dislocazione progressiva del fulcro 
della valorizzazione dall'ambito deila capacita' lavo- 
rativa(della f-l) a quello della forza creatrice, a quello 
delle potenzialità' del lavoro vivo sociale,. Per molti 
aspetti l'intera gamma dei rapporti e delle relazioni 
intersoggettive soggiace oggi a questa regola. 

La cosiddetta forza invenzione diviene pertanto il 
traino dinamico per la generalizzazione del lavoro 
astratto immateriale; il generai intellect si trasforma 
nel motore della cooperazione sociale produttiva, 
quella dinamica caratteristica della fase matura della 
sussunzione reale del lavoro al capitale già' da Marx 
compiutamente anticipata nei "Lineamenti” e nelle 
"Teorie del plusvalore" (laddove le condizioni comu- 


nitarie della produzione vengono descritte come “reti 
della comunicazione del capitale sociale"). Per Marx 
questo stadio doveva preludere alla liberazione di 
formidabili forze di trasformazione collettiva. Oggi, 
viceversa, ci troviamo dinanzi ad una dilatazione ap- 
parentemente inarrestabile del comando sulla so- 
cietà' civile che , dopo aver portato alla rottura della 
dialettica tra struttura e sovrastruttura, si e' spinta 
fino a stravolgere il concetto stesso di potere. Gli 
apparati ideologico / normativi organizzati dallo 
Stato, ad esempio, appaiono sempre meno distin- 
guibili, nella loro specificità' di funzioni, dal sistema 
di produzione sociale nel suo complesso e paralle- 
lamente a questo processo di dis/entificazione 
prende forma una rete di poteri strutturata attorno ad 
alcune grandi dinamiche di interdizione. La “wired 
society", dunque, si presenta ai nostri occhi come un 
"sistema di reti" : reti di potere, reti di comunica- 
zione, reti di contropotere. Molto schematicamente 
potremmo definire con il primo termine la moltepli- 
cità' dei rapporti "trasversali" del comando, le sue in- 
finite e , apparentemente, indefinite diramazioni che 
invadono il soggetto (le funzioni disciplinari, coerci- 
tive, di interdizione, i condizionamenti e il controllo 
sociale); le seconde coincidono con le condizioni 
storiche della cooperazione sociale produttiva, con 
l'assetto spazio/ temporale del lavoro sociale e l'or- 
ganizzazione tecnologica della produzione e del 
consumo; le ultime, infine, testimoniano dei processi 
di autorganizzazione, territorializzazione, ri- 
composizione conflittuale di quei segmenti soggettivi 
che, nella loro diversità', si volgono in pratica sociale 
comunitaria antagonista. Le reti del contropotere, in 
altri termini, dovrebbero ripercorrere e valorizzare le 
potenzialità' di trasformazione, di rottura, che si ce- 
lano nella singolarità' delle differenze (di classe, di 
razza, di sesso etc.), risistemandole, connettendole, 
unificandole in una prassi sovversiva; fissandole nel 
corpo fenomenologico di un soggetto- in-processo 
che si alimenta di una pluralità' di tensioni diverse. 

Quando parliamo di "rete", pertanto, pensiamo a 
questo: a una struttura che connetta il plurilinguismo 
della liberazione, che faccia dialogare i vari lin- 
guaggi, che comunichi e produca azione, che socia- 
lizzi pratiche e comportamenti di rifiuto, resistenza, 
sabotaggio, che disegni la fisionomia e l'identità' po- 
litica di un soggetto collettivo. 

Ecco, la rete dovrebbe divenire la struttura e non la 
semplice “cinghia di trasmissione" del movimento del 
contropotere. Il fine e non il mezzo. Va da se' che 
alludiamo ad un processo di lungo periodo, tutto da 
determinare e sperimentare. Soprattutto vanno for- 
niti ai compagni degli elementi "concreti" di verifica, 
un programma "minimo" di intervento. Ciò' non toglie 
che un "agire da rete" va fatto proprio fin da ora e 
che perciò' la semplice circolazione di informazioni in 


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tempo piu 1 o meno reale può" soddisfare solo in 
parte la complessità' dei compiti che si prospettano 
per ECN. In cosa si traduce, nell'immediato, questo 
discorso? Nella capacita' di produrre conoscenza (e 
quindi “comunicazione" e non solo controinfor- 
mazione) attraverso l'utilizzo di alcuni strumenti da 
"rifondare", primo tra tutti quello dell'inchiesta sociale 
metropolitana. Un' inchiesta che coinvolga di- 
rettamente i soggetti contribuendo alla loro orga- 
nizzazione. 

(Sui temi e la struttura dell'inchiesta si parla succes- 
sivamente nella parte programmatica) A questo 
punto sono da inserire alcune considerazioni di ca- 
rattere generate (circa 15 k) su cosa si intende per 
“società' della comunicazione " e sul problema 
dell'approccio politico agli strumenti informatici. 
Come vi dicevamo all'inizio non abbiamo fatto in 
tempo a digitare il testo e' abbiamo preferito man- 
darvi subito la parte delle proposte, per quanto ri- 
guarda il primo punto, comunque, schematicamente 
affermiamo; 

A) Che questa importanza prevalente della 
comunicazione deriva dal fatto che la principale 
forza produttiva moderna appare il lavoro tecnico 
scientifico in quanto forma complessa e qualitati- 
vamente superiore di sintesi del lavoro sociaie.il la- 
voro si manifesta come immateriale da una parte 
(sul versante della qualità') e cooperativo dall'altra 
(per quanto riguarda la quantità'). 

Questo insieme di determinazioni e' poi raccordato 
dalla comunicazione (sotto l'aspetto macchinico e 
della socializzazione dei rapporti di produzione). 
Abbozziamo comunque alcuni interrogativi sulla 
capacita' di riuscire a cogliere, ai di la' delie formu- 
lazioni teoriche, il senso materiale di alcune trasfor- 
mazioni in atto e, soprattutto, le difficolta' nel indivi- 
duare percorsi e strumenti di intervento. Critichiamo 
le forzature ideologiche di alcuni schemi d'analisi 
(tipo le riletture del frammento delle macchine at- 
traverso il cyberspace) e ci sforziamo di rapportare 
quanto affermiamo sulla centralità' della co- 
municazione all'insieme delle prospettive che i'eco- 
nomia-mondo pone agii antagonisti (come leggere i 
nuovi soggetti, le vecchie categorie e che funzione 
può' avere la rete in tutto do'). 

B) Per quanto riguarda gli strumenti informatici, oltre 
ad un breve riepilogo delle trasformazioni introdotte 
nel campo della produzione critichiamo tanto certo 
fondamentalismo antitecnologico che certe superva- 
lutazioni troppo spostate sui lato “ spettacolare ". Ri- 
cordiamo comunque che la rete non può' essere in- 
tesa come semplice strumento.l'aliestimento di un' 
inchiesta sociale può' servire a chiarire alcuni di tali 
questiti, oltre ad introdurre una metodologia ed un 
piano politicamente piu' qualificante di lavoro per la 
rete . 


QUESTO IL PROGRAMMA DI LAVORO CHE 
PROPONIAMO PER L'IMMEDIATO FUTURO : 

a) installazione di un software che consenta, oltre ai 
collegamenti settimanali già' sperimentati fino ad 
ora, le funzioni di una vera e propria BBS (Bullettin 
Board System). 

Piu' precisamente : la costituzione di una banca dati 
antagonista a cui possa accedere un' utenza esterna 
alla rete, dotata di adeguato programma di archivia- 
zione, connessione e ricerca delle notizie (una 
grossa mole di informazioni e' già' disponibile; si 
tratta solo di organizzarla e renderla consultabile; 
l'istituzione di una mail-box (casella postale telema- 
tica) a cui tutti, senza restrizioni, possano lasciare 
informazioni, comunicati, semplici messaggi (fatte 
salve alcune procedure di filtro per l'immissione in 
rete di determinate notizie); la diffusione presso altre 
reti o BBS di un pacchetto settimanale 9 O, quando 
sara' possibile, quotidiano)curato da ECN. L'entrata 
in funzione di tali procedure presuppone un' apertura 
molto maggiore della rete rispetto al passato. Pen- 
siamo che oggi questo obiettivo sia necessario, oltre 
che possibile, per realizzare quel "salto di qualità'" di 
cui abbiamo diffusamente parlato in precedenza. 
Fermo restando che l'ossatura organizzativa della 
rete continua ad essere costituita dal Coordinamento 
Antinucleare Antimperialista (e che sono esclusiva- 
mente i poli ECN a regolare i rapporti con i soggetti 
esterni)pensiamo che l'apertura dell'input debba 
essere d'ora in poi totale. Ciò' significa nessuna 
chiusura pregiudiziale rispetto a potenziali interlo- 
cutori (con le ovvie eccezioni...) e diffusione a largo 
raggio delle notizie della rete. 

b) Incremento e perfezionamento della produzione 
di bollettini territoriali. Anche su tale punto riteniamo 
debba prevalere in questa fase la piena decentra- 
lizzazione. Ciò' vuol dire che ogni polo avra' la mas- 
sima autonomia nella scelta dei materiali da pubbli- 
care e sull'utilizzo da farne. Unico elemento di coe- 
sione rimane l'adozione della testata ECN. Non e' 
affatto un dato formale, quest'ultimo, bensì' il primo 
passo verso la costruzione di un' identità' collettiva in 
movimento che sappia confrontarsi con intelligenza 
e continuità' nei confronti di tutti coloro che in questo 
paese avvertono l'esigenza di un' informazione li- 
berata e militante. 

c) costruzione del livello europeo della rete. Su 
questo aspetto molto sapra' dirci proprio il convegno 
di Venezia. Già' da ora, tuttavia, possiamo fissare 
alcuni obiettivi. Non crediamo sia realistico ipotiz- 
zare, nel breve periodo, una struttura di rete effetti- 
vamente operante; pensiamo piuttosto che, a partire 
dall'autunno (con alcune anticipazioni "estive" in 
occasione dei campeggi di lotta)possano istituirsi 
collegamenti a scadenza prima quindicinale poi set- 


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timanale che servano, oltre a rodare gli aspetti tec- 
nici, ad assicurare la circolazione dei materiali ECN 
nei vari bollettini e pubblicazioni curate dal movi- 
mento europeo (cosi 1 come avvenuto in modo 
spontaneo durante la guerra del Golfo). Il problema 
della rete si porrà' soltanto in un secondo momento, 
quando anche in Italia essa avra'maturato un' effet- 
tiva solidità'. La prospettiva a medio termine può' 
essere invece quella della creazione di un foglio 
europeo con testata ECN che intensifichi 
progressivamente la sua periodicità' fino a divenire 
l'organo di un'agenzia europea di controinforma- 
zione in grado di produrre lanci quotidiani (un obiet- 
tivo che può' apparire ambizioso, questo, ma il solo 
a poter conferire senso ad un progetto transnazio- 
nale). In ogni caso, sia per realizzare i passaggi piu' 
vicini che quelli piu' remoti, e' necessaria da subito 
una strutturazione interna sul piano nazionale. 
Proponiamo la creazione di una commissione 
"esteri" che si preoccupi di stabilizzare e funziona- 
lizzare i contatti, di tradurre i materiali da diffondere, 
di organizzare appuntamenti periodici di carattere 
tecnico / organizzativo. Insieme alla scena europea 
e' impellente rendere operativi i contatti già' esistenti 
con Palestina, America Latina e Stati Uniti. Un primo 
approccio potrebbe essere costituito da una "lettera 
circolare" dal carattere divulgativo / propositivo che 
sia diffusa utilizzando l'indirizzario di cui siamo in 
possesso. 

d) Intensificare l'interazione della rete con gli altri 
strumenti di informazione antagonista. Non cre- 
diamo, ne' vogliamo, che ECN sostituisca in pro- 
spettiva gli altri media di movimento. Al contrario e 1 
necessaria d'ora in avanti la massima interrativita' tra 
essi. Ciò' vuol dire che in quelle citta' dove esistono 
radio o riviste i compagni devono incrementare il 
proprio apporto di lavoro nei confronti di tali stru- 
menti, secondo la logica di un reciproco potenzia- 
mento (Berlusconi le chiamerebbe sinergie...). Or- 
ganizzare, allora, trasmissioni radiofoniche laddove 
esistano radio, curare spazi fissi sulle riviste di mo- 
vimento etc. 

e) Realizzare iniziative di sottoscrizione per la rete. 
E' superfluo sottolineare quanto dispendiosa, in ter- 
mini puramente economici, possa risultare la rea- 
lizzazione dei vari obiettivi illustrati in precedenza. 
Diventa prioritaria, dunque, una programmazione 
anche finanziaria. Non sappiamo se esistano le forze 
e se sia opportuna la creazione immediata di una 
seconda commissione nazionale che centralizzi lo 
studio e l'allestimento delle iniziative di finanzia- 
mento. In ogni caso le singole situazioni possono 
autonomamente sviluppare l'organizzazione di feste, 
iniziative pubbliche, merchandaise, pubblicazioni 
etc. 


f) Qualora la rete si sviluppi nei tempi auspicati, si 
porrà' il problema della formalizzazione anche in 
termini giuridici di alcune sue funzioni, prima fra tutte 
quella di "agenzia di stampa". E' quindi conveniente 
avviare un primo esame dei passaggi da compiere in 
questo senso e stabilire i necessari contatti, socia- 
lizzando poi le conoscenze acquisite. 

g) Ma la proposta a cui attribuiamo maggiore im- 
portanza e' sicuramente quella che segue, lasciata 
in coda solo perche' essa ci pare il completamento 
ideale delle problematiche sollevate prima. Pen- 
siamo all'istruzione di un' inchiesta sociale metropo- 
litana. Essa dovrebbe coinvolgere il maggior numero 
possibile di strutture di movimento (centri sociali, 
centri di documentazione, radio etc.) e dovrebbe 
approfondire, come primo risultato, l'internita' di ECN 
al complesso delle forze antagoniste (in nessun 
caso la rete deve essere considerata un semplice 
supporto tecnico / logistico ma, neppure, un corpo 
politicamente separato). L'inchiesta, a nostro avviso, 
può' realizzare concretamente un obiettivo troppe 
volte soltanto genericamente teorizzato : quello del 
passaggio dalla informazione alla comunicazione. 
Come prime tematiche da affrontare suggeriamo : 

1) LA NUOVA DESTRA SOCIALE.Le aggregazioni, i 
comportamenti, i rapporti trasversali che legano le- 
ghismo e presidenzialismo, razzismo e tifo sportivo, 
marginalità' sociale e cultura delle bande. 

2) COOPERAZIONE, CENTRI SOCIALI, LAVORO 
NERO. Avviare un'inchiesta su soggetti, lavoro, au- 
toproduzione, socialità', per rintracciare un filo con- 
duttore che possa ridefinire una figura socialmente 
conflittuale. Che tipo di soggettività' si coagula at- 
torno ai centri sociali ? Quali esperienze concrete ha 
prodotto il fenomeno della cooperazione e 
dell'autoproduzione ? in che rapporto esso si pone 
con le nuove forme di lavoro nero ? Come può' con- 
ciliarsi oggi rifiuto del lavoro e riappropriazione della 
ricchezza ? Quali opportunità' di ricomposizione di 
classe sono pensabili oggi ? 

COMMISSIONE ECN DI RADIO ONDA ROSSA DI 
ROMA 


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2 File : SPLEEN1.ZIP 


SPLEEN E POSIZIONI FETALI NELLA 
MULTIMEDIALITÀ' 

1. A rigore, la compiuta descrizione dei processi su 
cui il videodrome basa il suo attuale sviluppo e 1 già' 
contenuta nel "Manifesto dei teatro nunico”, pubbli- 
cato a Parigi nel 1916 da Pierre Albert-Birot, dram- 
maturgo amico di Apollinaire e fondatore della rivista 
"Sic". Il nunismo, fondato dallo stesso Birot, era 
basato sul tentativo di riprodurre sulla scena l'azione 
in tempo reale e la percezione "subliminale" di ciò' 
che accade intorno ad essa. Abolizione delle sce- 
nografie, sostituite dalla semplice luce; superamento 
delle unita' di luogo-tempo-azione; spostamento 
dell'attenzione sull'IMPREVISTO nelle sue svariate 
forme; infine, la proposta di un superamento in 
senso circolare della struttura tradizionale della sala, 
con la costruzione di un teatro "centrifugo" in cui il 
pubblico sarebbe stato il perno su cui far ruotare 
l'azione, sviluppantesi sopra una piattaforma perife- 
rica girevole. 

Il nunismo non metteva minimamente in discussione 
l'esistenza della gerarchia pubblico-artista. Sempli- 
cemente, operava una reversione, trasformando il 
"centro" (cioè’ il pubblico) in fruitore passivo delle 
“periferie" rese oggetto di contemplazione. Lo spet- 
tatore rimaneva tale, sottomesso , come nel teatro 
tradizionale, al codice della rappresentazione tea- 
trale. 

Cosi' ha iniziato ad operare il videodrome a partire 
da 10-15 anni fa, progredendo oltre la fase della 
standardizzazione massiva delle immagini, con l'uso 
domestico del videotape, l'introduzione dei primi ru- 
dimentali videogames, la crescita del fenomeno 
della pay-tv. Un'illusione di "centralità 1 " del ricettore 
(supposto non piu' tale), di partecipazione alla defi- 
nizione del codice. Ma il ricettore e' rimasto spetta- 
tore, non fa che consumare codici già' costruiti e 
programmati continuando a riferirsi, anche se indi- 
rettamente, al vertice- emittente. Reversione non 
significa reciprocità', ne' tantomeno demassifica- 
zione: si tratta di una “massificazione a misura 
d'individuo", in cui ciò' che conforma e' meno impor- 
tante di ciò' che apparentemente distingue. Le uni- 
che differenze tra questa fase storica delle teleco- 
municazioni e quella precedente, stanno nel fatto 
che il consumo di immagini avviene piu' in differita 
che in diretta (floppy-disks, videocassette) e che ad 
essere “contemplato" non e' piu' il centro ma le sue 
estensioni periferiche (le realta' virtuali, in questa 
sorta di catena evolutiva, rappresenteranno il mas- 
simo grado del reversibile, l'autodescrizione del 
soggetto come "periferica" del videodrome). 


0 meglio, questo nuovo circuito diviene comple- 
mentare a quello della diretta sempre piu' ossessiva 
e onniawolgente,(la TV- verità' di Rai3, la gestione 
spettacolare del conflitto nel golfo), deU'eterno pre- 
sente televisivo creato dai collegamenti simultanei. 
L'unica scelta permessa allo spettatore e' in quale 
dei due circuiti rientrare, a quale sottoflusso del me- 
diascape esporsi. 

Nel frattempo, questo processo imprime quotidiane 
accelerazioni alla tendenza in atto, l'estensione del 
ruolo di spettatore a tutti gli ambiti della vita sociale. 
Il consumo di immagini standard ha intaccato seria- 
mente la nostra capacita' di vivere esperienze "reali", 
la percezione non si risolve mai in vera conoscenza, 
e siamo spettatori persino della nostra alienazione, 
del nostro sfruttamento. 

Ma, come ha scritto Bifo in uno dei suoi rari momenti 
di lucidità', "Il mercato dell'attenzione e' so- 
vraccarico", troppe immagini si offrono al consumo, 
troppe informazioni ci costringono alla decodifica, 
cosi', questa "estasi sottocosto" si scolorisce mo- 
strandosi per ciò' che e 1 in realta' sempre stata: noia. 
E' probabile che il sensorio dell'uomo non si sia an- 
cora adattato all'accelerazione in corso, cosi' finisce 
per convertire gli stimoli in spleen, atteggiamenti 
blase's, feticismo deH'immateriale. Questa gamma di 
sensazioni e' paradossalmente scambiata da molti 
per soddisfazione, sazietà', assenza di bisogni, 
mentre non e' che impotenza, incapacita' di espri- 
mere il bisogno in un linguaggio "altro" da quello del 
videodrome. 

Nella visione allucinata di alcune “sirene d'allarme 
ottimiste", la funzione selettiva di questa esposizione 
a innumerevoli "blip di informazione brevi e modulari: 
pubblicità', comandi, teorie, frammenti di notizie, 
spezzoni di informazioni, che rifiutano di collocarsi 
ordinatamente nel nostro archivio mentale preesi- 
stente“(1) viene citata en passant, come si trattasse 
di una cosa senza importanza: "alcuni non riescono 
a sopportare il maggiore stress o si chiudono 
nell'apatia o nella stizza. Altri emergono come indi- 
vidui capaci, di solida formazione, in grado di conti- 
nuare a svilupparsi positivamente e di operare, per 
cosi' dire, ad un livello piu' alto". In realta' il ripiegarsi 
del capitale in una dimensione "post-" 
(postindustriale: l'infusione di intelligenza al figlio del 
Frankenstein macchinico; postmoderna: la moder- 
nità' che sussume gli elementi anti-pre- moderni), 
mutando la composizione di classe parallelamente 
agli EQUILIBRI DI COMMISTIONE all'interno della 
comunità' segnica, ha generato una nuova divisione 
tra inclusi ed esclusi: la rivoluzione elettronica scinde 
la società' in diversi strati, che salgono da chi sa solo 
spingere pulsanti e non supera la fase dell'utilizzo 
passivo, fino alle gerarchie di comando che stabi- 


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liscono i linguaggi, i codici di funzionamento, le con- 
dizioni di reversione. 

Ma come si risolve la ricerca di percorsi fissi da parte 
di chi e 1 esposto a questo ventaglio di flussi che un 
illustre futurologo chiama "cultura del biip"? 

"La comunicazione soccombe all'eccesso di 'co- 
municazione'. L'esigenza che la percorre, di piu' 
fluidità', di interfaccia, di trasparenza, produce in re- 
alta' piu' ingorghi, da' vita ad un sistema di una inu- 
tile complessità', votato a effetti perversi. E' qui il 
’vanishing point' della comunicazione, il punto in cui 
essa si eclissa per eccesso e per saturazione. La 
comunicazione a dosi massicce e che ci investe 
dovunque e di continuo, ingenera una specie di 
spontanea difesa, la gente ne ha un parziale rigetto, 
diventa incredula, sazia, indifferente. Ma e' una rea- 
zione solo in negativo, poiché' non si esce dal cir- 
cuito integrato dei media , per parlarsi. "(2) No fun, ci 
si aggrappa con le unghie al reticolo multimediale 
per trovare un orientamento nell'indifferenza, mentre 
l'azione e' divorata dalle ulcere della noia. Spetta ad 
una nuova estetica situazionautica garantire 
un'uscita dallo spleen che sia anche un allargare 
eventuali crepe nei condotti del videodrome. 

In attesa del compiersi dell'ennesima mutazione an- 
tropologica, torna d'attualita' la vecchia promessa 
situazionista: "Incontriamo in situazioni occasionali 
individui separati che vanno seguendo il caso. Le 
loro emozioni divergenti si neutralizzano e manten- 
gono il loro ambiente di noia. Noi rovineremo queste 
condizioni facendo apparire in qualche punto il se- 
gnale incendiario di un gioco superiore". 


2.Da decenni gli studiosi di comunicazioni di massa 
studiano la "multimedialità"' come "griglia di per- 
corsi": un quotidiano segnala un programma tv du- 
rante il quale viene presentato un film non ancora 
uscito nelle sale. Esce il film, lo spettatore va a ve- 
derlo ,e nei titoli di coda legge: "La colonna sonora 
di questo film, eseguita dai ***, e' in vendita su cd, 
dischi e cassette $$$". Sulla copertina del disco sta 
scritto: "Iscriviti al *** fan club, tei & fax & modem & 
videotel etc etc”. Quali sono i rapporti tra l'"eccesso 
di comunicazione" e questa "rete di rimbalzi" creata 
dall'incrociarsi dei diversi flussi informativi? 

Riporto dal'intervista sul "Manifesto" del 5/4/1991 al 
sociologo M. Abis, uno dei coordinatori del progetto 
Mediaglobe, "ricerca qualitativa di analisi della mul- 
timedialità'", nato nell'89 per esplorare i cambiamenti 
nella ricezione-consumo dei media: nelle aree me- 
tropolitane, dove il tempo, anziché' scorrere in modo 
"fluido", appare digitalizzato e strutturato in tanti 
blocchi, “la multimedialità' aumenta, nel senso che la 


gente vede piu' cose, legge piu' cose e valorizza di 
piu' tutte queste fasi. 

Dunque viene valorizzato il rapporto esplicito tra un 
media ed un altro (...) la multimedialità' e' un sistema 
di protezione rispetto al tempo stressato me- 
tropolitano. E' una sorta di matriciona che s'interseca 
con le fasi del tempo e che da' alcuni percorsi fissi 
importanti che tendono a valere piu' di qualsiasi altra 
cosa". 

Già' in un breve saggio del 1903, "La metropoli e la 
vita spirituale" (3) ,ii sociologo tedesco Georg Sim- 
mel descrive l'annoiato disincanto, l'atteggiamento 
"blasé'" , tipico dell'abitante della grande citta'. Se- 
condo Simmel, l'uomo blasé' metropolitano e' un 
prodotto di "quella rapida successione e fitta con- 
centrazione di stimoli nervosi opposti" che esigono 
dai nervi risposte immediate, "li tirano cosi brutal- 
mente di qua' e di la', che essi consumano le loro ul- 
time riserve di energia e, restando nello stesso am- 
biente, non hanno il tempo di accumularne di 
nuove". Ne deriva l'incapacita' di reagire pronta- 
mente a stimoli ulteriori, quindi l'apatia del blasé'. 

Può' anche darsi che Walter Benjamin sia stato in- 
fluenzato da questo scritto di Simmel, al momento di 
inserire nel patchwork di Parigi capitale del XIX se- 
colo, la descrizione della vita del soggetto me- 
tropolitano nella Parigi del II impero, soggetto le cui 
esperienze psicopercettive sono state trasformate 
dall'irruzione del Moderno, e vengono continua- 
mente interrotte da nuove scosse sensoriali. Cosi il 
nuovo soggetto sociale trova rifugio in attitudini col- 
lezionistiche, in un feticismo "blasé"' che intende 
fermare, tra uno choc e l'altro, ciò' che viene perce- 
pito. In ogni caso, Simmel e Benjamin descrivono la 
medesima mutazione: la cosiddetta ''modernità'" 
nella Germania degli Hohenzollem inizio' ad affer- 
marsi con decenni di ritardo rispetto alla 
"rivoluzionaria" Francia, tanto che soltanto le bru- 
sche accelerazioni di Weimar e del III reich, 
l'accettazione di quei linguaggi totalitari, fecero var- 
care alla nazione la soglia del Moderno, sia pure 
nella sua variante fascista, il totale staat (4). 

Quindi, ancora una volta, non c'e' nulla di nuovo: il 
rifugiarsi nel reticolato di percorsi fissi dell'imma- 
ginario multimediale e' la prosecuzione-estensione 
del blasement (descritto da Simmel) e del feticismo 
(descritto da Benjamin) nella società' postmoderna, 
in cui l'informazione e' la merce privilegiata e non e' 
piu' possibile fermare alcun tipo di esperienza, con la 
differenza che oggi non esiste piu' il flaneur come 
figura distinta, perche' la multimedialità' assicura a 
tutti un feticismo a buon mercato e interclassista. “A 
buon mercato" perche' l'individuo blasé' metropoli- 
tano e' un collezionista di emozioni sbiadite ed 


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esperienze filtrate; "interclassista" perche' lo spleen 
non e' piu' ad esclusiva della sola borghesia, di cui 
pure e' stato il "passatempo" storico. Lo spleen si 
riproduce - metaforicamente - per contagio, e que- 
sto perche' la borghesia stessa si e' trasformata in 
malattia infettiva: "E‘ giunto dunque il momento in cui 
non e 1 piu' sufficiente riconoscere la borghesia come 
classe sociale, ma come malattia: ormai, ricono- 
scerla come classe sociale e' anche ideo- 
logicamente e politicamente sbagliato [...] Infatti, la 
storia della borghesia [...] si accinge ora, in concreto, 
a coincidere con l'intera storia del mondo. Ciò' e' 
male, ciò' e' bene? Ne' l'una cosa ne' l’altra, credo; 
[...] penso che sia necessario avere la coscienza del 
male borghese, per intervenire efficacemente su 
questo fatto..." (P.P. Pasolini, 1968). 

Riguardo a ciò', e' sbagliata ogni visione apologe- 
tica, ma e 1 altrettanto pericoloso perdersi in pano- 
rami d'apocalisse: il videodrome occupa vasti spazi 
del nostro immaginario, ma cosi' facendo crea incavi 
e fessure al cui interno può' rinascere e maturare il 
desiderio. 


3."La parola e' ora un virus. Una volta, la parola po- 
teva essere stata una sana cellula neurale. Ora e' un 
organismo parassitico che invade e rovina il sistema 
nervoso. L'uomo moderno ha perduto l'opzione del 
silenzio. Cercate d'arrestare il vostro discorso sub- 
vocale. Cercate di realizzare anche dieci secondi di 
silenzio interiore, incontrerete un organismo che re- 
siste e che vi costringe a parlare. Quell'organismo e' 
la parola" (William Burroughs, The Ticket that Ex- 
ploded). 

Il silenzio e' impossibile, esiste una circolazione ob- 
bligata nel plastico della Metrofaga che sta sul tavolo 
del Dr. Benway (personificazione dello spettacolo 
nei libri di Burroughs). La semiosfera ha oggi 
un'unica via d'accesso/aggressione/fuga: il cut-up 
globale. Anche questo scritto non e' che un cut'n'mix 
di discorsi estetici, cibernetici, economico-politici. 
Tutto e' cut- up, collage, de'toumement, il media- 
scape corrode il sensorio dell'unita' umana assu- 
mendo la forma di una grande esposizione Gug- 
genheim visitabile senza muovere un muscolo. Lo 
sbranarsi a vicenda, come in un'opera di Kurt 
Schwitters, dei manifesti incollati ai muri; la pubbli- 
cità' ininterrotta, stampata, teletrasmessa, filodiffusa, 
sparata nel cyberspazio, digerita e ridefecata; lo 
zapping che ad un tempo devalorizza e ricarica i 
segnali ; TUTTO E' CUT-UP, sovraesposizione, 
ri/utilizzo dei segni. Il blasement postmoderno non e' 
che il parente povero della “sindrome di Stendhal", e 
sta allo spettacolo come quella stava all'estetica. 


Lo scioglimento del cut-up nella percezione di 
massa ha reso manifesta l'inesistenza di quella 
"realtà 1 primaria, quella dell'osservazione diretta, non 
ancora adulterata o manipolata, nella sua immediata 
freschezza o 'verginità", dall'intervento giudicante o 
selettivo del punto di vista, dell'intreccio o d'ogni 
congegno tecnico-narrativo", realta' in nome della 
quale un critico letterario si permise di "rimandare a 
settembre" Burroughs e di definirlo "complice e al- 
leato dell'apocalisse in atto". Mi riferisco a Vito 
Amoruso, che nel suo La letteratura beat americana 
(Laterza, Bari 1969) argomento 1 la propria stronca- 
tura definendo la tecnica del cut-up "strettamente 
parallela e tendenzialmente affine al condiziona- 
mento che vuole combattere, [...] insomma un suo 
immediato prodotto". E ancora: "fuga in estremis", 
"estrema trincea", "finale risorsa", il cut- up propor- 
rebbe una realta' "derealizzata", già' tendenzial- 
mente distorta dalla diffusione mediale. Viene da 
chiedersi in nome di quale naturalismo, in nome di 
quale "genuinità 1 dell'esperienza" Amoruso potrebbe 
oggi rivendicare quelle vecchie analisi, oggi che la 
produzione di immaginario non può' piu' essere re- 
legata nella dimensione sovrastrutturale e pare finito 
l'equivoco che portava a scindere fiction ed econo- 
mia politica. 

Si giunge al contrattacco passando per la difesa, per 
cui non vedo che cosa ci sia di male nell'imparare a 
ragionare come un animale in trappola che vuole 
salvarsi e "annulla le piste semantiche già' note per 
distrarre l'avversario, risponde al caos d'immagini 
scatenando freddamente e meccanicamente sulla 
pagina un identico caos d'immagini", tutte cose che 
Amoruso rimprovera con pedanteria al Burroughs di 
The Soft Machine. 

Poiché' siamo tutti “immediati prodotti" del condi- 
zionamento, poiché' siamo tutti "in extremis", animali 
da laboratorio che saltano e grattano la porta 
d'uscita dallo spettacolo, oggi dobbiamo usare il vi- 
rus della parola contro lo stesso Dr. Benway, pie- 
gare la ripiegatura, tagliare il taglio, alternare buchi 
neri e detonazioni; L'ACCADERE SI RICONQUISTA 
COMBATTENDO, NON CERTO INSEGUENDO LA 
CHIMERA DELLA "REALTA' REALIZZATA". 

La comunicazione oggi non può' non essere pla- 
giaria, trashy, de'tournante. Parlando di sabotare il 
linguaggio e rompere le regole del comunicare, 
dobbiamo considerare il cut-up implicito in ogni no- 
stra afferm/azione. Sconvolgere le piste semantiche, 
prefigurare i futuri livelli di commistione linguistica, e 
non solo: operare perche' l'anticipazione conservi il 
piu' a lungo possibile un vantaggio incolmabile sul 
recupero. 


12 


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4."ll pubblico raggira i media, s'inventa le proprie 
regole di fruizione, gioca con le parole e le immagini 
della tv via zapping, usa il Minitei trasformandolo da 
banca dati a messaggeria erotica. Insomma, stra- 
volge le fonti di informazioni a suo uso e consumo". 
Cosi' Jacques Perriault nel suo "La logique de 
l'usage. Essai sur les machines a' communiquer", 
Ed. Flammarion, 1991. 

Non c'e' dubbio sulle possibilità' di un consumo 
"creativo" dei media (le esperienze di movimento e 
controculturali degli ultimi decenni hanno fondato il 
loro esistere proprio sul riciclaggio della fiction e 
delle informazioni veicolate dai media) oltreche' di un 
riutilizzo in senso antagonista delle tecnologie (la 
vera e propria rivoluzione grafica portata dalla 
stampa underground negli anni '60; l'uso non con- 
venzionale dei telai serigrafici, dei ciclostili, delle fo- 
tocopiatrici, del fax; le radio libere). Ma com'e' pos- 
sibile distinguere le coscienti rotture (i RAGGIRI), 
supportate da un'indispensabile tensione sperimen- 
tale, dai comportamenti solo apparentemente spre- 
giudicati, già' previsti dal videodrome, indispensabili 
per il funzionamento dei suoi meccanismi di rever- 
sione? 

I palinsesti delle reti televisive, sia pubbliche sia 
private, non vengono già' programmati tenendo 
conto dello zapping, o meglio, per renderlo possibile 
(e spesso per ricostruirne i percorsi, vedi "Blob") (5)? 
Minitei e Videotel, (strutture pseudorizomali poten- 
zialmente demassificate dove il controllo si manife- 
sta per vie giuridiche, per intercettazione, per av- 
venuta censura da parte dei Grandi Smistatoli) non 
sono stati allestiti proprio perche' gli utenti li trasfor- 
massero, li rivestissero, li stravolgessero? La SIP 
mette a disposizione questo servizio proprio perche' 
la gente possa fare scorribande nelle varie mes- 
saggerie inter- e -nazionali, conoscere gente, 
combinarsi appuntamenti virtuali. Si tratta di "raggiri", 
dunque? 

II nodo da sciogliere e': cosa significa “tensione spe- 
rimentale"? 

Cosa significa "esperimento"? 

Durante tutto il medioevo e il rinascimento 
“experimentum" e "experientia" rimangono sino- 
nimi. E' con lo sviluppo delle scienze naturali e delle 
tecniche industriali che l'esperimento inizia ad avere 
un rilievo specifico ed una distinta collocazione. 
Ruggero Bacone (Roger Bacon, 1214 ca.- 1292) nei 
"Cogitata et visa" sviluppa il suo concetto di indu- 
zione sperimentale, comportante l'osservazione e 
ripartizione dei dati dell'esperienza in modo da for- 
mulare un'ipotesi sulle cause del fenomeno in 
esame. L "'esperimento in senso stretto" viene 
quindi a costruirsi concettualmente sul binomio 
esperienza-ragione, lo stesso su cui - attraverso 


Galileo .Torricelli, J.S.Mill - si fonda il moderno me- 
todo sperimentale, fino a tutto il XIX secolo. 

Col fisico ed epistemologo francese Pierre Duhem 
(1861-1916) viene messo per la prima volta in di- 
scussione il valore dell'esperimento: i dati ottenuti 
tramite quest'ultimo non condurrebbero ad una te- 
oria univoca e coerente, perche' i criteri della spe- 
rimentazione sarebbero già' una teoria e prede- 
terminerebbero gli esiti della stessa. 

E' il filosofo tedesco Hugo Dingler (1881-1954) a 
formulare per primo una teoria della sperimenta- 
zione considerata al di la' di ogni possibile smentita 
empirica: l'esperimento non e' una osservazione 
oggettiva della realta' al fine di conoscerla, ma 
un'operazione di cui la scienza si serve per 
"formare" la realta' ai propri fini. 

Infine, la crisi irreversibile del concetto tradizionale di 
esperimento viene "decretata" con la formulazione 
del "principio di indeterminazione" (e con le sue 
conseguenze sul piano speculativo) da parte dei fi- 
sico tedesco W.K. Heisenberg (1901- 1976): nella 
microfisica la stessa osservazione sperimentale, in- 
fluendo in modo inevitabile sulla percezione 
dell'osservatore, modifica il verificarsi dell'evento 
osservatolo generale si può' osservare che lo 
strumento di misura usato nell'esperimento turba 
l'oggetto naturale, non tanto perche' esso sia ado- 
perato da osservatori umani, quanto perche' e' esso 
stesso un oggetto naturale e fisico e pertanto e' 
sottoposto alle medesime leggi fisiche della teoria in 
base alla quale l'esperimento viene predisposto. Ciò' 
conferma, come aveva intuito Duhem, che 
l'esperimento e' sempre metodologicamente e con- 
cettualmente dipendente dalla teoria che ne fa 
uso...”(6). 

La nostra "teoria" non e' altro che il sapere sociale 
prodotto dal crescere ed estendersi dei movimenti 
anticapitalistici. La nostra “teoria" nasce dalla ne- 
gazione attiva del dominio attraverso pratiche esi- 
stenziali "altre", pratiche proprie di una comunità' 
autonoma da quella fittizia costruita dalla forma- 
merce. Il nostro sperimentare, poiche'parte dal mo- 
vimento e va ricondotto ad esso, non e' un'os- 
servazione oggettiva con cui attingere una presunta 
realta' in se' della società', ma e' un operare pratico 
per formare la realta' (e la società') ai nostri fini. I 
nostri strumenti di osservazione sono strumenti di 
intervento, noi DOBBIAMO perturbare il verificarsi 
dei fenomeni, al fine di produrre gli eventi. Insomma, 
l'esperimento in senso stretto sara' condotto sulle 
possibilità' di rendere irrecuperabili le nostre prati- 
che, di rendere irrappresentabili gli eventi prodotti. 

Fosse anche vero quanto sostiene Perriault sul 
"raggiro dei media", non mancherebbero di allar- 
marci il "recupero in tempo reale" e la mercificazione 
istantanea di tali comportamenti. Noi dobbiamo co- 


13 


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struire le vere truffe ai media sperimentando mo- 
menti di de'tournement dei flussi e delle regole di 
fruizione, senza sentirci sul collo il fiato puzzolente 
dei recuperatori. 

giugno 91, R.B. Bologna 
Note: 

1) Alvin Toffler, "La terza ondata", Sperling & Kupfer, 1987. 

2) da un'intervista a Jean Baudrillard su "l'Unita 1 " del 
29/4/1991. 

3) In: AA.W. "Tecnica e cultura", a cura di Tomas Mal- 
donado, Feltrinelli, Milano, 1988. 

4) cfr. Jean Pierre Faye, "Critica ed economia del linguag- 
gio", Cappelli, Bologna 1979; Jeffrey Herf, "Il modernismo 
reazionario", Il mulino, Bologna, 1989. 

5) Ma forse non e' cosi' per la tv d'oltralpe (cosi 1 noiosa, 
cosi' square, lontanissima dalla sublime volgarità' della 
nostra o di quella statunitense), visto che dall'89 in Francia 
opera "Pieds dans le PAF." (PAF= Paysage Audiovisif 
Fran ais), un'associazione che concepisce lo zapping 
come pratica di denuncia della cattiva qualità' dell'offerta 
mediale. 

6) Dalla voce "Esperimento" dell'Enciclopedia Garzanti di 
Filosofia. 


3 

File : OUTSIDE.ZIP 


3.1 

File : AUT49EDI.TXT 


LE COLONNE D'ERCOLE 
DELL'AUTONOMIA OPERAIA 

Alla scoperta di un presente/futuro di liberazione 
possibile 

Avevamo scritto che la rottura della dialettica tra 
sviluppo e sottosviluppo avrebbe generato un nuovo 
ordine intemazionale che impone le sue ragioni 
senza mediazioni che non siano dettate da una lo- 
gica di guerra: l'eliminazione dell'avversario. Cosi' e’ 
stato. Avevamo anche affermato che di fronte alla 
sua prima impegnativa prova, dopo il crollo del bi- 
polarismo, il nuovo ordine non poteva ammettere, 
ne' sopportare, nemmeno una mezza vittoria. Cosi' 
e' stato. 

Ma la realta' ha superato piu' ogni fosca previsione. 
E' vero che contro l'Iraq si e' rovesciata una tale po- 
tenza distruttiva che non ha paragoni nella storia, 
con una sproporzione di mezzi e di forze in campo 
che per trovarne una uguale occorrerebbe spingersi 
fino all'ultima e definitiva distruzione di Cartagine: 
una "superpotenza" mediterranea ormai ridotta a 
una citta' di commerci chiusa fra le sue mura che 
viene cancellata, insieme alle sue poche migliaia di 
abitanti, dalla macchina bellica romana e degli alle- 
ati, i "Socii", forte di 150.000 armati. 

Ma e 1 anche vero che, nel nostro caso, l'impero 
conta circa 100 vittime nel suo esercito cosmopolita 
e mercenario, per lo piu' dovute alla sperimentazione 
di nuove tecnologie militari e al sovraffollamento, 
mentre il popolo irakeno e' stato massacrato e ri- 
dotto a un livello subumano di vita in cui nemmeno 
la sopravvivenza negli stenti e' assicurata: l'Iraq e' 
stato raso al suolo, cento-centocinquantamila i morti 
e ogni giorno si continua a morire di fame, di malat- 
tie, sotto il piombo e il fosforo della guardia repub- 
blicana di Saddam Hussein. 

Dire che c'e' stata battaglia e' un eufemismo, forse 
non e' nemmeno esatto parlare di guerra, se non in 
quell'elemento di continuità' che il massacro dei 
proletari costituisce delle guerre in ogni epoca sto- 
rica: abbiamo assistito a un'operazione di polizia in- 
ternazionale condotta militarmente, quasi senza 
colpo patire, fino alla distruzione totale dell'obiettivo: 
una di quelle scene del miglior cinema made in 
U.S.A., in cui centinaia di sbirri circondano la casetta 
di legno in cui e' asserragliato il bandito e la radono 
al suolo a fucilate prima di muovere un solo passo 
per impradronirsi di un cadavere irriconoscibile. 


14 


ecn 





Solo che qui la fine del bandito spetta al popolo 
irakeno, mentre il padrone di casa, smessi gli im- 
probabili e troppo larghi panni del rais che tiene te- 
sta aH'imperialismo, ripiega sul piu' adatto e comodo 
ruolo di boia del suo popolo, di sanguinario poliziotto 
di quartiere, sui quale aveva edificato la potenza sua 
e del regime e sollecitato e ottenuto favori di antichi 
e nuovi padroni. 

Il nazionalismo conosce oggi solo tristi epigoni, i 
quali possiedono una sola merce che interessi al 
nuovo ordine internazionale (posto che forza-lavoro 
e materie prime appartengono in toto all'economia- 
mondo del capitale multinazionale) e cioè 1 la capa- 
cita' di assicurare il necessario controllo politico-so- 
ciale del territorio su cui esercitano il mandato, il 
quale e' sempre provvisorio. 

Saddam Hussein prosegue il massacro del popolo 
irakeno e del popolo kurdo nel disperato tentativo di 
dimostrare di essere l'unico ancora in grado di eser- 
citare quel mandato dopo aver rinunciato de- 
finitivamente a coniugarlo con un tentativo, fuori dal 
tempo, di parziale "indipendenza". 

La lezione e' impietosa e non ammette repliche: di 
quelle che ti lasciano senza parole, senza respiro. 

Com'e' maturata? Da dove nasceva l'illusione che 
pure l'impero avrebbe pagato quantomeno un pe- 
sante tributo di sangue? Da dove nasce questa lo- 
gica della forza, apparentemente irrazionale, che ri- 
manda la soluzione politica e un indefinito 
"dopoguerra" e non pone limite alcuno al genocidio, 
alla distruzione di immense risorse economiche e 
naturali? 

Occorre riandare alla natura attuale del capitale, al 
concetto di economia-mondo, a una nuova defi- 
nizione dell'imperialismo, e del nuovo ordine in- 
ternazionale. 


Economia mondo e autonomia operaia 

L'economia-mondo e' figlia del rifiuto del lavoro, del 
movimento dell'autovalorizzazione proletaria, 
dell'autonomia operaia nel cosiddetto Nord svi- 
luppato. Non intendiamo riproporre la spiegazione 
universale attraverso la dialettica lotte operaie-svi- 
luppo capitalistico, al contrario vogliamo dimostrare 
la storicità' della rottura di quella dialettica. 

Ma e' pur vero che quel gigantesco movimento di 
forze del capitale che ha mutato radicalmente i 
meccanismi della valorizzazione e del comando, 
costituisce la risposta, priva di dialettica, proprio al- 
l'autonomia operaia, al rifiuto del lavoro che mi- 


nacciava di svuotare completamente di significato la 
sussunzione reale del lavoro nel capitale. 

Mentre l'autonomia operaia cercava la resa dei conti, 
il capitale, con la memoria dell'insurrezione d'ottobre 
sempre presente, evitava uno scontro frontale dagli 
esiti incerti nel punto piu' alto dello sviluppo e sce- 
glieva la lenta ma piu' sicura strada della ristruttura- 
zione e della riconversione tecnologica, accompa- 
gnati da una giusta dose di repressione, e dalla riu- 
nificazione del mercato mondiale. 

In questo modo il capitale cerca di liberarsi dalla tu- 
tela immediata del lavoro vivo autodeterminatosi in 
composizione politica di classe: autonomia operaia, 
appunto, nel '68-71 . 

E siamo agli inizi degli anni 70. 

In questi anni prende forma prima la struttura del- 
l'economia-mondo. Gli anni 70 ne vedono il pro- 
cesso costitutivo, gli anni '80 quello di maturazione. 
Gli anni 70 sono appunto gli anni in cui il capitale si 
muove per sconfiggere la composizione politica di 
classe. 

Prendono forma la produzione di merci a mezzo di 
comando e la produzione di comando attraverso il 
peso crescente della produzione "immateriale", 
dell'automazione, delFinformatizzazione del ciclo 
economico. 

Queste forme capitalistiche nuove si dispiegano oggi 
all'interno del mercato mondiale unificato, si dispie- 
gano attraverso un sistema di vasi comunicanti che 
non segue la logica del decentramento produttivo, di 
un modello di sviluppo che si compone di diversi 
stadi digradanti dal centro alla periferia, dal Nord al 
Sud. 

Quest'immane salto tecnologico ha altresì' portato 
allo stremo e al crollo del sottosistema socialista, di 
quanto vi era in esso di residuale separazione dal 
mercato, dissanguatosi nel vano tentativo di tenere il 
passo durante l'epoca breznheviana. 

A questo punto cessano perfino le ragioni dello 
scambio ineguale tra Nord e Sud e si estingue il 
modello imperialista del 2° dopoguerra. 

Intendiamoci, non e' che non esiste piu' sfruttamento 
imperialista o scambio ineguale: queste forme sus- 
sistono oggi racchiuse nella produzione di comando 
politico di sovradeterminazione imperiale, dispotica 
ed estranea alle stesse ragioni dello scambio. 

E' che lo scambio si e' fatto talmente diseguale e 
arbitrario da non essere piu' reale, esso e' feticismo 
simbolizzato nella circolazione monetaria, nei mec- 
canismi in tempo reale della finanza internazionale. 

Le materie prime che alimentano la "terza rivolu- 
zione industriale" sono considerate dal capitale so- 
ciale, e mondiale, alla stessa stregua che la terra, 


15 


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l'aria, l'acqua, i cosiddetti beni naturali, dal capitali- 
smo delle origini: non hanno valore, non hanno un 
prezzo fondato sul valore di scambio. Il loro prezzo 
e' politico, determinato dai rapporti di forza, cosi' 
come il prezzo della forza-lavoro addetta alla loro 
estrazione, raffinazione, stoccaggio ecc. e meno che 
il nutrimento dello schiavo romano: non e' un quadro 
esagerato, le cifre le conoscono tutti. Il possesso di 
materie prime non garantisce piu' nessuna possibi- 
lità' di accumulazione originaria nei confini dello 
stato nazionale, chi ci prova attenta al funziona- 
mento della nuova macchina tecnologica, al nuovo 
ordine e va automaticamente distrutto come l'Iraq. Il 
prezzo delle materie prime e' grossomodo fissato 
sulla quota, ultima voce in bilancio, che il capitale 
mondiale destina al mantenimento del controllo poli- 
tico e sociale di un determinato territorio a garanzia 
che il rifornimento di materie prime e forza-lavoro in 
costante e progressiva eccedenza non si arresti. 

Naturalmente può' avvenire e avviene che la quota 
sociale sia insufficiente o non pervenga addirittura a 
destinatari e allora e' il mattatoio: la repressione fino 
al genocidio. Materie prime e forza-lavoro non sono 
valori ma “beni naturali" da saccheggiare, 
“naturalmente" a disposizione del capitale. 

Sfidiamo qualsiasi economista a spiegarci in termini 
di scambio, anche diseguale, la curva dei prezzi 
delle materie prime e dei valori nei cosiddetto Terzo 
Mondo, dall'ultima impennata storica del petrolio, 
nell'82, ad oggi. 

Cosa sono le lettere di intenti del FMI o le racco- 
mandazioni del GATT se non decreti di un moderno 
assolutismo imperiale? 

Quale razionalità' dello scambio, seppure diseguale 
tra valori diversi, nel mercato della forza-lavoro, sul 
terreno della riproduzione della stessa, quando co- 
munque la piu' malpagata operaia di una fabbrica 
dell'auto a Detroit o a Chicago, guadagna in un'ora 
quanto la cuoca di un ristorante di Lima guadagna in 
un mese? 

L'unica razionalità' ammessa e' l'alimentazione del 
modello universale del comando transnazionale, un 
modello rigido, immediabile, che proprio nella riuni- 
ficazione del mercato mondiale rimane solo con se 
stesso e la sua potenza distruttiva, che quanto piu' 
moltiplica le sue cellule, i suoi vasi comunicanti, 
tanto piu' si estrania in una sindrome da accerchia- 
mento. La razionalità' degli stati e delle vie nazionali 
si può' manifestare ormai solo nell'accettazione dei 
diktat, nella cooptazione in quanto vassalli del nuovo 
ordine internazionale, soci di minoranza e mandatari 
dell'economia-mondo, nel massacrare il proprio 
popolo se la fame lo spinge alla rivolta. Solo nel 
1986, FMI, B.M. e GATT, con una serie di misure 
provocarono una caduta dei prezzi delle materie 
prime che costo' in quell'anno ai paesi terzi produt- 


tori 96 miliardi di dollari, 1 decimo dell'intero 
indebitamento mondiale, l'intero debito brasiliano! 
Sfidiamo ancora qualsiasi economista a spiegarci 
ancora in termini di scambio e/o di valore aggiunto 
un crollo dei prezzi di tale portata! Solo i prefetti di 
Roma avevano un tale potere, date le debite pro- 
porzioni, nel fissare a proprio arbitrio, secondo le 
necessita' di alimentare la logica e il sistema 
dell'impero, quanti talenti valesse ogni anno il grano 
dell'Africa o il ferro delle Asturie! ed erano le legioni 
multietniche a garantire il meccanismo del prelievo 
anche con lo sterminio dei ribelli! 

Gli stati nazionali ci appaiono oggi come tante pro- 
vincie dell'Impero del capitale, i “rais", i “caudillos", "i 
presidenti", i re e gli emiri tanti piccoli Erode spesso 
affiancati dal Ponzio Pilato di turno! Un funzionario 
del FMI, un commissario della B.M 

Oggi, conclusa la prima fase dell'operazione di po- 
lizia intemazionale condotta all'insegna del nuovo 
ordine mondiale, il tessuto produttivo dell'economia- 
mondo si presenta, molto schematicamente, nei 
seguenti termini. 

Una serie di vasi comunicanti, in tempo reale, e in- 
terdipendenti distesi orizzontalmente nei quali si 
addensano la produzione di comando e di merci- 
comando, a partire dal complesso militar-industriale: 
il know-how scientifico, la comunicazione telema- 
tica, l'informatizzazione e l'automazione del ciclo 
economico e delia circolazione monetaria dei capi- 
tali; attorno ai quali a sua volta si condensa un nu- 
cleo multinazionale di forza-lavoro che sussume in 
se tutta la potenza produttiva, socialmente coopera- 
tiva, valorizzante. Tutto ciò' che vive e si riproduce 
nella rete di questi "vasi" ha un valore, tutto ciò' che 
ne e' fuori ha solo un prezzo fissato arbitrariamente 
e politicamente, di volta in volta, fuori da ogni ra- 
zionalità' capitalistica, dello scambio e/o della legge 
del valore. L'immagine e' quella di un sistema sem- 
pre piu' schizoide che si alimenta all'interno di un 
corpo profondamente malato e martoriato, da alcune 
parti in decomposizione. Il capitale sa che lo stesso 
valore della forza-lavoro che si condensa nei vasi 
deH'economia-mondo e' incommensurabile sulle 
basi del calcolo, della legge del valore, anzi ha in- 
troiettato il presupposto politico dell'autonomia pro- 
duttiva di questa composizione e del rifiuto del la- 
voro salariato. La misura della mediazione politica 
tra capitale e lavoro vivo non e' piu' tanto il salario, in 
questa fase della sussunzione reale, ma la non 
appartenenza alla massa dei paria e degli esclusi e 
la garanzia di non potervi cadere nell’immediato 
prossimo futuro. Evidentemente questa garanzia, in 
mancanza di autodeterminazione politica della 
composizione di classe, soggetto portante di au- 
tonomia e contropotere, assume forme di integra- 
zione e di complicità' e riposa sulla stessa facilita' 


16 


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con cui il nuovo ordine si afferma, vedi appunto l'o- 
perazione Iraq-golfo. 

La stessa "opposizione alla guerra" di questa com- 
posizione di classe ci appare oggi, prendendo l'Italia 
ad esempio, nella sua spontanea e massiccia mobi- 
litazione del 17 gennaio, figlia dell'incubo che 
l'operazione non fosse appunto “facile" e breve 
come si e' poi rivelata e potesse comportare, ap- 
punto, la decadenza di alcune garanzie: quando 
l'incubo si e' rivelato infondato, altrettanto spontaneo 
e immediato e' stato il riflusso. Solo una minoranza 
antagonista (non solo e non tanto alla "guerra") alla 
pretesa razionalità' e universalità' del "modello oc- 
cidentale" ha continuato a lottare con l'azione diretta, 
il sabotaggio, lo sciopero politico del 22 febbraio. 

Il mercato mondiale unificato ha il suo sistema ner- 
voso centrale e i suoi terminali periferici: le tre grandi 
borse, New York, Londra, Tokio e poi il FMI, la BM e 
l'intero sistema finanziario e bancario. Ogni interru- 
zione o dispersione del meccanismo di accumula- 
zione e valorizzazione del capitale e' prontamente 
segnalato e partono gli anticorpi. Se gli avvertimenti 
e le pressioni (tra cui le cosiddette sanzioni econo- 
miche) non sono sufficienti, scattano le operazioni di 
polizia internazionale. 

Se vogliamo definire le nuove dimensioni dell'im- 
perialismo e del comando dobbiamo necessaria- 
mente mettere da parte le teorie sui poli 
(unipolarismo, bipolarismo, tripolarismo... multipo- 
larismo etc.) che hanno oramai la stessa utilità' co- 
noscitiva del gioco delle scatole cinesi, e riferirci in- 
vece alla gerarchizzazione del nuovo ordine basata 
sulla capacita', immediata, di espletare le funzioni 
che spettano, appunto, agli anticorpi. In questo 
senso, ristretto, il terreno della sovranità' politica 
imperiale e' oggi appaltato dagli USA per lo meno 
all'80%, con la copertura dell'ONU. 

Questa percentuale deriva da due elementi con- 
vergenti: il peso percentuale degli USA nel FMI, 
nella BM e nella stessa ONU (anche dal punto di vi- 
sta dei finanziamenti alla struttura) e del complesso 
mìlitar-industriale americano articolato su piu' si- 
stemi (NATO, SEATO, ASEAN etc.) e unico in grado 
di mobilitare una poderosa armata multinazionale 
come nel golfo. Considerando come l'URSS sia 
priva da sempre del primo elemento e non sia piu' in 
grado, nemmeno politicamente, di sostenere il se- 
condo, mentre il gap tecnologico del suo stesso 
complesso militar-industriale aumenta con una 
progressione geometrica e rimane scoperta la carta 
della distruzione atomica del pianeta. 

Il mercato mondiale unificato, gigantesco cuore 
pulsante dell'aconomia-mondo, liquida cosi' defi- 


nitivamente ogni possibilità' di accumulazione ori- 
ginaria, di sviluppo anche parzialmente separato nel 
sud del mondo; liquida le cosiddette vie nazionali in 
tutte le loro varianti, subimperiali o socialiste e nega 
ogni possibilità' di vittoria, intesa come affermazione 
di sovranità' politica all'interno dei confini di uno 
stato, alla stessa lotta antimperialista in chiave ter- 
zomondista. 

La guerra del Golfo e la fine dell'Iraq baathista da 
una parte e i limiti e le difficolta' dell'esperienza 
sandinista in Nicaragua sono solo alcune dimo- 
strazioni di ciò', sebbene le piu' eclatanti. 

Ciò' comporta alcune prese d'atto a problemi di non 
facile soluzione, anzi, allo stato attuale delle cose, 
insolubili. 

Nemmeno il fondamentalismo religioso, vedi quello 
islamico fonte della crisi del Golfo, si e' rivelato un 
collante possibile per nuovo antimperialismo: dopo il 
fallimento di fronte alla sua prima seria prova e' ri- 
masta solo la retorica degli ayatollah con i loro mini- 
stri oxfordiani. Retorica della disperazione dei fellah 
e del massacro dei proletari in lotta in nome del Co- 
rano, oscurantismo e repressione. Una delle tante 
ricette buone per il nuovo ordine mondiale nelle aree 
del mattatoio. 

Va preso atto che l'intifada non trae alcun vantaggio 
dalle ugole infiammate dei muezzin di Amman o di 
Algeri e nemmeno dalla strategia nazionalista, de- 
mocratica e progressista di Arafat che pure non e' un 
"rais”, ne' un aytollah, ne' un presidente del socia- 
lismo scientifico e tribale alla Siad Barre, ma un 
combattente del suo popolo. 

L'intifada non ha davanti a se' nemmeno uno degli 
sbocchi classici della lotta antimperialista degli 
sfruttati del Terzo Mondo se non quella di un mini- 
stato sotto forma di protettorato dell'Occidente, degli 
USA, dell'Europa; il suo senso sta nella lotta stessa, 
nell'esistenza congiunta di comunità' e contropotere 
degli sfruttati, nell'indicare l'unica strada percorribile 
in quanto riproducibile nella sua capacita' di resistere 
e di contrattaccare il nuovo ordine internazionale. Il 
suo futuro e' pero' legato, nel senso di una reale li- 
berazione dall'oppressione e dallo sfruttamento im- 
perialista, come la sua stessa esistenza ad una 
possibile estensione al di la' degli attuali confini ge- 
opolitici: ma non e' facile, nemmeno per la sinistra 
dell’OLP, abbandonare l'illusione statalista! 

Il problema e' che un nuovo senso dell'intemazio- 
nalismo proletario non può' piu' darsi, qui al Nord, 
solo in termini di solidarietà' e meno ancora in ter- 
mini di quinta colonna della guerra di popolo an- 
timperialista. 


17 


ecn 



Nemmeno e' piu' consentito oscillare tra queste due 
posizioni. Sono in parte caduti i riferimenti storici 
anche del nostro internazionalismo, quello del- 
l'autonomia operaia. 

Poiché' anche il nostro si e' fondato in gran parte, 
fino ad oggi, sulla dialettica delle lotte operaie-svi- 
luppo capitalistico-nuovo soggetto... 

Secondo questa dialettica la "terza rivoluzione in- 
dustriale" che sta alla base della mondializzazione 
del mercato, deH'economia-mondo, darebbe vita, in 
forma di antitesi, a un nuovo soggetto rivoluzionario, 
cioè' progettualmente antagonista. Dove cercare, 
dove ritrovare questo soggetto? 

Sempre secondo i "nostri" presupposti teorici, nel 
punto piu' alto dello sviluppo di questa "terza rivo- 
luzione industriale". E qui ci incontriamo nuovamente 
con la figura paradigmatica dell'operaio-sociale. 

Oggi possiamo constatare e quindi comprendere 
come in realta' proprio la figura produttiva dell'o- 
peraio— sociale, sorta all'interno dell'epilogo, a ca- 
vallo degli anni '60-70, della vicenda ultradecennale 
dell'operaio-massa, sia stata anche fino ad ora alla 
base, alle origini della terza rivoluzione industriale e 
quindi della mondializzazione del mercato, e quindi 
deH'economia-mondo. Il capitale non ha mai avuto 
in realta' nessun progetto superimperialista, ha regi- 
strare nel punto piu' alto del suo sviluppo 
l'irriducibilità' di questo soggetto, l'operaio-sociale, 
alla legge del valore, allo sfruttamento massificato 
del macchinismo industriale e a riorganizzarsi di 
conseguenza, per inseguire il movimento autonomo 
dell'autovalorizzazione, in forma di mero comando, 
di sovradeterminazione politica della costrizione al 
lavoro. 

Per riuscire nell'impresa, oltre a tutto il classico ar- 
mamentario repressivo, dal sindacato al terrorismo 
di stato degli anni '70-80, il capitale e' stato costretto 
a reperire ''all'esterno'' del suo rapporto con 
l'operaio-sociale i mezzi necessari a "finanziare" la 
terza rivoluzione industriale: attraverso il rilancio di 
una nuova forma accumulativa originaria a spese del 
Sud del mondo. 

Alla dialettica tra sviluppo e sottosviluppo, fondata 
sullo scambio ineguale dei valori prodotti, si e' pro- 
gressivamente sostituita la pura forza di rapina, fino 
all'annullamento stesso di qualsivoglia rapporto fra 
valori commensurabili. 

L'annullamento, le rotture forzose, della dialettica tra 
“centro" e "periferia" ha condotto all'annullamento di 
questi stessi concetti: oggi potremmo dire di avere 
un "sopra" e un “sotto" (una composizione di gerar- 
chie sociali di classe)! 

"Sopra" all'operaio-sociale politicamente atomizzato 
in quanto soggetto collettivo antagonista e' stato piu' 


o meno garantito di non precipitare. "Sotto": un certo 
livello della riproduzione che ripaga miseramente e 
in astratta misura la sua smisurata e incommensu- 
rabile capacita' di creare, attraverso un lavoro che 
non e' piu' un valore in se', valore che deborda fuori 
di se'! 

Ma cos'e' questo valore nel momento stesso in cui 
constatiamo l'awerarsi della profezia marxiana "Il 
tempo di lavoro e' divenuto una base miserabile per 
la definizione della ricchezza sociale"? 

E' la fine di ogni concetto razionale, commensu- 
rabile, dentro limiti calcolabili, del valore e quindi 
siamo oltre l'orizzonte storico della marxiana critica 
dell'economia politica? 

Isolando separatamente alcuni "pezzi" della coo- 
perazione potremmo anche scoprire forme di valore, 
di produzione di merci a mezzo di comando, ma si 
tratta appunto di forme di cui sfugge ormai la razio- 
nalità', in cui scompare qualsiasi residuo di rapporto 
dialettico: troviamo forza da un lato e sofferenza 
umana, dominio da un lato e sabotaggio. Non tro- 
viamo, attualmente, ne' la razionalità' del capitale, 
ne' l'insorgenza antagonista collettiva del lavoro 
vivo. Che sia questa la consequenzialità' su scala 
planetaria della sussunzione reale, del lavoro nel 
capitale! Questo lo stato di cose presenti? 

E' un soggetto progettualmente ricompositivo del 
lavoro su scala mondiale, ontologicamente co- 
munista, quello che in cambio di "panem et cir— 
censes" subisce la costrizione del lavoro che pro- 
duce comando per il “sopra" del mondo? 

A nostro avviso può' diventarlo separando la sua 
esistenza dal capitale, dalla produzione di comando, 
e dialogando, misurando la propria esistenza, con 
quei soggetti che stanno "sotto", i moderni schiavi 
del mattatoio universale! 

Noi viviamo in due mondi separati da un abisso, in 
tutti i sensi, e si e' soggetti solo se si e' in grado di 
comunicare: il nuovo internazionalismo può' essere 
solo quello della comunicazione possibile. In questo 
senso parlavamo, in uno degli editoriali del n. 48 di 
questo giornale, di plurilinguismo della liberazione. 

Su che basi può' avvenire la comunicazione? Il mo- 
vimento dell'autonomia operaia oltrepassa de- 
finitivamente l'operaismo, rigetta cioè' quella che e' 
ormai mera ideologia che misura i successi sulla 
capacita' di incidere sullo sviluppo capitalistico, e i 
movimenti di liberazione superano il terzomondismo, 
mera ideologia emancipazionista e di illusoria indi- 
pendenza nei confini di uno stato. 

Nessuno rinnega il proprio passato, piu' o meno 
eroico e tragico spesso: noi proponiamo un'etica 
comunista della negazione per comunicare fuori 
dalie reti del dominio, della produzione di comando. 
Nemmeno proponiamo di annullare le differenze, o 
le lotte sul reddito o quelle antimperialiste: 
nient'affatto! 


18 


ecn 



Proponiamo semplicemente di misurare i "successi" 
deile lotte con il metro della comunicazione, del suo 
progredire tra due mondi che il capitale separa e de- 
finiamo l'ontologia comunista del soggetto non un 
dato acquisito ma la sua capacita' di comunicare at- 
traverso la sovversione sociale e politica 
deH'economia-mondo. 

Di questo processo di dissociazione, forse sarebbe 
meglio dire di separazione, riusciamo oggi a cogliere 
una qualche embrionalita' sparsa, forse solo la ne- 
cessita': ci vengono in mente, ad esempio, la guerra 
contro il nucleare e l'Intifada. 

Ci verrebbe da dire che noi, qui "sopra", riallac- 
ciandoci a concetti espressi all'Inizio, abbiamo an- 
cora un valore, non solo un prezzo, nella misura in 
cui partecipiamo della stabilizzazione di questo co- 
mando unipolare. 

Forse anche per questo siamo scarsamente inte- 
ressati alle teorie tri o multipolari, ci sembrano, at- 
tualmente, consolatorie riedizioni della vecchie con- 
traddizioni intercapitalistiche e interimperialistiche. 
Per quanto riguarda la fine del bipolarismo, che per 
molti abitanti del mondo di "sotto" ha esasperato i 
termini della tragedia, essa era insita nella terza ri- 
voluzione industriale che ha dislocato su un piano 
irraggiungibile, ma nemmeno contrastabile, per il 
sottosistema socialista la civiltà' del capitale. L'ultimo 
perfido inganno nei confronti dei proletari i partiti co- 
siddetti comunisti, al potere nell'Est, l'hanno consu- 
mato dipingendo il quadro menzognero delle 
"magnifiche sorti e progressive" del capitale come 
prima dipingevano il paradiso socialista! 

La nostra possibilità' di comunicare con gli sfruttati 
dell'Est e', fuori da ogni ideologia, direttamente 
proporzionale ai ritmi in cui un'integrazione già' av- 
venuta (quello a cui assistiamo e' l'epilogo) produrrà' 
gli anticorpi di una malattia, l'inganno, dal decorso 
lungo e difficile! 

Per quanto riguarda i "tre poli" USA, Europa e 
Giappone, vediamo come principalmente siano oggi 
scomponibili e analizzabili in termini di "aree mone- 
tarie" spartite all'intemo della mondializzazione 
dell'economia, del capitale e del comando. Se raf- 
frontati al vecchio bipolarismo manca, quasi del 
tutto, ad almeno due di essi, (Europa e Giappone), il 
carattere della sovranità' politica, della capacita' di 
esercitarla autonomamente nelle loro aree di in- 
fluenza e/o di egemonia. Carattere e capacita' che 
non difettano certamente agli Stati Uniti nella aree di 
loro diretta competenza, ai quali peraltro e' stata 
appaltata la sovranità' politica del nuovo ordine 
mondiale. 

Il multipolarismo del comando e' una teoria, forse 
solo un concetto, molto affascinante ma niente af- 
fatto convincente, almeno per noi; dalla reale 
scomparsa del vecchio imperialismo conduce al- 
l'annullamento della stessa categoria di sfruttamento 
imperialista. Ora, se richiamiamo per un momento 


alla memoria del modo in cui e 1 sta "finanziata" la 
'terza rivoluzione industriale", e diventata quel pro- 
dotto dell'insorgenza dell'operaio-sociaie che e' la 
mondializzazione del capitale sociale, del capitalista 
collettivo ("...il capitale che si fa comunista" per 
Marx), dobbiamo necessariamente concludere che 
lo sfruttamento imperialista non solo permane ma ha 
assunto un tale carattere di rigidità', nella gerarchia 
del comando, e di rapina, nella totale assenza di 
"ammortizzatori sociali", da ingenerare uno stato di 
instabilita' assoluta, fatta di rivolte e massacri. 

In questo senso la definizione, lo statuto di un nuovo 
ordine internazionale e perfino di un nuovo statuto 
dell'ONU, non sono una barzelletta o meri artifizi 
giuridici atti a coprire la logica di guerra, come vor- 
rebbero alcuni "operatori del diritto" alla guerra ostili 
e pacifisti, ma il diritto-dovere di dotarsi central- 
mente di strumenti e corpi di polizia internazionali 
atti a garantire o riportare l'ordine sconvolto. In que- 
sto senso, in questa fase e lo dimostra la guerra del 
Golfo, il comando e' necessariamente unipolare e 
l'unico linguaggio che parla e' quello della forza; sia 
che parli per bocca dei funzionari del FMI o del ge- 
nerale Schwarzkopf...! 

Ciò' non significa assenza di contrasti di interesse, di 
divergenze: semplicemente nessuna contraddizione 
e' in grado di assurgere oggi alla dimensione di polo 
autonomo dotato di autonoma forza impositiva a 
fronte di un bisogno assoluto di comando. 

E' quanto ammettono, a volte brontolando, i vari 
Kohl e Mitterand e Kaifu: le contraddizioni sono il 
relativo, l'assoluto e' il bisogno di comando. 

Si discuterà', di volta in volta, sul prezzo dell'appalto, 
ogni tanto qualcuno diserterà' l'asta per protestare la 
sua insoddisfazione per il prezzo o la spartizione del 
ricavo di ogni singola operazione di polizia intema- 
zionale, ma la necessita' stessa dell'appalto e' fuori 
discussione! 

Come e' fuori discussione che gli USA, come par- 
tecipanti alla gara, non hanno oggi concorrenza! 

Se si aggiunge che alla capacita 1 di condurre, in 
forma di guerra certo, operazioni di polizia inter- 
nazionale il nuovo imperialismo, nella forma uni- 
polare di comando, conserva e sviluppa la deter- 
renza della distruzione totale del mondo, figlia della 
mondializzazione dello stato-nucleare, il quadro 
mostruoso e irrazionale del comando e' completo! 
Questo nuovo ordine richiama inevitabilmente nel 
suo seno pacifisti, ecopacifisti, verdi di ogni tipo, 
compresi gli onesti: ideologie incapaci di contrastare 
la tragedia perche' incapaci di dissociarsi realmente 
dal mondo di "sopra" e quindi di comunicare con i 
dannati della terra. 

L'operazione di polizia, ancora in corso in Iraq, li ha 
portati prima alla paralisi e poi al silenzio; di fronte 
all'unicità' assoluta del comando essi sono privi dei 
necessari interlocutori nel sistema; di fronte alla di- 


19 


ecn 



mostrazione di strapotenza del nuovo ordine essi 
annichiliscono. 

Perche'? Non dovrebbero anzi ancor piu' indignarsi, 
scendere in piazza, radicalizzarsi? 

Ma essi sono prigionieri della dialettica, essi cercano 
ancora il capitale intelligente e razionale in un 
mondo che non conosce piu' ne' dialettica, ne‘ ra- 
zionalità', ma solo amici e nemici. 

Di fronte alle convulsioni irrazionali dei un mondo di 
"sotto", il cosiddetto Sud, martoriato senza con- 
tropartita alcuna essi si ritraggono spaventati. 
Spaventati dalla forza del comando, dalla sua spie- 
tata ferocia senza infingimenti e dai linguaggi irra- 
zionali e incomunicanti della rivolta dei dannati della 
terra. 

Il fatto e' che all'orizzonte non appare nessun de- 
miurgo, necessariamente collettivo, in grado di co- 
stituire pacificamente o con la rivoluzione un altro 
mondo unito da comuni valori di liberazione, una 
meta per cui valga la pena di soffrire e di morire, ne' 
a tutti gli sfruttati e' data la possibilità' , sempre molto 
parziale e limitata, di separare in egual modo e mi- 
sura la propria esistenza dall'omologazione del ca- 
pitale sociale che ha divorato interamente la società' 
e poi il mondo. A noi rimane per ora, e non e' poca 
cosa, il privilegio di pensare la non omologazione, di 
praticarla nei limiti che sono prima di tutto rapporti di 
forza. Questo privilegio e' un debito che abbiamo 
contratto con noi stessi, prodotti delle lotte dell'ope- 
raio-massa e dei popoli del terzo mondo, lotta di 
classe e antimperialista, prima, dell'insorgenza 
dell'operaio-sociale e del conseguente degrado 
schiavile dei proletari del Sud del mondo, poi. 
Sdebitarsi equivale a ribellarsi, e seppure ci sen- 
tiamo anche noi un po' persi e spaventati cerchiamo 
di mantenerci con l'ottimismo della volontà' a fronte 
di un profondo e radicale pessimismo della ragione. 
Mentre vediamo la comunicazione difficile, il pluri- 
linguismo della liberazione l'utopia soffocata dal 
pensiero debole, dal postmoderno, dalla cultura 
nonviolenta trasformata in ideologia della resa, dal 
razzismo e dal sessismo, dai nazionalismi risorgenti 
e dai piu' esasperati e impotenti, per quanto estesi, 
fondamentalismi religiosi, ostinatamente cerchiamo, 
non tanto di cambiare noi stessi o di modificare la 
coscienza, ma di tessere il nostro pezzetto di tela, 
con i fili della comunicazione sovversiva. 

E allora quale soggetto per il movimento dell'au- 
tonomia operaia? 

Necessariamente non un soggetto unico, ricom- 
positivo, per il fatto stesso che tale soggetto non 
esiste oggi ne' possiamo sapere se esisterà' in un 
futuro misurabile nell'arco delia nostra esistenza; un 
altro futuro non ci interessa perche' anche nel nostro 
pessimismo della ragione restiamo inguaribilmente 
atei e materialisti. 

Soggetti differenti e molteplici, dunque. 


Studenti, immigrati extracomunitari, donne, operai di 
fabbrica, salariati del terziario avanzato che 
"militano" nelle piu' raffinate tecnologie della co- 
siddetta "produzione immateriale" (produzione di 
“merci-comando") e dei servizi, tutti sfruttati all'in- 
temo dello stesso territorio eppure tutti in un rap- 
porto con il capitale che e' diverso non solo og- 
gettivamente ma lo e' di piu' soggettivamente, nel 
vissuto quotidiano della gerarchizzazione, sociale, 
astratta, irrazionale, un vissuto non detto, non co- 
municato di angoscia e umiliazione, di totale alie- 
nazione dell'individuo sociale proletario. 

Non e' praticabile la strada di un modello universale 
di separazione, di non omologazione quantomeno, 
della propria esistenza da quella del capitale sociale, 
modello che e' necessariamente comunitario ma che 
può' consistere in realta' solo in una pluralità' di 
modelli diversi che originano proprio dall'essere, i 
soggetti, differenti. 

Certo esistono terreni di interazione nel territorio, 
pensiamo soltanto alle tematiche ambientali, per le 
lotte e l'opposizione e luoghi della comunicazione 
intersoggettiva, ma essi sono vissuto con un grado 
di partecipazione diverso e variabile nel tempo e la 
stessa interazione diventa ardua se rapportata su 
scala continentale, europea o mondiale, con le lotte 
e piu' diverse espressioni comunitarie dei fratelli 
sfruttati del mondo di “sotto", che si rivoltano e sono 
massacrati, che premono in massa per uscire dal 
mattatoio. 

La situazione si complica quando "un pezzo" del 
Sud del mondo riesce a incunearsi, com’e' avvenuto 
al Nord, mentre i pezzi di nord al sud non sono che 
piccole e scarse isole di privilegio relativo. 

Mai come oggi, in questa situazione, una compo- 
sizione di classe dell'operaio-sociale, che e' stata 
politicamente atomizzata mentre l'operaio-massa 
era cacciato ai margini della valorizzazione capi- 
talistica, avverte nella contiguità' ad esempio con gli 
immigrati extracomunitari la precarietà' del proprio 
valore legato alla stabilizzazione del comando capi- 
talistico. E’ qui l'essenza del razzismo moderno, la 
radice deN'incomunicabilita'. 

Dire se' stessi e farsi capire aprendosi incondizio- 
namente gli uni agli altri in un mondo in cui le stra- 
tegie comunicative sono uno dei "segreti" del co- 
mando: ecco il paradigma storico attuale! 

Gli strumenti principali del comunicare, della co- 
municazione di parte proletaria, sono i linguaggi e i 
comportamenti. Non e' certo sul piano della teoria, 
dell'analisi o della politica che oggi questa co- 
municazione e' immediatamente possibile sul piano 
europeo ma soprattutto su quello mondiale, ma già' 
concepire questo rovesciamento della teoria nella 
prassi costitutiva della comunicazione di parte pro- 
letaria e' possibile solo a partire da un estremo ri- 
gore dell'analisi e della ricerca teorica da parte no- 
stra, se il movimento dell'autonomia operaia vuol 


20 


ecn 




essere effettivamente quel movimento che con- 
nette.... 

Se vogliamo cogliere, in quella babele dei linguaggi 
incomunicanti, ciò’ che vive, embrionalmente, del 
plurilinguismo della liberazione dobbiamo innanzi- 
tutto demistificare gli strumenti che sono alla base 
della comunicazione, a cominciare dai piu' moderni e 
dal loro presunto carattere democratico. 

I linguaggi e i comportamenti devono essere co- 
municati senno' non esiste soggettività', non siamo 
soggetti di alcunché 1 . 

La comunicazione viaggia attraverso informazioni, 
sempre piu' in tempo reale. Succede ormai che le 
informazioni di chi non ha strumenti per trasmetterle 
in tempo reale o quasi, addirittura non viaggiano 
nemmeno: non giungono a destinazione o, quando 
vi giungono, hanno perso ogni efficacia comunica- 
tiva reale, diventano semplice memoria. 

Memoria le lotte, memoria il sabotaggio sociale, 
memoria i tanti massacri quotidiani che spuntano 
qualche riga qua e la' nei giornali tipo il Manifesto. 
Memoria per pochi, tranne che per chi li ha vissuti. 
Ora la memoria e' importante ed e' anche una bella 
cosa, la teoria e l'analisi riposano su tempi dilatati 
della fruizione, ma la comunicazione dei comporta- 
menti non omologhi al comando, al potere del capi- 
tale sociale, deve avvenire in tempo reale quanto- 
meno all'interno della rete della sovversione sociale: 
nel nostro vecchio continente, per cominciare, e poi 
nel mondo. 

Comunicazione e' ancora linguaggio deideologiz- 
zato, nella teoria, nella politica, nell'informare, dei- 
deologizzata anche la controinformazione. Deideo- 
logizzare il linguaggio senza eccessivamente sem- 
plificarlo, impoverirlo, anzi rendendolo piu' ricco, fi- 
gurativo, immaginifico e' cosa oltremodo impegna- 
tiva. la differenza non e' tra il facile e il difficile, ci 
sono concetti facili e concetti difficili da compren- 
dere, e tali rimangono: il problema e' spiegare, non 
semplificare! 

La realta' oggi e' cosi' complessa e difficile da 
escludere ogni riduzionismo deduttivo da schemi 
prefissati, essa ci costringe all'induzione: dal fe- 
nomeno alle cause, non piu' dalla cause alla de- 
finizione del fenomeno, dai particolare all'universale. 
Dentro il fenomeno della babele dei linguaggi inco- 
municanti avviene il processo di conoscenza indut- 
tiva dei possibili percorsi di un plurilinguismo della 
liberazione di tutti i proletari del mondo dallo sfrutta- 
mento imperialista. Dentro l'aspetto fenomenico 
epocale, amici-nemici, del conflitto, indurre la co- 
noscenza del processo costitutivo, necessariamente 
comunitario, dei nuovi percorsi possibili, deideolo- 
gizzati, di quel movimento di separazione-libera- 
zione-abolizione che noi ci ostiniamo a chiamare 
comuniSmo. Un movimento reale che o si costituisce 
o non e'. 


Vogliamo insistere, in conclusione, su questo con- 
cetto di costituzione. Il concetto di costituzione e' il 
contrario del concetto di genesi: non e' piu' lo svi- 
luppo del capitalismo che genera il nuovo soggetto 
di classe che realizza l'antagonismo, la sua antitesi, 
cosi' come non e' piu' possibile dedurre la composi- 
zione di classe da quella del capitale. Il processo e' 
costitutivo e induttivo insieme. Lo sviluppo delia 
sussunzione reale del lavoro nel capitale non ha 
capacita' creative in quel senso: esso e' essenzial- 
mente distruttivo; omologa, certo, ma distruggendo 
sul nascere ogni politicità' della forza-lavoro. La 
composizione del capitale, neH'economia-mondo, e' 
essenzialmente politica: comando allo stato puro, 
senza potenza creativa di valore! Che cosa e' pos- 
sibile dedurre da questo monolite in termini di co- 
noscenza della nuova composizione di classe? Un 
bel nulla! 

Nemmeno dilatando al massimo l'estensione dello 
schema interpretativo marxiano, del Marx della cri- 
tica dell'economia politica e dei Grundrisse, all'e- 
pocalita' della svolta che si e' consumata sotto i no- 
stri occhi, posiamo dedurre alcunché' che non sia 
analisi, pur necessaria, dell'esistente. 

Cosi' oggi noi sappiamo quel che e' stato, cono- 
sciamo la fenomenologia dell'esistente ma non sap- 
piamo il futuro: se da questa moderna torre di Ba- 
bele sortirà' il linguaggio della liberazione dallo 
sfruttamento dell'uomo sull'uomo o essa sia la forma 
del declino del pianeta e del genere umano! 

Un dubbio enorme, sospeso sopra di noi; ma ac- 
canto, la rabbia potente per la sofferenza e l'alie- 
nazione inflittaci, che non e' certo di origine divina! 
Ribellarsi e' giusto, con ogni mezzo necessario, 
anche quando grande e' il disordine sotto il cielo e 
nient'affatto, per ora, eccellente la situazione! 


3.2 File : GIORNALE.TXT 


Come giornale di movimento abbiamo deciso di uti- 
lizzare la rete ECN per immettere alcuni articoli da 
noi pubblicati nell'ultimo numero, il 49 del maggio di 
quest'anno. 

Successivamente e' nostra intenzione metterli anche 
in inglese per dar modo a tutti i compagni delle si- 
tuazioni internazionali di ricevere parti del giornale 
(tutto e' ancora un'utopia, sic!) direttamente tradotte. 

Ma questo, la possibilità' offertaci dall'esistenza e il 
percorso della rete ECN, crediamo sia un aspetto 
importante se assunto da tutte le realtà', non solo 
come allargamento potenziale dei nostri "lettori", ma 
sopratutto come tentativo di impostare un dibattito 
politico, una discussione che può' realmente avve- 
nire praticamente in tempo reale, tra noi, altri giornali 


21 


ecn 




di movimento, compagni, realtà' di lotta e aggrega- 
zioni collettive. 

E' importante compagni, secondo noi, che l'agire 
comunicativo non si fermi ai semplici dettami del 
know-how di chi "lavora" con notizie, ma assuma 
tutte le caratteristiche di una tensione collettiva a 
contribuire, a discutere, a creare, ad intessere una 
rete di relazioni reali tra tutti coloro che usano gior- 
nali, radio, fax, reti ecc. 

La nostra e' una proposta, oltre che un salto in 
avanti come giornale. 

La facciamo a tutti i compagni delle redazioni degli 
altri fogli di movimento, centri di documentazione, 
radio e tutti glia altri. 

Chiediamo sopratutto che ciò' che immettiamo non 
solo venga utilizzato ma anche corrisponda ad un 
feed-back, ad un ritorno di discussione che noi sa- 
remmo ben felici di sostenere e continuare. 

La Redazione di AUTONOMIA 


4.1 File : AUT49CYB.TXT 


CYBER.DOC 

RELEASE 2.0 

Il senso di questo nostro contributo va colto inte- 
ramente come estensione e prosecuzione di un di- 
battito interno al movimento che ha realmente ini- 
ziato ad assumere una dimensione generalizzata e 
vasta. 

E' lo sforzo e la tensione, diversa, non omogenea, 
magari embrionale, ma presente ovunque, che sca- 
turisce da esperienze politico/organizzative quali i 
gruppi ECN (European Counter Network) che pon- 
gono la loro centralità' di interessi ed intervento sul 
piano dell’agire comunicativo del/dei movimenti per 
la costituzione di percorsi di sovversione 
dell'esistente. 

Il dibattito e' tutto aperto, l'approccio a vari segmenti 
di analisi di ciò' che ci circonda e' il piu' vario, ma, 
proprio per questo, rivestono per noi un'importanza 
estrema l'intervenire, il proporre, l'avanzare ipotesi e 
concetti che sempre piu' si intrecciano con la nostra 
pratica materiale di costituzione, gestione, uso di 
strumenti, di “reti", di percorsi, 

Secondo noi nulla può' prescindere dal conquistare 
la capacita' di misurarsi con le modificazioni sostan- 
ziali, epocali, a cui abbiamo assistito in questa fase 
storico-politica. 


THE SILICON SOCIETY 

Ci interessa nel tracciato di questo breve capitoletto 
ri/affermare l'importanza dell'acquisizione del pas- 
saggio storico- economico-politico alia nuova di- 
mensione produttiva del dominio, e quindi ai nuovi 
assi e contorni della brutalità' dello sfruttamento ca- 
pitalistico e imperialista sui soggetti sociali. 

L'abbiamo vista definire in mille maniere e forse ab- 
biamo scelto questo titolo poiché' piu’ legato alle 
"leggende" propagandistiche del regime. 

In tutte le analisi e tracciati teorici (che valga la pena 
di osservare) un dato e' comune: la trasformazione, 
il passaggio, violento e drammatico, a questo tipo di 
dimensione sociale che ci circonda e' stato ed e' ra- 
dicale e di "non ritorno". 

chiamiamola "terza ondata" o “Wired Society" o al- 
tro, ma omogeneo e' questo assunto di partenza. 

Per noi, che esprimiamo la nostra identità' dentro la 
continuità' (non continuismo) di alcune categorie e 
parametri emersi in decenni di lotte e affermazione 
di percorsi antagonisti, il concetto da cui si parte e' la 
nuova estensione ed organizzazione del lavoro 
produttivo sulle intere dinamiche di vita dei soggetti 
sociali produttori, un lavoro produttivo che oggi in- 


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segue, ricopre, assorbe interamente tutti gli interstizi 
della vita sociale. 

Il passaggio dalla citta-fabbrica alla società' della 
sussunzione reale (in cui il capitale sussume entro le 
sue “maglie" tutte le potenzialità 1 produttive della 
società' ed esercita la sua capacita' in quanto ne- 
cessita' di attualizzare tutto il lavoro morto che vi 
giace) rappresenta il nuovo “terreno fertile 0 o 
“ambiente" (per dirla appunto con l'informatica) in cui 
il dispotismo dell'impero può' (e deve) far “girare" il 
software dello sfruttamento, del controllo, del co- 
mando su soggetti sociali, che esprimono ca- 
ratteristiche, potenzialità', “codici" differenti e mutati 
da quelli di un tempo. 

Un lavoro sociale produttivo che si fonda sulla 
espropriazione completa non piu' del singolo pro- 
duttore e della sua produzione, bensi' sulla espro- 
priazione completa della sua capacita'/potenzialita' 
di essere cooperante, di essere comunità', di espri- 
mere comunicazione e quindi conoscenza. 

Il compito del capitale e’ inseguire le potenzialità' 
produttive espresse da questo tipo di soggetto so- 
ciale, organizzarle tecnologicamente per il dominio e 
la riproduzione di esso, espropriarle quindi in- 
teramente a mezzo di comando, funzionalizzarle in- 
teramente per la ri/produzione del comando stesso. 


COMUNICAZIONE 

Da questo parziale ragionamento “precipita" la no- 
stra percezione della “comunicazione". Essa e' 
un'agire ed e' la caratteristica fondamentale delle 
potenzialità' espresse dalla comunità' dei nuovi 
soggetti e, ovviamente, e' un agire anche per il ca- 
pitale e il dominio in quanto esso e' costretto, per 
mantenersi tale, ad appropriarsene, ad anticiparla, 
ad esercitare la propria sovrapposizione sulla capa- 
cita' da parte dei soggetti sociali di essere comunità' 
e di esprimere autonomia e separatezza. La comu- 
nicazione diventa per la dimensione capitalistica 
organizzazione tecnologica del lavoro sociale pro- 
duttivo, e' cioè' modo di produzione e di 
ri/produzione del comando. 

Solo negando le capacita'/potenzialita' di autonomia 
e autovalorizzazione separata dei soggetti, mistifi- 
cando la loro caratteristica collettiva di produttori, 
espropriando la spontaneità' proletaria dell'agire co- 
municativo e riconsegnando in feed-back soggetti- 
vita' create ad arte per gestire direttamente i codici 
inerti della produzione immateriale e informatica, 
l'impero può' alienare la spinta verso la liberazione. 


INFORMAZIONE: 

con questi presupposti proviamo a misurarci anche 
con la necessita' di comprendere che cosa si annida 
dentro a questo termine. 

Se la comunicazione si costituisce come modo di 
produzione, osserviamo la materializzazione del- 
l'informazione come merce in quanto prodotto della 
compressione forzata e violenta, dittatoriale, della 
comunicazione entro meccanismi "inerziali" di ri- 
produzione e affermazione del reale. 

Ma e' proprio su quell"'inerte o inerziale" che si 
possono aprire vari filoni di riflessione, in quanto, a 
nostro avviso, e' li' che si gioca anche la maggior 
percezione dell'alterita' del rifiuto proletario della di- 
mensione del capitalismo maturo. 

Essa (l'informazione) e' una merce che trasuda della 
essenza stessa della necessita'/capacita' da parte 
del capitale di dominare l'agire comunicativo e lo 
scambio di conoscenza di parte proletaria. 

Essa ha la “forma" dell'espropriazione e deve essere 
percepita e assunta come negazione e misti- 
ficazione, poiché' in essa albergano le caratteristiche 
“genetiche" del dominio. 

La sua capacita' di divenire veicolo della riprodu- 
zione del comando e aggancio diretto per la cre- 
azione delle “soggettività 1 vuote", che assicurano al 
capitalismo maturo l'ubiquità' del controllo, la ren- 
dono un oggetto ambiguo, inerte e attivo allo stesso 
tempo, prodotto freddo ma anche vivo allo stesso 
momento, proprio perche' capace di garantire una 
mediazione tra l'estrema durezza in termini dittato- 
riali e dispotici del dominio e le proprietà' intrinseche 
dell'agire comunicativo sociale. 

Insomma non ci sembra per nulla “utopica" questa 
dimensione dell'informazione; anzi ci sembra se- 
gregato in essa “l'affanno dell'anticipo" del capitale 
maturo sulla comunità' proletaria. 

Pensiamo solo alla dimensione della guerra im- 
perialista e del ruolo dell'informazione: viene im- 
mediata la comprensione di come essa eserciti un 
ruolo fondamentale nell'estensione e rafforzamento 
dello stato del terrore. 


BLADE RUNNER 

In questa apocalittica scena -da BLADE RUNNER 
appunto- si gioca io scontro dell'oggi, con percorsi 
da parte nostra tutti da scoprire, verificare, con cer- 
tezze che non possediamo, 

Ma dopo questi parziali spunti d'analisi qualche cosa 
ci appare, in tante offuscate immagini, piu' chiaro e 
concreto. 

Noi puntiamo alla riappropriazione innanzitutto del- 
l'agire comunicativo percorrendo, in termini di costi- 
tuzione politica, in termini di contropotere reale, la 
strada della tendenziale separatezza. Per questo 


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non ci interessa "scimmiottare" l'attualita' quando 
parliamo di "rete telematica" ma decostruire la re- 
alta', ovvero distruggere ciò' che costituisce 
l'espropriazione diretta delia comunicazione e co- 
struire allo stesso tempo i presupposti materiali per 
lo sviluppo del contropotere. 

Come sempre poniamo al centro lo sviluppo e l'au- 
tonomia di questo "soggetto in processo", contro la 
sua dipendenza, il suo asservimento, il suo 
“sequestro" operato dalle forze capitalistiche. 
Riappropriazione proletaria in termini di sovversione 
sociale quindi, per l'affermazione, la demi- 
stificazione, il sabotaggio. 

AFFERMAZIONE, del nostro diritto di esistere in 
quanto comunità', in quanto comunicazione e tra- 
smissione di conoscenza altra, di conoscenza con- 
tro. 

DEMISTIFICAZIONE, come attacco al progetto 
alienante e atomizzante del dominio nel renderci 
incapaci di intessere relazioni autonome e nostre, 
ribadendo la nostra caratteristica di collettivo e non 
di "moltitudine di esseri isolati tra loro". 

SABOTAGGIO, come rottura della mediazione 
operata dall'informazione di regime, come capacita' 
di tramutare in incomprimibile la potenzialità' della 
cooperazione sociale, oggi ostaggio dello sfrutta- 
mento, affermando percorsi altri e rivoluzionari, di 
liberazione, incompatibili con questa organizzazione 
sociale. 

Non vogliamo con questo “chiudere" un dibattito e 
un terreno di inchiesta che e' tutto da sviluppare, ma 
e' su questi presupposti che noi intrawediamo la 
necessita' della "rete" (telematica o altro che sia) 
del/dei movimenti. Intrawediamo nella costruzione 
materiale di questa possibilità' tutta la carica del 
pensare e volere autodeterminata la nostra vita. Per 
lo sviluppo di una "rete” di contropoteri. 

7 SABOTATORI SONO IN AZIONE, TAMA NEW 
TOWN DEVE TREMARE" (cfr. Masuda). 

ECN PADOVA 


5 File : FICOMUN.ZIP 


PER LA COSTRUZIONE DI UN'AGENZIA 
DI COMUNICAZIONE 

Questo documento, oltre a presentare un progetto di 
massima per la creazione di un'Agenzia di Co- 
municazione, e' un esplicita proposta a lavorare ed a 
collaborare con essa. 

Il documento si divide in due parti. Una prima parte 
dove si delinea il ruolo della comunicazione nel si- 
stema-mondo e, ciò' che noi intendiamo per co- 
municazione. Una seconda parte che mette a fuoco 
la necessita' di agire sul terreno della comunicazione 
e individua dei primi terreni di applicazione. Quello 
che proponiamo e' un sistema comunicativo non una 
serie di momenti staccati fra loro. Il progetto fun- 
ziona se riesce a mettere in atto meccanismi di co- 
municazione, capaci di fare tendenza in citta', capaci 
di contribuire al superamento dell'esistente. Per far 
questo occorre l'energia, l'impegno diretto, la creati- 
vità', il sostegno finanziario di tutti coloro che riten- 
gono necessario il superamento dello stato di cose 
presente. 


1. COMUNICAZIONE E DOMINIO UN BINOMIO 
INSCINDIBILE 

Nel villaggio globale della società' massmediata che 
si awale dei satelliti la Comunicazione ha la natura 
di merce eccellente, consentendo, oltre alla valo- 
rizzazione dei profitti delle industrie del settore, la 
valorizzazione di tutte le altre merci. 

Processo, questo, che awiene attraverso la co- 
struzione di un senso comune capace di determi- 
nare status Symbol e di indurre “bisogni" di con- 
sumo. Senso comune che non serve solamente ad 
imprimere particolari tendenze al mercato mondiale, 
ma trova la massima espressione nel legittimare le 
forme di dominio e di comando. Non solo l'opinione 
pubblica e' espressa da chi e da come i media vo- 
gliono far parlare, vogliono far vedere; il senso co- 
mune pretende di identificare e far identificare 
l'opinione pubblica con l'interesse generale. Inte- 
resse generale costituito dalle “magnifiche e pro- 
gressive sorti del capitalismo" - il profitto. La comu- 
nicazione non costruisce l'opinione pubblica, come 
troppi continuano a pensare, la sostituisce, la esau- 
tora. L'esempio della guerra del Golfo e' troppo vi- 
cino per non essere rivisitato. 

Come tutti gli specialisti anche gli esperti di co- 
municazione sono incorsi nell'errore di assolutizzare 
la propria branca separata di competenza finendo 
per dimenticare alcune elementari verità' : 


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- le strutture e le tecniche della comunicazione sono 
esse stesse figlie delle guerre e della ricerca militare 
(codificazioni, satelliti...) ; 

- la comunicazione di per se' risponde ad una logica 
di guerra, dal banale potere di dire e non dire al 
controllo del tempo, alla simulazione della realtà' fino 
allo sdoppiamento di essa ; 

- la comunicazione e' una delle armi strategiche sia 
nei confronti delPawersario che degli eventuali mo- 
vimenti disfattisti nelle retrovie e' perciò' indi- 
spensabile oscurare l'orizzonte esplorativo dell'o- 
pinione pubblica ; 

- Cleaning for... non e' un salto indietro nel tempo 
imposto da retrive gerarchie militari. ETapplicazione 
del complesso militar-comunicativo dellimperialismo 
della lezione del Vietnam. 

I bombardamenti su Hanoi, sulla pista di Ho chi min 
fecero il giro del mondo dando, molti anni prima del 
film, l'idea dell'Apocalypse now. Immagini che hanno 
avuto un effetto simile ai giovani di Tien an men che 
resistono di fronte ai carri armati. Immagini che 
l'imperialismo circuita solo se avvengono al di fuori 
del proprio campo di dominio. Proprio per evitare 
effetti Vietnam. 

Sono bastate semplici misure : 

- limitare le immagini. Hanno il difetto di finire per 
travolgere le parole dei commentatori. Vanno se- 
lezionate, sottoposte ad opera di taglio e ricucitura 
per confezionare messaggi che siano inequivocabili 
come segno e senso ; 

- Far passare come agente di guerra solamente 
l'avversario. Sordo e sprezzante di ogni inziativa in- 
trapresa dai nostri politici e diplomatici, insensibile 
agli appelli lanciati delle piu' alte autorità' morali 
(Papa polacco) ; 

- Stordire l'ascoltatore bersagliandolo con comu- 
nicati criptici ed interviste ai potenti che hanno il du- 
plice scopo di farlo sentire incapace di intendere ed 
al tempo stesso rassicurato dai fatto che i suoi inte- 
ressi sono comuni a quelli di tutto il “Mondo libero" ; 

- Far pesare l'awenuta soprapposizione fra media 
ed opinione pubblica, cosicché' e' tutto un problema 
di specialisti ed operatori dell'informazione. La voce 
popolare non può' sparire dall'Immaginario collettivo, 
compito che viene assolto dai sondaggi che la im- 
plementano costantemnte a tempo reale con 
l'evoluzione degli avvenimenti. Sondaggi d'opinione 
che, e' bene ricordare, la stessa industria pubblicita- 
ria Usa ha abbandonato alla fine degli anni '50 per- 
che' inattendibili. 

Al posto della guerra l'esempio poteva essere il 
rapporto Nord-Sud o l'ecocidio perpetrato ai danni 
della biosfera, nel mentre crescono le trasmissioni 
dedicate all'ambiente ed alla crescita di una co- 
scienza ambientale... 

Riteniamo che la questione centrale non sia piu' 
l'opera di manipolazione delle notizie, le tecniche di 


persuasione piu' o meno occulte. Oggi i Media ma- 
nipolano la realta' per intero, niente di meno. Per far 
questo si avvalgono di tutto il Know-how ereditato 
dalia ricerca militar-spaziale e di un'industria di alta 
specialità' in grado di trattare qualsiasi merce co- 
municativa, da uno spot, un messaggio, 
un'immagine o qualsiasi altra combinazione per farla 
consumare e metabolizzare nel modo piu' proficuo. 
Sono ormai numerosi gli studi che analizzano e 
mettono a nudo queste tecniche e non possiamo 
che fare esplicito riferimento ad essi, limitandoci a 
sottolineare l'irreversibilità' del linguaggio di guerra 
assunto dall'Industria della comunicazione e che 
sgombra il campo da passate letture ideologiche che 
vedevano nei Media il solo elemento della mi- 
stificazione ed affidavano ai compagni il ruolo di 
controinformare, o di decodificare, agendo sempre di 
rimessa ed in maniera sistematicamente subalterna. 


2. COMUNICAZIONE PER IL CAMBIAMENTO 

Nella Comunicazione per il dominio il primo termine 
diventa parte del secondo, non può' vivere altrimenti. 
Non c'e' comunicazione senza alta tecnologia scan- 
dita dal tempo impercettibile all'uomo del miliarde- 
simo di secondo(nanosecondo), con il distacco che 
questa comporla rispetto ai tempi ed alle categorie 
comunicative controllabili dagli esseri umani. Spari- 
scono tutte le tecniche piu' elementari di comunica- 
zione ed il senso e' preciso : non c'e' niente da 
scambiare, non e' questo il tema della comunica- 
zione. 

Comunicare per il dominio significa far assumere 
comportamenti, indurre bisogni, legittimare norme, 
quotare valori. 

Eppure tutti ricordano, si potrebbe dire parafrasando 
Orwell, che per comunicare con gli altri bisogna so- 
lamente avere la voglia di farlo. Si comunica con 
segni e gesti, si comunica parlando, cantando, 
scrivendo... Gli strumenti possono essere i piu' di- 
versi da una manciata di sassolini ad una coperta 
per alzare segnali di fumo all'alta tecnologia. Questo 
non significa che gli strumenti siano indifferenti, che 
conta solo chi gli usa. Significa che innanzitutto oc- 
corre riappropriarsi del senso del comunicare : in- 
chiesta, analisi, comprensione, conoscenza per tra- 
sformare. 

Per noi comunicazione significa far sapere ed agire 
la critica radicale e sistematica allo stato di cose 
presente. Comunicazione e' partire dalla cruda re- 
alta' per provare a modificarla ; comunicazione e 1 
contropotere, contrapposizione permanente al lin- 
guaggio di guerra del dominio, non con la co- 
struzione di modelli speculari ad esse, ma di segno 
opposto, ma come capacita' di restituire al soggetto 
la forza e la natura del comunicare all'interno di un 
sistema comunicativo -concepito come reticolo di 


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relazioni, costituite attorno ai valori di fondo della 
nostra esperienza, eguaglianza, solidarietà', comu- 
nanza, autonomia, autogestione, internazionalismo. 


3. UN SISTEMA COMUNICATIVO 

Dar vita, dentro questi orizzonti, ad un sistema co- 
municativo non significa, semplicemente, dotarsi di 
una serie di strumenti piu' potenti e moderni. Non 
sono gli strumenti a costruire un sistema co- 
municativo ma i soggetti. L'utilizzo degli strumenti 
serve a far funzionare il sistema comunicativo nel 
migliore dei modi possibile. Questo comporta 
estrema chiarezza su alcune questioni. 

1) Consapevolezza della natura degli strumenti che 
finiremo per utilizzare. Sappiamo, lo abbiamo scritto 
e spiegato in numerosi documenti, che la scienza 
oltre a non essere neutra e' direttamente forza pro- 
duttiva del capitale. Nelle sue applicazioni tecnolo- 
giche non c'e' solo l'elemento produttivistico della 
velocizzazione; c'e 1 oggettivato, il dominio del capi- 
tale suH'umanita' che diventa dominio della mac- 
china suH'umanita' stessa, concepita come esten- 
sione della tecnologia. Pensiamo al computer, ad 
esempio, di cui si strombazza da tante parti la pre- 
supposta natura democratica. Non ci interessa, in 
questo contesto, ricordare e ribadire l'aumento del 
tasso di sfruttamento determinato dall'introduzione 
dei sistemi informatizzati nei posti di lavoro. Ci inte- 
ressa aver chiaro cosa rappresenta uno degli stru- 
menti che piu' useremo nell'attività' di Agenzia. Par- 
tiamo dall'ovvia e stracitata formuletta che non c'e' 
niente di piu' imbecille di circuiti che rispondono alla 
logica binaria, al passaggio o non passaggio di elet- 
tricità'. Formula che consente un approccio psicolo- 
gico di superiorità' dell'uomo sulla macchina dalla 
chiara funzione rassicurativa. Ben diversa, poi, la 
realta'. Il computer e' progettato per essere usato da 
chi non conosce ne' la sua struttura fisica (hardware) 
ne' tantomeno i sofisticati programmi applicativi 
(software) che servono ad elaborare i dati che su- 
pinamente l'operatore immette. Una espropriazione 
completa quindi, accompagnata da ulteriori e piu' 
profonde espropriazioni. Quella del percezione del 
tempo, ad esempio. Il computer viagga a nanose- 
condi, unita' temporale impercettibile per gli esseri 
umani. Espropriazione del linguaggio che avviene a 
vari livelli, a seconda della collocazione lavorativa : 
dal linguaggio-macchina vero e proprio, ai linguaggi 
di programmazione, ai linguaggi sempre piu' vicini al 
nostro, tutti mantengono caratteristiche di interfac- 
ciamento dell'uomo con la macchina, snaturando il 
nostro linguaggio con una sostanziale perdita di co- 
strutto e di svolgimento. 

Espropriazione della memoria, perche' mentre si di- 
strugge la memoria storica, mentre si distruggono i 


canali classici della trasmissione di memoria a co- 
minciare dalla memoria orale, la società' cibernetica 
prevede la conservazione di memoria in appositi 
supporti magnetici (memorie di massa). Espropria- 
zione dalla realta' perche' si perde il confine fra il 
reale ed il mondo virtuale della simulazione, indu- 
cendo molteplici forme di schizofrenia e di psichia- 
trizzazione del quoditiano. 

Questa premessa serve a porre l'accento sulla ne- 
cessita' di una piena consapevolezza della natura 
degli strumenti che si adoperano in modo da non far 
insorgere pericolosi abbagli sull'onnipotenza dei 
macchinari. 

2) Consapevolezza che si collega all'assunzione di 
un metodo teso a dimensionare i problemi tecnico- 
organizzativi dentro il progetto generale di comuni- 
cazione antagonista di cui siamo portatori. Chia- 
miamo Comunicazione la capacita'/possibilita' di 
svelare e rendere percettibili, usufruibili, comprensi- 
bili le mille realta' di alienazione e sfruttamento 
prodotte dalla cosiddetta società' complessa -e la 
cui frantumazione propria del tessuto metropolitano 
rende possibile al dominio governabilità' ed esten- 
sione del controllo sociale. Comunicazione volta a 
interpretare la realta' non per specchiarvisi ma per 
rivoluzionaria. Comunicazione che diventa verifica 
della critica radicale alla presente organizzazione 
sociale fin nei suoi tratti piu' nascosti, ma che si ri- 
velano decisivi nel detrminare il quotidiano di milioni 
di esseri umani. 

3) Comunicazione e' per noi rottura del mondo se- 
parato dell'informazione. Mondo separato che ge- 
nera una vera e propria linea di montaggio che parte 
dall'espropriazione del produttore di azione. Primo 
processo: un atto, un messaggio viene trasformato 
in notizia. Il soggetto produttore compare solo in 
questa fase, quando il suo agire, il suo parlare, il suo 
comportamento viene intervistato, indagato, regi- 
strato. Finita quest'opera di vivisezione il soggetto 
sparisce. Soggetto diviene la notizia, prodotta da chi 
e' preposto, nella divisione sociale del lavoro, a 
raccoglierla. La notizia raccolta viene confezionata e 
ne viene deciso l'uso piu' appropriato e consono, a 
seconda del momento, del contesto.... Dalla deci- 
sione d'uso dipende la rilevanza e la forma con cui 
viene divulgata. Siamo all'ultimo stadio di produzione 
: la notizia e' pronta ad essere consumata, usata 
politicamente. L'unico elemento certo e' che nes- 
suno raccoglierà' il significato del produttore 
d'azione, tantomeno qualcuno risponderà' ai pro- 
blemi sollevati da quell'atto iniziale di cui la casta dei 
professionisti dell'informazione ha orami fatto per- 
dere le tracce. 

Per noi il processo e' radicalmente diverso. Il criterio 
e' la promozione del soggetto comunicante e non 
l'intermediazione fra questo ed il mondo del- 


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ecn 




l'informazione. L'informazione antagonista non può' 
scimmiottare il comportamento delle agenzie di 
stampa; non filtra le notizie, magari colorandole con 
linguaggio e significato eversivo. Interagisce con il 
soggetto comunicante e ne promuove l'interazione 
sia con il tessuto sociale, sia contro le forme del po- 
tere. L'interattivita’ funziona se riesce a dare diffu- 
sione al messaggio e al tempo stesso riesce a sot- 
trarlo alle leggi dei mercato informativo -che di volta 
in volta decide se spettacolarizzare e trasformare un 
atto in evento o se sommergerlo con il silenzio; 
mercato informativo che determina i tempi di deca- 
dimento dell'attualità' di un argomento sulla base dei 
rilevamenti di audience e della sottomissione al po- 
tere. Il sistema comunicativo deve avere le caratte- 
ristiche della circolarità' capace di restituire al sog- 
getto l'atto o azione iniziale diffuso e cortocircuitato 
nella metropoli cosicché' se ne possa avvallare al 
fine di costituire la propria autonomia e utilizzare al 
massimo il significato e l'eventuale dirompenza 
dell'atto iniziale. 


4. AGENZIA DI COMUNICAZIONE PER UN SALTO 
DI QUAUTA' 

Troppo spesso vediamo compagni valutare il portato 
di iniziative politiche in base all'eco che questa as- 
sumono nei media. Questo evidenzia, oltre alla giu- 
sta volontà' di non essre trattati da invisibili, la ne- 
cessita' di rivolgersi al sociale, di mandare segnali, 
accettando per buona anche la forma totalmente 
travisata che il segnale assume nei media. Ebbene, 
pensiamo che sia possibile un salto di qualità', che 
sia possibile attrezzarsi per comunicare e far comu- 
nicare direttamente, senza mediazioni. Oggi nelle 
aree metropolitante le pagine di cronaca o i notiziari 
locali di radio e Tv sono le uniche voci che parlano di 
quello che ci accade intorno. I Tg della Tv di Stato 
sono l'unica finestra aperta sull'Italia e sul Mondo. 
L'unica eccezione a questo desertico panorama e' 
rappresentato dall'azione dei movimenti. Quando ci 
sono movimenti c'e' uno stravolgimento di segno. La 
comunicazione e' assunta in propria e' socializzata 
alla citta' con le lotte, le azioni dirette, i cortei, gli 
interventi di animazione, l'assedio dei luoghi di po- 
tere. I luoghi d'azione del movimento divengono 
punto di riferimento per chiunque voglia sapere e 
capire con la propria testa, sia disposto a farsi 
contaminare, voglia dire la sua o soltanto raccontare 
qualcosa. 

I media non possono esorcizzare i movimenti de- 
vono scegliere : o combatterli o farli passare come 
fatto di costume. In ogni caso devono subire il con- 
tropotere comunicativo, come ricomposizione sociale 
in atto. E' un processo che abbiamo visto e vissuto 
anche dopo un decennio dominato dalla restaura- 
zione, dal cinismo, dall'indiferrenza, dal grigiore della 


democrazia blindata. Lo abbiamo visto in strati so- 
ciali e situazioni differenti : nella rivolta di Novoli 
contro l'inceneritore come nel movimento della 
Pantera, nei punti alti dell'esperienza dei centri so- 
ciali e delle occupazioni di case. Esauritasi l'onda 
d'urto dei movimenti prendeva il sopravvento la nor- 
malità' scandita da infinite e diverse sofferenze indi- 
viduali che non fanno notizia e che non appaiono 
nemmeno comunicabili. E' la schizofrenia metropo- 
litana che scandisce la vita attorno alla giornata la- 
vorativa sociale nei suoi tempi composti: orario di 
lavoro vero e proprio, tempo gettato nello spostarsi, 
tempo dedicato alla riproduzione psico-fi- 
sica.. .Scompare qualsiasi senso comune che non 
sìa quello del tirare avanti o del consumare, diventa 
sempre piu' difficile vedere unitariamente la realta' e 
vederla insieme a molti altri. 

Tutti pare devono seguire i propri percorsi d'alie- 
nazione. E' il tacito assenso alla guerra del tutti con- 
tro tutti, specie se poveri. 

La costruzione di un'Agenzia di Comunicazione e' un 
terreno pratico di opposizione a questa realta'. 
Un'Agenzia militante che nega il professionismo 
giornalismo, accorciando al massimo la distanza fra 
chi telefona o passa per far sapere qualcosa e chi si 
trova a dover raccogliere le comunicazioni. 
Un'Agenzia che non e' una struttura di servizio e 
tantomeno e' neutra, ma agisce come parte in causa 
negli avvenimenti che attraversano la società'. 
Un'Agenzia che funziona se attiva una rete anta- 
gonista capace di appropriarsi della comunicazione 
per fare un salto in avanti nelle lotte e nei processi di 
autorganizzazione sociale. 

Un'Agenzia che funziona quindi, se riesce a col- 
legare, a dare forza e promuovere una rete co- 
municativa, concetto con cui si intende tutto il com- 
plesso della pratica sociale del conflitto. 

Rete comunicativa costituita da singoli e da collettivi, 
da forme organizzate e forme improvvisate. 


5. DELLE PRIME IPOTESI DI FUNZIONAMENTO 

Il funzionamento di un'Agenzia del genere non può' 
che essere quotidiano. Un orario di apertura mat- 
tutino e pomeridiano preciso a cui tutti potranno fare 
riferimento. Questo implica la necessita' di dotarsi di 
strumenti (linee telefoniche, fax, modem+computer, 
televideo...) e di rapporti organici sia con la rete co- 
municativa a cui ti riferisci (comitati e associazioni 
che agiscono nel mondo del lavoro, sulla solidarietà' 
internazionale, sulle lotte ambientali, centri sociali, 
movimenti studenteschi) che con i nodi informativi 
ufficiali (agenzie di stampa, singole testate etc.). 
Rapporti che vanno concretizzati nella costruzione di 
strumenti ad uso collettivo che noi, per il momento, 
crediamo di individuare in : 


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- Un Notiziario quotidiano trasmesso via telefono, 
tenendo conto che il telefono e' tuttora il media piu' 
diffuso e, relativamente, economico. Con un gettone 
e' possibile sapere e far sapere notizie che nessun 
media diffonde. Uno strumento di uso e, al tempo 
stesso, di sicuro impulso all'attivazione di soggetti 
comunicanti visto che basta un gettone per comin- 
ciare a comunicare... 

- Un foglio murale (dal lunedi 1 al venerdì') che rais- 
suma le comunicazioni e gli avvenimenti piu' signi- 
ficativi, con un numero limitato di copie e da ap- 
pendere in spazi fissi (facolta', centri sociali, scuole, 
altri punti di ritrovo...) 

- L'attività' ECN (European Counter Network) che 
attualmente avviene a cadenza settimanale e che 
permette di avere e di diffondere le notizie prove- 
nienti dal movimento antagonista nazionale ed in- 
ternazionale. Già' nei 41 giorni della Guerra del golfo 
si e' visto l'importanza di uno strumento simile. 
L'ECN viene diffusa settimanalmente. Gli inetressati 
possono passare a prenderla direttamente in Via di 
Mezzo 46 il Venerdì' od abbonarsi per riceverla vìa 
posta, fax, o modem. 

- Delle News lettere che rappresentino, oltre all'Ecn, 
la nostra comunicazione diretta fuori dall'Italia. News 
lettere da fare o come aggiornamento di situazioni, o 
sulle cose dove esìste lavoro in parallelo in diverse 
situazioni (es. ingegneria genetica). 

- Un canale di attenzione internazionale (in accordo 
con Ecn e newsletters) capace di sviluppare contatti 
e rapporti ed anche di essere in grado, leggendo 
materiale in lingua, di far capire cosa succede al- 
trove. 

- L'apertura di un punto distributivo di libri, riviste, 
gadget, fanzines, nastri ed altro materiale prove- 
niente dai movimenti. 

- La definizione di una VIDEOTECA, con video 
prodotti da esperienze di lotta e films, come sicuro 
punto di riferimento per tutti coloro che organizzano 
serate e simili con questi materiali. 

- La messa appunto di una serie di basi dati in- 
formativi, dal materiale di Agenzia a cataloghi dei 
Centri di documentazione agli indirizzari di movi- 
mento. 

- L'uscita di un bollettino mensile "Comunicazione 
Antagonista" che risponda alla necessita' di creare 
una 'opinione pubblica' in sintonia con i com- 
portamenti, le campagne, il dibattito del movimento 
antagonista offrendo un tramite di collegamento 
anche individuale nella frammentazione me- 


tropolitana. Accanto al mensile la produzione di una 
serie di “Dossiere" monografici. 

- una finestra su ciò' che accade in campo culturale, 
dalla letteratura alla musica con l'attenzione a far 
capire dal di dentro fermenti e tendenze di cui i me- 
dia non danno traccia, o, se la danno, nella forma 
dell'accesso al mercato. 

- Un Seminario permanente sulla comunicazione 
antagonista che permetta, oltre alla riflessione sulla 
propria pratica ed alla discussione e studio di tec- 
niche ed interpretazioni, di entrare in contatto con i 
protagonisti delle iniziative in atto : dalle radio di 
movimento alle riviste politiche e controculturali ai 
fenomeni di stravolgimento della comunicazione uf- 
ficiale (hackers, cyberpunk...) 


6. STRUMENTI E COSTI : FAR PARTIRE UNA 
CAMPAGNA DI SOSTEGNO 

Un progetto del genere presenta costi altissimi. Costi 
di acquisizione, e di relativa manutenzione, degli 
strumenti. Costi di esercizio (bollette, forniture mate- 
riale, assistenza legale). 

Perche' un'esperienza del genere possa sopravvi- 
vere e' necessario che coloro che la ritengono utile, 
assummano in prima persona non solo il ruolo di 
collaboratori, ma anche quello di sostenitori fin da 
questo momento -organizzando feste, cene, col- 
lette, sottoscrivendo abbonamenti... 

Occorre altresi' che, anche chi si trovi una volta sola, 
occasionalmente, ad adoperare uno strumento lo 
faccia con le attenzioni dovute al rispetto di avere a 
che fare con un patrimonio collettivo che rende pos- 
sibile l'esistenza di una rete di comunicazione an- 
tagonista ed alternativa. 

Non dobbiamo inoltre dimenticare la vicenda del 
sequestro della posta indirizzata al Centro di Co- 
municazione Antagonista, e relativi processi in 
corso, che dimostrano come il potere non solo non 
sia disposto a regalare nessun spazio ma faccia 
dello strangolamento delle esperienze non omolo- 
gabili. E' un precedente significativo del tentativo di 
costruire muri davanti ai compagni, costringendoli a 
continui processi che significano tempo politico 
perso e spese legali da sostenere. 


28 


ecn 


6 File : PSICOGEO.ZIP 


IL DISCORSO DELL'ORDINE E 
L'AUTONOMIA VIRALE 
Note sulla sostanza Illusoria della citta' e sul suo 
Immaginarlo disciplinare 


“E in quel momento Cole avverti' la presenza della 
citta', meravigliosamente schifosa, dolcemente 
squallida, flessibile ma infrangibile. Le cianografìe 
dietro le palpebre, i grovigli di energia e i punti di 
riunione della gente: tutto ardeva nei buio mentale. 
E, travolto da un senso profondo, di indiscutibile 
identità', Cole disse: - daremo battaglia." 

John Shirley, "City come awalkin" 1 


SINTAGMI MORTI E VALORE D'USO 

I. Riprendersi la citta'? E per farne che? 

Piuttosto, trapiantare con violenza sul corpo sfatto 
dei nostri centri urbani un inaspettato reticolo di 
percorsi-umori, nuovi criteri esplorativi delio spazio- 
tempo alienato dal capitale. 

Piuttosto, distruggere l'eccentrismo obbligato per 
costruire, tra le vie brulicanti, un'anticitta' senza vi- 
sibili confini, in cui un viandante non riesca a co- 
gliere il preciso istante dell'ingresso o dell'uscita. Ne' 
un'immacolata e dolciastra utopia (1), perche' le 
passate esperienze di organizzazione del con- 
tropotere ci hanno sufficientemente edotti sulla du- 
rezza dello scontro, ne' la mai troppo deplorata 
guerra di trincea, il “frontkampfergeist'' spettacolare 
che inficia la riconquista ludica del quotidiano. 

II. La scomparsa del concetto tradizionale di 
"territorio" come spazio recipiente dei legami sociali 
e degli ambiti di aggregazione obbligata (luoghi di 
lavoro, scuole, chiese, case del popolo) e' dovuta 
allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione e 
controllo a distanza: in un ambiente telematizzato e 
ipercomunicante - dove i soldi si prelevano col 
bancomat, i rapporti commerciali s'intrattengono col 
fax o col minitei, gli spostamenti vengono seguiti con 
telecamere e tessere magnetiche (2), gli obiettivi di 
guerra vengono disintegrati da lontano e con preci- 
sione senza neppure un fugace faccia-a-faccia col 
nemico - la quota di immaginario prodotta da rap- 
porti "diretti" e amicali viene drasticamente ridotta. 
Nei paesi capitalisti avanzati, i media sono i veri 
agenti di riproduzione della forza-lavoro: invadendo 
l'immaginario collettivo, informano la società' e SI 
FANNO TERRITORIO. 


Per cui, esiste ed e 1 operante una tensione del co- 
mando capitalistico al superamento della nozione 
classica di citta', verso non si sa bene cosa ma si sa 
bene CONTRO CHI; noi non possiamo opporre a 
questo processo un assurdo tentativo di ristabilire i 
rapporti che informavano la vecchia citta' moderna, 
arroccandoci nelle consolanti reminiscenze del 
vecchio territorio e del suo valore d'uso. 

[ Jean-Luc Nancy ci esorta a “sgombrare l'orizzonte 
dietro di noi" (3): il rimpianto di una comunità' in- 
franta dall'irrompere della società' e delle moderne 
condizioni di ripartizione dei bisogni e dei segni, non 
e 1 stato che "una costruzione tardiva, con la quale si 
tento' di rispondere alla dura lezione dell'esperienza 
moderna (...) la Gesellschaft non ha dissolto, in- 
sieme allo Stato, all'Industria e al capitale, una Ge- 
meinschaft precedente". In realta' "[...la società'...] e 1 
sorta dalla sparizione, e talvolta dalla conservazione, 
di quanto - tribù 1 o imperi - aveva ben pochi rapporti 
sia con ciò 1 che chiamiamo "comunità'", sia con ciò 1 
che chiamiamo "società'". Pertanto la comunità', 
lungi dall'essere ciò' che la società' avrebbe infranto 
o smarrito, e' ciò' che ci aspetta - problema, attesa, 
evento, imperativo - a partire dalla società'. 

Oggi l'avvento di un nuovo totalitarismo transpolitico 
ci presenta le condizioni per un "avanzare nella re- 
gressione", offre le agevolazioni per un nuovo viag- 
gio organizzato nelle mitologie della "perdita": il ri- 
schio e' rimpiangere la vecchia società', i suoi valori 
d'uso, la sua dimensione della legalità, la sua lotta 
di classe molare. Noi dobbiamo andare avanti, su- 
perare la citta' ma in un'altra direzione, perche' il 
nostro "avanti" si e' da tempo configurato come un 
"altrove" rispetto all'"avanti" nel tempo del capitale.] 

III. La ricerca del ripristino del vecchio valore d'uso si 
e' quasi sempre rovesciata nell'illusione di un uso 
"altro" del valore: “Sono dure a morire le ultime illu- 
sioni circa il valore d'uso. Se ancora pochi anni fa, 
fino e non oltre le insurrezioni del '68 e '69, poteva 
avere senso praticare l'espropriazione come una fe- 
sta e l'uso straniante dei 'beni* disponibili come un 
gioco, e' passato da allora tutto il tempo necessario 
perche' il capitale, avvicinandosi la crisi energetica, 
finisse di consumare i limiti d'uso reale nell'ambito 
del suo sistema d'irrealta'. Sta a noi consumare i 
nostri limiti di consumatori. Nulla dell'oggettualita' 
allestita, e' praticabile senza finirne inglobati. Il 
'problema' non si pone intorno a una metodologia 
della riappropriazione che eluda semplicemente la 
mediazione del prezzo, e aggiunga cosi' al valore il 
brivido suppletivo del rischio. La critica dell'esistente 
investe innanzitutto la sostanza illusoria dell'oggetto, 
denuda la mortificazione del desiderio, e ritorna ar- 
mata sul 'soggetto': a chiedergli di meglio e di piu' . 
(...) ‘Prendiamoci la citta' 1 e 'espropriamo i proprie- 
tari' furono slogan che affermarono innanzitutto il 


29 


ecn 




valore d'uso della citta-capitale e l'esistenza di una 
reale ricchezza 'propria' (.■•) Vera guerra e vera 
gnosi iniziano dove finiscono le ultime illusioni sul 
'mondo* del fittizio.“(4) Poche cose paiono essere 
piu' vincolanti all'esistente dei rapporti borghesi di 
quella che potremmo chiamare IDEOLOGIA 
DELL'EQUA DISTRIBUZIONE (il salto logico al- 
l'indietro verso il valore d'uso), ideologia che, risa- 
lendo il filo rosso della critica radicale, troviamo già' 
contestata nella “Critica al programma di Gotha" ("Il 
socialismo volgare ha preso dagli economisti bor- 
ghesi [...] l'abitudine di considerare e trattare la 
distribuzione come indipendente dal modo di produ- 
zione, e perciò' di rappresentare il socialismo come 
qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla 
distribuzione. Dopo che il rapporto reale e' stato da 
molto tempo messo in chiaro, perche' tornare nuo- 
vamente indietro?"), e ne “Il capitale" (“ Una produ- 
zione determina quindi un consumo, una distribu- 
zione, uno scambio determinati, nonché' i determi- 
nati rapporti tra questi diversi momenti"). 

IV. Qual e' il valore d'uso ripristinabile della miseria, 
della nausea, deH'awelenamento? Ben poco di ciò' 
che ci circonda e‘ utilmente ridistribuibile. “Non c'e' 
piu' nulla da espropriare, la produzione si basa tutta 
su progetti di morte. Non c'e' società' da autogestire, 
ci sono individui isolati ma massificati e strutture 
statali di controllo" (5). Occorre SALTARE IN 
AVANTI, mantenendo aperta la ricerca. Cosi, 
l'occupazione-autogestione di un edificio non pro- 
cederà' al fine di ristabilire la supremazia del valore 
d'uso della merce-spazio sul suo valore di scambio, 
ma per bruciare capitale-territorio, per aprire squarci 
nella citta', vie d'uscita verso la liberazione del quo- 
tidiano; quindi, non una ''rivalorizzazione" dello spa- 
zio contrapposta alla valorizzazione mercantile: lo 
spazio cosi utilizzato sarebbe sempre ricollocabile 
nel contesto della citta' -capitale, mantenuto come 
diversivo, come realta' in cui la merce, non mo- 
strandosi col suo vero aspetto, stabilisca una ti- 
rannia ancor piu 1 devastante (6) ; occorre invece 
cercare la DEvalorizzazione, il d tournement: la per- 
dita del senso originario di ogni singolo ambiente e, 
ad un tempo, la sua organizzazione in un nuovo 
spazio globale significante, che dia a ciascun am- 
biente un valore altro, non commensurabile alla 
citta'- merce. Lo spazio occupato dev'essere una 
presenza incompatibile, dev'essere reso inutilizza- 
bile a fini capitalistici. 


PARENTESI: CHI OCCUPA COSA? 

Attualmente, la scena dei centri sociali autogestiti 
(si) dibatte e si interroga sull'identità' dei soggetti 
sociali che occupano, vivono, difendono o sempli- 
cemente frequentano gli spazi “liberati". Dopo la du- 


rissima repressione del '90-'91 (sgomberi manu mi- 
litari in ogni citta'; aggressioni fasciste e/o incendi 
dolosi a Milano, Modena, Cattolica, La Spezia, Bat- 
taglia Terme, Milano, Roma; assassinio del com- 
pagno Auro Bruni durante l’incendio doloso nel cen- 
tro sociale "Corto Circuito" di Roma), il movimento 
ha bisogno di puntellare le proprie costruzioni stra- 
tegotattiche con la piena coscienza del proprio es- 
sere , dei bisogni in esso incarnati, delle trasforma- 
zioni di cui e 1 l'espressione desiderante. 

Leggo ne "Il ghiaccio sottile del deserto", editoriale 
del n.2 di "Notebook- quaderni di Autonomia" 
(novembre 1988): “ [i centri] rappresentano la mate- 
rializzazione ultima di una tendenza costantemente 
presente nelle fasce giovanili emarginate delle 
grandi aree metropolitane, quella cioè' di RI- 
PRENDERSI LA VITA". 

L'originaria spontaneità' della nascita dei centri, 
luoghi dell'autonomia sociale, spiegherebbe i loro li- 
miti (supremazia della dimensione “culturale" su 
quella piu' strettamente “politica"; "eccessiva va- 
lorizzazione della sfera comunicativa " [sic!] a sca- 
pito del dato mobilitativo di massa), fino a farceli 
vedere come elementi costitutivi dell'esperienza di 
occupazione. 

Un nuovo soggetto collettivo, formato da "segmenti 
di proletariato giovanile", ha posto il problema della 
liberazione nella sua totalità' : riprendersi la vita si- 
gnifica riappropriarsi del proprio tempo, uscire dalla 
marginalità' per destrutturare il comando capitalistico 
sulla citta'. I centri dunque sarebbero una "risposta 
geometrica" alle tendenze disgreganti il proletariato 
giovanile, organismi capaci di arricchire e rendere 
piu 1 incisivi i percorsi dell'antagonismo sociale, ma 
incapaci di inglobarli o "presupporli", perche' 
l'orizzonte della liberazione e' ben oltre la rivendica- 
zione di una socialità' altra e non mercificata. "Per 
cui, i centri sociali non possono 'riassumere 1 , e 
'aggiornare', funzioni politiche ed organizzative di- 
verse, non possono, in altri termini, essere ORGA- 
NISMI DI MASSA, strutture della soggettività' co- 
munista , ambiti sociali alternativi; e non perche 1 lo 
imponga una concezione antiquata della politica, [...] 
ma per il motivo diametralmente opposto: per 
l'essere la prassi comunista dell'autonomia operaia 
la ricomposizione di politico, economico, sociale 
all'interno di una dinamica di autorganizzazione , che 
negando la specificità' come criterio organizzativo la 
realizza, viceversa, co me articolazione materiale di 
un percorso di liberazione complessivo". 

E 1 proprio dove si afferma che l’autonomia sociale 
(insieme di comportamenti con cui i soggetti mani- 
festano la spontanea volontà' di muoversi contro la 
propria condizione subalterna) non può 1 essere con- 
trapposta all'autonomia operaia (molto sempli- 
cemente, la forma in cui la prima si presenta una 
volta compiuto il salto verso l'autorganizzazione in 


30 


ecn 



senso anticapitalistico) che questo intervento critico 
contiene il parziale superamento delle imprecisioni in 
esso contenute, imprecisioni dovute probabilmente 
al trattarsi di un editoriale cronologicamente ante- 
riore alla definitiva irruzione della pratica-oc- 
cupazione neirimmaginario collettivo giovanile ur- 
bano: esso risente cioè 1 della realta' in apparenza 
stagnante e desertificata degli anni '80 . Nove mesi 
dopo queste frasi, la resistenza degli occupanti del 
Leoncavallo tagliava simbolicamente la nebbia, e 
tutto un paesaggio si faceva visibile: importanti 
esperienze di lotta dimostravano la capacita' dei 
centri di superare in avanti le divisioni tra dimen- 
sione “politica" e "culturale" (alla Fabbrika di Bolo- 
gna, le jam sessions euro-arabe del giovedì’ sera 
erano uno dei momenti piu 1 importanti della lotta a 
fianco degli immigrati per la casa e contro il razzi- 
smo) e l'impossibilita' di considerare la "sfera co- 
municativa" come uno dei tanti settori parziali di 
intervento, disgiungendola per di piu' dal “dato 
mobilitativo di massa" (ci sarebbe stata una mobi- 
litazione nazionale cosi' pronta ed estesa dopo l'as- 
sassinio di Auro senza le reti telematiche di mo- 
vimento "Cyberpunk" e "ECN"? La manifestazione 
nazionale a Bologna del 19 gennaio ‘91 sarebbe 
stata la stessa senza l'intervento detonante dell'Isola 
nel Kantiere a meta' percorso?). Le lotte per la casa, 
il lavoro sulla comunicazione, i momenti di solida- 
rietà' internazionalista, il rifiuto delle "politiche gio- 
vanili" istituzionali, tutte queste realta' hanno spesso 
trovato nel centro sociale un nodo di RICONDU- 
ZIONE ALLA TOTALITÀ 1 e quindi, di sintesi tra fun- 
zioni politiche e organizzative diverse, aventi come 
denominatore l’autorganizzazione. Certo l'orizzonte 
della liberazione e' ben oltre, ma non e' caratteristica 
di ogni orizzonte quella di "essere oltre" ? 

Dopo la detonazione-Leoncavallo e lo spuntare 
(rapidi come i classici funghi) dei centri occupati in 
tutta Italia, media ed organi di polizia si accorsero di 
non essere di fronte a semplici fenomeni di folklore 
urbano, antiestetici ma innocui: con tutti i limiti, i 
centri vennero riconosciuti come voci politiche an- 
tagoniste, elementi di ostacolo alla speculazione 
delle immobiliari e ai progetti di ristrutturazione ur- 
bana. Le risposte furono quelle note: gli sgomberi 
polizieschi , il "panico morale" veicolato multime- 
dialmente o, in alternativa a quest'ultimo, la carica- 
turizzazione. Senza la presenza di un movimento "di 
massa" nei termini classici e con l'unico supporto di 
qualche alleato occasionale (la solidarietà' di DP e 
altri "democratici" quando gli sbirri la facevano vera- 
mente troppo grossa; le dichiarazioni di qualche 
anima bella del riformismo sul valore " "culturale" di 
iniziative specifiche), il movimento dovette imparare 
a fare da se'. Le realta' locali piu' avanzate traccia- 
rono subito le doverose linee di demarcazione: "Noi 
stiamo qui. Assessorati, mafie pseudoculturali e po- 


liticume vario stanno inequivocabilmente dall'altra 
parte". Settari? Necessariamente. 

Autonomi? Senz'altro. Isolati? Non e' detto. 

In seguito, la repressione ha forse accelerato l'en- 
trata in una fase collettiva di dibattito sulla nuova 
composizione di classe e sulle trasformazioni del 
lavoro, trasformazioni con cui il fenomeno dei centri 
va necessariamente messo in relazione. ..Ciò' che 
manca, e ciò' di cui piu' si inizia a sentire l'esigenza, 
e' un lavoro di inchiesta su quali siano i soggetti - 
dispersi nel reticolo produttivo territoriale - di cui i 
centri sociali sono qualificazione politica - o .forse 
meglio, METAPOUTICA - VISIBILE. 

Se facciamo mente locale sui giorni e le notti pas- 
sate nei centri autogestiti, scopriamo che la maggior 
parte dei loro occupanti e frequentatori non appar- 
tengono affatto, come vorrebbe la mitologia, all'area 
del non-lavoro: sono soprattutto studenti- lavoratori, 
"soci/dipendenti" di cooperative, molti precari di ogni 
settore, alcuni dipendenti statali e parastatali. Può' 
darsi che gli spazi occupati e autogestiti costitui- 
scano, ancora molto in potenza e certo non nella 
forma attuale, il luogo piu' visibile di organizzazione 
della forza-lavoro conflittuale e non- garantita nella 
citta’ postfordista. Ma - a parte le fregnacce sulla 
fine del lavoro subordinato o sulla completa 
“autoproduzione della produzione" che, uscite dalle 
bocche degli apologeti piu' rozzi e squalificati, hanno 
trasformato l'immaginario teorico degli anni '80 in un 
voracissimo tritarifiuti - manca una volont generale 
di inchiesta sulle trasformazioni del lavoro operaio e 
intellettuale in quella che anni fa veniva chiamata la 
"fabbrica diffusa"; sulla riproduzione multimediale 
della forza-lavoro; sul ruolo dei movimenti in un ka- 
lahari dove il sociale e' stato sostituito dai media e 
dalle tecnologie di controllo. Senza una riflessione 
su tutto questo, la nostra violenza teorica rimarra' 
spuntata, incapace di piantarsi come vorremmo nelle 
carni degli avversari . 

chiusa parentesi 


“I AM THE LAW..." 

I. Nella citta'-spettacolo, il comando si regge su pe- 
riodiche ristrutturazioni deH'immaginario multi- 
mediale, il cui fine e' la PRODUZIONE DEL BI- 
SOGNO DI CONTROLLO e, quindi, la riproduzione 
dei comportamenti della forza-lavoro/consumo. 
Esistono zone d'ombra ai margini di queste ristrut- 
turazioni, zone ai confini dell'iperrealta' dove fiction, 
subculture e autonomia sociale, scontrandosi, danno 
luogo a temporanee anomalie che il capitale recu- 
pera non senza interessanti "sfasature". Si tratta di 
esplorare queste insenature di spazio-tempo, at- 
traversarle per individuarne le correnti (come 


31 


ecn 



l'evadendo Papillon quando , dall'alto della scogliera, 
conta le onde per capire quale di esse potrà' por- 
tarlo al largo anziché’ sbatterlo sulle rocce). 

[ “Una tecnologia sociale non può 1 che avere la so- 
cietà' per gabinetto scientifico. Un'attenzione talvolta 
parossistica, quest'ultima, che dissimula una sel- 
vaggia battuta di caccia scatenata nelle metropoli 
contro le anomalie, contro, cioè', quei sedimenti li- 
bertari, sovversivi, apparentemente immuni alle 
strategie coercitive e ancora in grado, pertanto, di 
autoriprodursi, moltiplicarsi. Ciò' del resto non stu- 
pisce, se e' vero che il capitale per potersi espri- 
mere, nella cosiddetta società' postindustriale, come 
produzione di differenze , non può 1 permettere, 
d'altro canto, che esse si rivelino fattori disfunzionali, 
manifestino nemicita', si tramutino, appunto, in 
anomalie . Cosi' ogni cittadino di Annexia era tenuto 
a richiedere una cartella completa di documenti e a 
portarla sempre con se’. I cittadini potevano esser 
fermati per le strade in qualsiasi momento, e 
l'Ispettore, che poteva indossare abiti borghesi, uni- 
formi di vario genere, o essere sempre in costume 
da bagno o in pigiama, talvolta addirittura nudo salvo 
che per una piastrina appuntata al capezzolo sini- 
stro, dopo aver verificato ogni documento lo bollava. 
Nell'ispezione successiva il cittadino era tenuto a 
mostrare i bolli opportunamente applicati nell'ultima 
ispezione. L'ispettore, quando fermava un grosso 
gruppo, si limitava a esaminare e bollare le tessere 
di alcuni. 

Gli altri erano allora soggetti ad arresto perche' le 
loro tessere non risultavano apropriatamente bollate. 
L'arresto voleva dire 'detenzione provvisoria'; cioè', il 
prigioniero veniva rilasciato se e quando il suo 
'affidavit' , opportunamente timbrato e bollato, veniva 
approvato dal Vice Arbitro delle Spiegazioni, Dal 
momento che questo funzionario conosceva si' e no 
il suo ufficio, e l"affidavit' doveva essere presentato 
personalmente, i postulanti trascorrevano settimane 
e mesi di attesa in uffici senza riscaldamento, senza 
sedie e senza servizi igienici (8)“.] 

II. Sgombriamo il campo da un equivoco: non c'e' 
assolutamente nulla di orwelliano nei nostri sistemi 
high-tech democratico- spettacolari. La pre- 
figurazione di tali sistemi non si trova in quel tipo di 
utopie totalitarie o nelle futurologie pessimiste del 
moderno avanzato. Queste immaginavano un pro- 
seguimento lineare e inarrestabile della modernità', 
preconizzavano un futuro di architetture seriali e co- 
lossali, citt'-alveari grigie e metalliche, calcolatori 
grandi come intere stanze (forse era stata 
“Metropolis" di Fritz Lang a fornire il modello di una 
citta' supertaylorista, fatta di comportamenti di 
massa oltremodo sincroni e standardizzati, dominata 
attraverso lo spettacolare concentrato. Sta di fatto 
che mentre negli stessi anni Adorno e Horkheimer 


guardavano già' all'America, allo spettacolare diffuso 
come forma di organizzazione dell'alienazione, 
Orwell vedeva ancora nei fascismi e negli stalinismi 
di ogni gradazione le forme piu' efficienti di esercizio 
del potere di classe). 

La rivoluzione microelettronica , che ha permesso 
l'entrata del sapere nello statuto di forza produttiva e 
la completa assimilazione della percezione umana 
allo spettacolo (catapultandoci in quella che viene 
definita "condizione postmoderna") ha abbondante- 
mente smentito quei tentativi di anticipazione: il 
transistor ha fermato le tendenze macrofile dell'età' 
della valvola; l'architettura postmoderna ed il con- 
gelamento turistico-mercantile dei centri storici delle 
citta' europee permettono il superamento della 
monotonia introdotta in urbanistica dal morto e se- 
polto Movimento Moderno, permettendo 
l'esposizione concentrata di tutti gli stili di tutte le 
epoche; la ristrutturazione industriale, indirizzata alla 
fine del fordismo, ha spezzato le vecchie forme di 
standardizzazione della giornata lavorativa sociale, 
mentre la forza-lavoro diveniva sempre piu' flessibile 
e socialmente combinata. 

IV. La prefigurazione del nostro presente la pos- 
siamo invece trovare nella "speculative fantasy" po- 
stmoderna, inaugurata nei '50-'60 dalle opere lette- 
rarie di William Burroughs, di Philip K. Dick, di Ro- 
bert Sheckley, etc. Sembra quasi che quella nar- 
rativa d'anticipazione sia esplosa per innervarsi in 
tutti gli ambiti di vita, influenzando direttamente 
l'evolversi dei meccanismi performativi delle società' 
di comunicazione e controllo [ Addirittura, tali mec- 
canismi sembrano presentarsi oggi come una sintesi 
ragionata dei programmi politici dei 3 principali 
"partiti dell'lnterzona", (in specie dei Trasmettitori , 
che progettano di usare la telepatia in modo totalita- 
rio e unidirezionale per addestrare la forza-lavoro : 
"Un chirurgo potrebbe inserire delle connessioni 
elettriche nel cervello di un neonato e collegarci poi 
una radio in miniatura che permetterebbe di control- 
lare il paziente da trasmittenti controllate dallo 
Stato") in The Naked Lunch" di William Burroughs , 
opera del 1959 a cui rimando per una maggiore 
comprensione (9)]. 

Ovviamente non stiamo facendo dell'esegesi let- 
teraria d'infimo livello: ciò' che ci interessa affermare 
e' che, ad esempio, la filmografia di David Cronen- 
berg (soprattutto “Scanners", 1980, e "Videodrome", 
1982), oppure un film di John Carpenter ("Assault on 
Precinct 13", 1976, distribuito in Italia in pieni "anni 
di piombo" e ciò' spiega il cambio del titolo in 
“Distretto 13: le brigate della morteci 0)), o ancora 
un romanzo di John Shirley, possono dirci piu' cose 
sul dominio spettacolare nella citta' (e sulle sue pe- 
riodiche ridefinizioni) di quanto riusciremmo ad ap- 
prendere dalla lettura dei vari "Bignami del rivolu- 


32 


ecn 




zionario" che circolano nel movimento e, in modo 
particolarmente ossessivo, in ambiente anarchico. 
Questo perche' l'immaginario disciplinare della citta' 
postmoderna dev'essere alimentato dalla continua 
ricarica dei suoi archetipi, periodicamente ridefinito e 
ristrutturato : i flussi multimediali pilotano la perce- 
zione della forza-lavoro sociale scomponendo e ri- 
disegnando il quadro in cui il capitale reinvesta 
l'intelligenza collettiva espropriata. In questo pano- 
rama, la narrativa mimetica (cioè' che imita e adul- 
tera il reale, vedi le soap-operas , i serials televisivi, 
etc.) ha il compito di fornire i modelli integrativi e 
identificativi. 

Diversamente, la narrativa non-mimetica, fanta- 
stico-speculativa, d'anticipazione, sebbene veicolata 
dal medesimo complesso mediatico, prefigura i 
contorni del conflitto, nutre con le proprie eccedenze 
le subculture dell'autonomia sociale (ancora una 
volta, l'abusato esempio del cyberpunk). A questo 
punto la via si biforca: o il recupero - la riconduzione 
a quell'industria Culturale da cui la fiction e' scaturita 
- o la creazione di quell'ANOMALIA che il comando 
non può' tollerare. All'altezza di questo bivio devono 
scavarsi uno spazio di manovra quei movimenti che 
vogliono estendere , su questo nuovo territorio fatto 
principalmente di "passeggeri", pratiche di oppo- 
sizione al dominio statale-capitalistico, per lanciare 
una strategia di separatezza ed irrecuperabilita' nel 
gioco dello spettacolo. 

V. Dunque, PRODUZIONE MULTIMEDIALE DEL 
BISOGNO DI CONTROLLO, attraverso i flussi di in- 
formazione che traducono gli archetipi in stereotipi 
(Le devianze vengono spiegate nel quadro 
dell'ideologia dominante col ricorso ad immagini di 
delinquenza, violenza, criminalità'; le subculture di 
resistenza vengono descritte e quindi rivendute me- 
diante le astratte categorie della “creatività' gio- 
vanile", deirarte", della "stravaganza", oppure rin- 
viate aH'incasellamento ideologico di cui poco sopra; 
il conflitto sociale non deve uscire dai confini sempre 
piu 1 stretti della legalità', pena la descrizione di ogni 
pisciatina come "una minaccia ai valori democratici e 
del confronto", una "prevaricazione", etc.). Come 
dicevamo nel paragrafo precedente, in questo qua- 
dro e' determinante l'apporto della fiction mimetico- 
identificativa (segnatamente quella "d'azione"), che 
presenta come plausibili le piu' semplicistiche solu- 
zioni agli squilibri ed alle entropie metropolitane, 
riempiendo le strade di sbirri e vigilantes i quali, in 
omaggio all'oscura inquietudine tipica del post- 
moderno, non sono piu' eroi integerrimi, obsoleti fa- 
scisti tutti d'un pezzo - ciarpame tardomoderno, in 
cui pochi ormai si identificherebbero agevolmente -, 
ma antieroi dall'Io frammentato, complessati, fru- 
strati, paranoici, schizofrenici ( vedi il ciclo cinema- 
tografico di "Arma Letale" con Mei Gibson), stressati 
come ogni abitante della citta' -spettacolo. In questo 


tipo di fiction la metropoli e' un flipper pieno di biglie 
impazzite, il poliziotto non e' mai in grado di eserci- 
tare disinvoltamente il controllo, drammi privati gli si 
rovesciano addosso, egli SUBISCE la citta' "come 
chiunque altro" , e proprio qui scatta l'identificazione 
dello spettatore nell'antieroe: lo sbirro non e' piu' il 
sicario del potere, ma un disgraziato come te e 
come me, uno che cerca di tappare le falle 
nell'ordine urbano, spesso maltrattato da superiori 
inetti o corrotti. Una sorta di anarchico di destra, che 
si oppone al potere non per via dei suoi abusi ma 
delle sue insufficienze. 

VI. Non stiamo parlando solo di manipolazione delle 
coscienze, di semplice produzione di ideologia do- 
minante, ma di RIDEFINIZIONE DELLA PERCE- 
ZIONE DEI COMPORTAMENTI propri ed altrui, nel 
verso indicato dai cambiamenti aH'interno dei pro- 
cessi produttivi. Per dirla con Andrea Colombo: "i 
media non formano sudditi, addestrano lavoratori". 
L'intera gamma dei modelli verticali di comunica- 
zione (il videodrome) e' impiegata al fine di inter- 
venire neH'immaginario collettivo della forza-lavoro, 
addestrandola. Se oggi la comunicazione ed il con- 
trollo a distanza sono indispensabili forze motrici 
della produzione postfordista, allora ogni ambito di 
vita individuale e sociale, ogni processo di valoriz- 
zazione dovrà' fondarsi sul controllo. Ad esempio, 
se tutto l'apparato mediale si muove per trasformare 
l'archetipo dello straniero o dell'alieno nello stereo- 
tipo del terrorista mediorientale ( oppure crea un 
clima da "stato d'assedio alla citta'", come a Bologna 
dopo ogni azione della Falange Armata), diviene 
NORMALE ed ACCETTABILE agli occhi del citta- 
dino-spettatore che la zona universitaria di Bologna 
straripi di polizia e carabinieri, o che le strade siano 
piene di cellulari o vi siano videocamere ad ogni in- 
crocio, etc... Anzi: i caroselli delle autoblindo ven- 
gono gustati come innocue coreografie quotidiane, e 
la Ciosed Circuit TV e' considerata una specie di 
Candid Camera, perche' in fin dei conti il controllo e' 
una merce, e come tutte le merci SEDUCE. 

VII. Poiché' il videodrome dichiara a tambur battente 
che, con il crollo del "socialismo reale" e delle vec- 
chie utopie rivoluzionarie, la lotta di classe e' finita 
(“...e avete perso!"), l'emergenza su cui fondare il 
controllo non e' piu' quella della sovversione sociale 
- fatta rozzamente combaciare col terrorismo poli- 
tico -, bensì' quella della CRIMINALITÀ' ORGANIZ- 
ZATA, espressione indefinita ed onniawolgente 
usata dai 5 poteri per recintare una realta' che, dal 
punto di vista dello spettacolo, andrebbe dai grandi 
potentati del capitale extralegale (mafia, yakuza, 
narcomakers sudamericani) allo spaccio al minuto di 
stupefacenti di tutte le gamme, fino alla delinquenza 
di quartiere , ai fenomeni di occupazione da parte di 
immigrati e proletari non-garantiti, e chi piu' ne ha 


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piu' ne metta. Cosi le viti girano, i prefetti di ferro 
hanno uno star- System tutto per loro, vengono co- 
struiti nuovi commissariati nelle periferie, viene in- 
trodotta in Italia l'inedita figura dello sbirro di quar- 
tiere, e i media convincono i passeggeri della citta' a 
plaudire a questa danza macabra. 

*** 

I. Gli spazi occupati sono una porzione di interzona; 
le interzone sono i luoghi dove fioriscono e si scon- 
trano le varie sub/contro/culture, sono le nicchie di 
tempo scavate dall'incessante scambiarsi dei termini 
del recupero e dell'anticipazione, dove ogni segno e' 
ambivalente. Occorre stare nell'interzona, correre sul 
confine tra anticipazione e recupero, lavorare su 
come i segnali del comando possano essere de- 
viati- ricaricati per creare insubordinazione e ripro- 
durre per contagio l'autonomia sociale. 

II. Per essere sempre al di qua dello stereotipo, 
dobbiamo generare anomalie nell'anomalia che e' il 
nostro muoverci, esistere, respirare, comunicare. La 
fine dell'epoca degli impatti molari coincide con 
l'opportunità' di costruire l'anticitta', il confine sul 
vuoto. Se qualcuno ancora si illude nell'attualità' di 
un contropotere territoriale nei termini in cui e' stato 
concepito e praticato durante gli scorsi cicli di lotte 
nella citta' -fabbrica taylorista, ciò 1 significa che i 
cambiamenti nel modo di produzione, la fine del ter- 
ritorio ed il conseguente "utilizzo mediatico della 
citta'", l'intasamento del sociale da parte del lavoro 
morto, tutto ciò' gli e' passato addosso come acqua 
su un telo impermeabile. Oggi dobbiamo assoluta- 
mente evitare di opporre confini a confini, adeguare 
il nostro intervento alle derive eccentriche di cui la 
citta' e‘ il contenitore, trasformare il nomadismo da 
necessita' (l'essere sulla strada dopo aver subito 
uno sgombero, il girovagare abulico dei periodi di 
scoramento) in virtù' (non essere mai dove ci aspet- 
tano, fingere di tracciare i confini di uno spazio 
"liberato" mentre si prepara una nuova ANABASIS 
dall'uscita posteriore). 

III. Proprio nella fase in cui il pensiero scientifico 
sembra capitolare di fronte alle beffe che la com- 
plessità' continua a farsi di ogni paradigma de- 
terministico ("perche 1 i comportamenti caotici, e 
quindi non prevedibili, sono la norma, piu’ che l'ec- 
cezione , nel mondo reale", cosi' l'astrotisico ed epi- 
stemologo britannico John Barrow), lo spettacolo, 
"erede di tutta la debolezza del progetto filosofico 
occidentale", cerca di allontanare lo spettro 
dell'irriducibilità' del caos picchettando sempre piu 1 
difficoltosamente un ordine fittizio ed improbabile: 
prova ne sono il numero chiuso nei confronti di un 
fenomeno storicamente incontrollabile come i flussi 
migratori o il tentativo da parte del nord del pianeta 


di dominare le endemiche entropie dello sviluppo 
tramite periodiche spedizioni punitive contro il sud 
che preme sui portoni delle cittadelle imperialistiche; 
proprio per questo il nostro scopo dev'essere AS- 
SECONDARE L'ENTROPIA, anticiparne l'avanzare 
e prepararsi a PROSPERARE SUL CAOS. Fare ir- 
rompere l'ambiente nel sistema, per iniziare a nar- 
rare tutta un'altra storia. 

[ Essere una presenza devastante nel grande gioco 
delPimmaginario multimediale, creando momenti di 
interruzione del mediascape che preludano al rove- 
sciamento dello spettacolo in senso, E PATER LES 
EPATEURS, mirare principalmente a stupire se 
stessi, RIUSCIRSI IMPREVEDIBILI. 


R.B., Bologna, giugno-settembre 1991 
NOTE: 

1. Incalcolabili i danni fatti dagli architetti ed urbanisti li- 
bertari ubriachi di socialismo primitivo, come Paolo Soleri, 
la cui tecno-utopia , la citta' di Arcosanti, da ventanni so- 
pravvive incompiuta nel deserto del Nevada, fra la man- 
canza di finanziamenti e l'ostilità' della popolazione dei 
dintorni, coi suoi ascensori e tapis roulants probabilmente 
deserti, meta estiva di freaks e studenti "radicai". 

2/a. “Al grande Leviatano va sostituendosi un nuovo mo- 
stro altrettanto potente e temibile, perche 1 diametralmente 
opposto, diffuso e decentrato (...) Al posto di un unico 
sorvegliante (della prigione, dell'ospedale, del manicomio) 
in grado, da solo, di estendere il proprio sguardo su un in- 
sieme di individui estesi in un solo corpo, subentrano nu- 
merosi dispositivi ottici e sensoriali che, opportunamente 
collocati lungo i circuiti della comunicazione sociale, 
emanano un flusso ininterrotto di informazioni in grado di 
ordinare, selezionare, classificare ogni singolo movimento, 
il piu' impercettibile", cosi Antonino Mancini in "Modulazioni 
del controllo sociale", su "Invarianti" n.16, primavera 1991. 
In alcuni romanzi di Philip K. Dick ha un grosso ruolo il co- 
siddetto "Effetto Rushmore", vale a dire la facolta', da 
parte di elettrodomestici, autoveicoli, distributori etc, non 
solo di sostenere educate conversazioni, ma anche di re- 
gistrare ricordi o impressioni visive. E 1 quindi possibile, in- 
terrogando una pentola o un ascensore, ricostruire gli 
spostamenti di un singolo individuo risalendo nel tempo di 
giorni, settimane, mesi. Gli attuali dispositivi di schedatura 
magnetica e di videocontrollo realizzano l'Effetto Ru- 
shmore con pari efficacia e maggiore freddezza. Cfr. "The 
Game Players of Titan", 1963 ("I giocatori di Titano", Ed. 
Nord, Milano 1980). 

2/b. Il superamento del territorio accompagna la morte del 
sociale o, forse meglio, il suo trionfo in quanto residuo: 
nelle società' di controllo si realizza "l'ingombro fantastico 
del lavoro morto, delle relazioni morte e istituite nelle bu- 


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rocrazie terroristiche, dei linguaggi e dei sintagmi morti" di 
cui scriveva anni fa Baudrillard..."Allora e' chiaro che non 
possiamo piu' dire che il sociale muore, poiché' e' già' da 
ora l'accumulazione di ciò' che e' morto .'' 

3. Cito da un estratto de "La communaute' desoeuvrie" 1 ( 
Christian Bourgois Editeur, 1986) pubblicato su "Luogo 
Comune" n.3, maggio 1991, visto che in Italia di Nancy 
pare non sia stato ancora tradotto niente. 

4 . Giorgio Cesarano, "Manuale di sopravvivenza", De 
Donato, Bari, 1974. 

5. Laboratorio Anarchico di Comunicazione Antagonista, 
"Due gradini piu' in aito del gradino piu' in basso", opu- 
scolo autoprodotto a Bologna nella primavera 1991, ri- 
pubblicato (con alcune scelte discutibili, come la sop- 
pressione dei titoli dei paragrafi) sul n.67 di “Anarchismo", 
luglio 1991. 

6. Nei n.27 de "L'erba voglio", settembre-ottobre 1976, 
apparve un lungo e impressionante articolo di Gianfranco 
Manfredi intitolato: "Miti, riti e detriti di Parco Lambro". A 
parte le giuste considerazioni sul significato del- 
l'espressione “proletariato giovanile" e sulla mitologia del 
"nuovo Soggetto" ("il Piu' Oppresso di Tutti, il Cristincroce 
di turno. Secondo questa logica il nuovo Soggetto sarebbe 
probabilmente una vecchia ex-operaia negra schizofre- 
nica e omosessuale"), sono rimarcabili i passaggi teorici 
relativi ai "riti di merce": "...per chi ha presente che la 
merce esiste, non e' la merce a costituire fonte 
d'irritazione, e' casomai il rito che vorrebbe all'apparenza 
cancellarla mentre la consacra. La merce del caso non e' 
infatti il pacchetto di Muratti o la presenza del divo x, o il 
mero 'prezzo' del panino. La merce e' il 'rapporto di merce 1 : 
e' merce-ideologia (la politica), e' merce-cultura (la mu- 
sica), e' merce-soggetto (il palco)". 

Cosi' l'esproprio generalizzato di Parco Lambro 76, oltre le 
apparenze, e 1 un rito di merce, in quanto "prescinde dai 
carattere specifico della merce (questa o quella, buona o 
cattiva) cioè 1 dal suo reale godimento [ e ] nega proprio il 
suo lato concreto, d'uso, per affermare il lato formale, 
l'astratto valore [...] Una persona, se un panino fa schifo o 
piu' semplicemente non gli va, non lo tocca anche se e' 
gratis, mentre il militante se ne appropria anche quando 
non ha fame perche' ciò' di cui ha fame non e' il panino, 
ma e' il rapporto di merce amato-odiato che il panino 
esprime"; analogamente, la polemica contro la musica 
commerciale (come se ne esistesse una pura, fuori dal 
rapporto di scambio!) e' un'altra mistificazione: il coin- 
volgimento realizzato dalla "musica di movimento" e' un 
coinvolgimento "da lavoro , da milizia o da religione-ideo- 
logia ", la ricerca personale ne risulta compressa, e viene 
preclusa la possibilità' di creare "quella giusta tensione 
psichica e corporale" in cui si realizza una comunicazione 
piena, senza limiti prefissati; infine, il "gioco del Soggetto”, 
l'urlare al microfono dal palco durante l'assemblea e' un 
rapporto di merce; "A livello di espressività' corporale 


nell'urlo al microfono s'esprime l'istinto di potenza, il potere 
sugli altri. [...] 

Allora, avevano preso il palco o erano stati presi dal 
palco?' 1 . Ma alcuni al Lambro non urlavano al microfono, lo 
consideravano nulla piu' che uno strumento, parlavano sul 
palco come avrebbero parlato altrove. "Che siano sempre 
piu' soggetti a parlare e sempre meno 'soggetti politici', 
sempre piy 'persone' e sempre meno 'compagni'". 

7. Questo e' un collage tra un brano di U. Plinsky, 
("Apocalypse Motel. Note su comunicazione e ideologìa 
postindustriale", su "Notebook" n.3/4, Padova, 1990) e un 
brano da W.Burroughs, "Il pasto nudo", SugarCo, Milano 
1985. 

8. W. Burroughs, cit. Mi sembra importante aggiungere 
che anche il reticolo punitivo dispiegato nelle citta' italiane 
di questa nostra seconda repubblica sembra essere inter- 
pretabile con le frasi che Burroughs mette in bocca al suo 
Dottor Benway ( Demoralizzatore Totale in carica presso la 
citta’ di Annexia, direttore del Centro di Ricondizionamento 
della "Repubblica della Liberta'", presente col suo nome o 
sotto mentite spoglie in ogni opera dell'autore): "uno stato 
poliziesco efficiente non ha bisogno di polizia", il cui inter- 
vento diretto e' contemplato unicamente laddove i raggi dei 
mediascape giungano inclinati o eccessivamente rifratti, 
nelle fessure del corpo sociale dove gli ordini comunicati 
dallo spettacolo trovino non acquiescenza ma 
insubordinazione. 

E ancora: “...la polizia aveva il pass per tutte le porte della 
citta'. Accompagnati da un sensitivo i poliziotti fanno irru- 
zione nel'appartamento di qualcuno e danno inizio alia 
'ricerca'. Il sensitivo li guida nel trovare tutto ciò' che 
l'individuo intende nascondere (...) Oppure si buttano su 
qualsiasi oggetto. Da un nettapenne ad una forma di 
scarpe. 

- E a che cosa dovrebbe servire questo? 

- E' un nettapenne. 

- Un nettapenne, dice lui. 

- Adesso posso dire di aver sentito tutto. 

- Credo che sia proprio ciò' che ci interessa. Venite con 
noi. " 

Vengono alia mente le demenziali perquisizioni a domicilio 
cui vengono periodicamente sottoposti ì militanti del movi- 
mento antagonista, con requisizione da parte di polizia e 
carabinieri dì qualsiasi libro recante sottolineature, di temi 
risalenti alla scuola media inferiore, di disegni e ghirigori 
tracciati su blocchetti per gli appunti, etc... 

9 . Per i pochi che non avessero visto il film, la vicenda si 
svolge in un vecchio distretto di polizia alla periferia di Los 
angeles, l'ultimo giorno prima del trasferimento delle fun- 
zioni amministrative in una zona dei quartiere piu' sicura e 
controllabile. Protagonisti sono Napoleone Wilson, plurio- 
micida detenuto alla vigilia della sua esecuzione sulla se- 
dia elettrica, e Bishop, poliziotto nero incaricato di sorve- 
gliare il posto durante i lavori di trasloco. Durante la notte 
l'edificio e' fatto oggetto di un assalto da parte dei voodoo 


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urbani, ultraviolente squadre di fanatici adoratori del san- 
gue, silenziosi e armati fino ai denti. Bishop resisterà' 
all'intemo del distretto fino all'alba, con l'aiuto di Wilson , il 
quale pensa sia preferibile finire sulla sedia elettrica dopo 
aver combattuto 10 ore in piu 1 , piuttosto che farsi sbudel- 
lare come un maiale da un'organizzazione paramilitare di 
maniaci omicidi. 

Si tratta quindi di fiction contorta, estremamente poli— 
semica: c'e' chi definisce questo film "reazionario 11 , perche' 
Wilson preferisce farsi uccidere dalla legge, dal potere 
esecutivo, piuttosto che soccombere al disordine urbano. 

10 invece penso che in questo film Carpenter descriva in- 
consciamente l'avvento di un nuovo dominio transpolitico: 

11 distretto di polizia e' un simulacro, una vestigia del potere 
che fu, e neppure Bishop , a ben guardare, e' realmente un 
poliziotto. I VOODOO SONO LA VERA POLIZIA, la nuova 
polizia manifestamente occulta e "rizomatica"; la loro e' 
una violenza metodica, solo apparentemente irrazionale, 
che ricorda da molto vicino quella della presunta Falange 
Armata. 

La stupidita - del titolo italiano, che insinua un paragone tra 
i Voodoo e le Brigate Rosse, testimonia il tentativo di di- 
rottare questa fiction, investirla nella lotta ingaggiata dallo 
stato italiano per inventarsi un'emergenza su misura che 
coprisse la repressione del movimento di massa piu' radi- 
cale in Europa dopo la spartizione di Yalta. 


7 File : SCHEDACO.ZIP 


La comunicazione non poteva che essere, per sua 
natura, uno dei terreni principali di confronto teorico, 
scambio reciproco di esperienze ed abbozzo di una 
concreta progettualità’ all'intemo del Meeting inter- 
nazionale. Su questi tre piani, e senza perderne mai 
di vista la stretta correlazione, si e' dipanato il dibat- 
tito delia commissione. 

Ai lavori hanno partecipato oltre quaranta situazioni, 
quasi la meta' non italiane: significativa, al di la' dei 
gap tecnologico, la presenza di una agenzia di 
stampa palestinese dei Territori Occupati e di com- 
pagni statunitensi a fianco di realta' di tutta Europa. 
Erano presenti compagne/i polacchi (Cracovia), 
francesi (Parigi e Lione), austriaci (Viennna), svizzeri 
(Berna e Basilea), olandesi (Amsterdam) e tedeschi 
(Berlino, Wiesbaden, Colonia, Monaco, Mainz e 
Francoforte), provenienti dalie piu' diverse espe- 
rienze (Infoladen - Infoshop, giornali e radio di mo- 
vimento, reti telematiche già' attive, agenzie stampa, 
centri di documentazione e cosi' via). 

Altrettanto ricco e variegato il panorama per quanto 
riguarda l'Italia: oltre ai gruppi delia rete ECN già' at- 
tivi in tutta la penisola all'Interno delle radio di movi- 
mento, dei centri di documentazione e di co- 
municazione antagonista, dei centri sociali, hanno 
partecipato al dibattito le/i compagne/i della proposta 
di rete telematica alternativa Cyberpunk, agenzie di 
stampa e numerosi centri sociali e strutture di movi- 
mento. 

Presso la commissione erano a disposizione tre 
personal computer, due linee telefoniche e rispettivi 
modem per effettuare prove pratiche di colle- 
gamento della rete ECN. 

Il dibattito si e' sviluppato a partire dalla definizione, 
per quanto sintetica, di che cosa si intenda oggi per 
comunicazione e quale ruolo giochi nella società' 
della sussunzione reale. Ed e' a partire dalla qualità' 
nuova dello sfruttamento, della sua nuova esten- 
sione in tutte le pieghe del sociale fino a compren- 
dere l'intero tempo di vita dei soggetti, da questa di- 
mensione totale del dominio, che la comunicazione 
si caratterizza, in maniera ambivalente, come agire e 
non come semplice strumento. Per i nuovi soggetti 
proletari come terreno di espressione comunitario di 
potenzialità’ antagonistiche, per il capitale nel tenta- 
tivo di appropriarsene, di irregimentarla, di farne 
modo di produzione e riproduzione del comando. 
Contro la comunicazione come modo di produzione 
e l'informazione come merce, e' necessario puntare 
alla riappropriazione dell'agire comunicativo, su un 
percorso di antagonismo, di tendenziale separa- 
tezza. 

Da ciò' la proposta di rete telematica di comuni- 
cazione antagonista ECN (European Counter 
Network), una proposta che ha iniziato a muovere i 


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primi passi due anni e mezzo fa e che si e' con- 
cretizzata, in forma sperimentale e sul livello na- 
zionale italiano, nei primi collegamenti delPottobre 
1990. La guerra nel Golfo ha poi rappresentato per 
tutto il movimento italiano un momento di presa di 
coscienza sulla centralità' del terreno della comuni- 
cazione ed e' qui che la rete ha mostrato grandi po- 
tenzialità', determinando un allargamento del nu- 
mero di poli collegati sia vìa computer sia con altri 
strumenti ed una sempre maggiore diffusione delle 
informazioni comunicate attraverso strumenti quali le 
radio, agenzie e bollettini specifici. Il Meeting ha 
sancito la maturità' del passaggio della rete su una 
dimensione europeo. 

Oltre al piano teorico i lavori della commissione 
hanno visto infatti, da una parte lo scambio di con- 
crete esperienze per quanto riguarda l'utilizzo di reti 
telematiche commerciali o istituzionali già' esistenti, 
sul phonefreaking e l'hackeraggio sociale, oltre che 
sull'utilizzo di altri strumenti piu' "tradizionali"; 
dall'altra un vivace interesse da parte di alcune si- 
tuazioni europee sulla possibilità' di connettersi alla 
rete ECN. Il dibattito e’ stato ulteriormente arricchito 
dalla presentazione della rete alternativa Cyberpunk. 
A chiusura dei due giorni di discussione, a parte il 
rimpianto di non avere avuto piu* tempo per ap- 
profondire la conoscenza reciproca delle esperienze 
e i chiarimenti, e‘ stato stabilito, sia sul piano italiano 
che su quello internazionale, un PROGRAMMA DI 
LAVORO, da attuare nel breve periodo: 

a) istallazione di un software che consenta, oltre ai 
collegamenti settimanali già' sperimentati finora, le 
funzioni di una vera e propria BBS (Bulletin Board 
System), funzione già' disponibile presso il nodo di 
Padova. Il che significa un'apertura totale dell'input, 
fatte salve alcune procedure di sicurezza, sulla rete 
ECN; 

b) sul livello europeo e' stato stabilito un rapporto 
stabile con compagne/i di agenzie stampa e Info- 
laden olandesi e tedeschi, che porterà' già' a partire 
dalla fine di giugno a collegamenti quindicinali via 
computer con lo scambio reciproco di un notiziario in 
lingua inglese. Con situazioni polacche, austriache, 
francesi e palestinesi, io scambio di queste notizie 
avverrà' via fax; 

c) sul livello italiano l'incremento e perfezionamento 
della produzione di bollettini territoriali, l'intensificarsi 
dell’interazione della rete con gli altri strumenti 
deN'informazione antagonista, la realizzazione di ini- 
ziative di sottoscrizione e, su tempi piu' lunghi, la 
formalizzazione anche in termini giuridici di alcune 
sue funzioni e l'istruzione di un inchiesta sociale 
metropolitana (su tematiche quali “la nuova destra 
sociale” o "cooperazione, centri sociali, lavoro") che 
si valga della rete, insieme al maggior numero di 
strutture di movimento. 


8 File : DARI0.001 


LA NECESSITA' DI UNA FILOSOFIA PER 
IL COMPUTER 

Che una filosofia non possa mancare dovendo ve- 
dercela col computer, si può' capire anche simu- 
lando una situazione d' eccezione: quella di un so- 
vrano che, dovendo decidere se fare la guerra al vi- 
cino, interpelli il proprio capo di stato maggiore per 
consiglio. Chiaro che trattandosi di un generale, 
l'interpellato scarterà' automaticamente che si tratti 
d'una richiesta di consiglio di merito: egli penserà' 
subito che il sovrano voglia sapere se il progetto sia 
vincente, e a quale prezzo. E cosi' andra' a sua volta 
a interpellare il computer (che ritiene infallibile) per 
conoscere l'entità' delle risorse necessarie (uomini e 
materiali) per battere il nemico. Pochi minuti, ed 
ecco il capo di stato maggiore sciorinare al sovrano 
quanta carne si debba mettere al fuoco per una vit- 
toria in tempi brevissimi. 

E allora ci sara' la guerra, che dovrebbe risultare 
vantaggiosa data la risposta scientifica del com- 
puter, che ovviamente non sa, non avendoglielo mai 
detto il capo di stato maggiore, che anche il nemico 
dispone di computer, esso pure in grado di deter- 
minare scientificamente le condizioni della vittoria. 
Una situazione apparentemente paradossale, e che 
in realta' riflette il tracollo del sapere problematico di 
fronte a quello del successo tecnico garantito, sa- 
pere quest' ultimo che appare il sicuro viatico intel- 
lettuale per correre trionfalmente alla morte. 

Parole grosse, non c' e' dubbio, per le quali ne- 
cessita un 1 esauriente spiegazione, partendo dalla 
ormai generalmente trascurata filosofia, scambiata 
per lo scemo del villaggio rispetto all'irresistibile effi- 
cientismo della scienza e della tecnica, donde viene 
una delle loro piu' gloriose creazioni : la serie senza 
fine di computer, buoni per tutti gli usi, dalla guerra 
ai mezzi ingegneristici per garantire la pace. 

Intanto, cosa significa filosofia ? Dovrebbe voler dire 
amore del sapere, Ma quale sapere ? Sapere im- 
mediato, sapere mediato, sapere per il successo di 
un' operazione, o invece sapere problematico, inda- 
gine di problemi che non possono avere soluzione 
definitiva, dati i limiti spazio temporali in cui si muove 
il soggetto, dunque impresa folle, inutile perditempo 
dovendosi assumere sapere produttivo tecnico 
scientifico ? 

Un quesito in realta' mal formulato, non esistendo 
due saperi, quello problematico e quello del suc- 
cesso, ma solo il primo, trattandosi nel caso del 
“sapere" tecnico scientifico, di un bagaglio di in- 
formazioni dentro un quadro fisso, fuori del quale 
non c' e' nulla, o, per meglio dire, si immagina non ci 
sia nulla, come fa il capo di stato maggiore che 
semplicemente ignora che anche il nemico dispone 


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di computer, cosicché' quella che lui immagina come 
azione andrebbe vista invece come interazione, i 
due sacchi tradizionali, uno dei colpi che si possono 
infliggere al nemico, l'altro dei colpi che quest' ultimo 
può' infliggere a noi. 

Se sapere problematico e' vero sapere, al contrario 
del bagaglio di informazioni unilaterali del linguaggio 
computerizzato, e' perche' il sapere problematico 
può' fornirà se la metodologia e' rigorosa un quadro 
complessivo che consente di comprendere che 
magari una soluzione tecnica, apparentemente 
vantaggiosa nella immediatezza, risulterà', alla 
lunga, di danno, o per tutti, o per i molti, o per i po- 
chi, donde la necessita' di una valutazione che ri- 
chiede fra l'altro una consapevolezza del bene e del 
male, che nessuna scienza può 1 darci. 

E' vantaggioso, per dime una, salire a livelli sempre 
piu' alti di produttività', o invece questa escalation 
genera il consumismo dei pochi e la piu' nera mise- 
ria della maggior parte del genere umano, per non 
parlare dell'inevitabile sviluppo entropico, che porta 
con se', fatalmente, l'invivibilita' del pianeta e, con 
essa, la dissoluzione del sistema della vita ? 

Non e' solo per la guerra che oggi il sovrano si av- 
vale del computer, ma anche per il suo opposto, la 
pace. Fior di scienziati spendono il tempo della loro 
vita interrogando i computer per sapere fin dove il 
conflitto sia tollerabile, anzi provvidenziale per la 
stabilita' di equilibri necessariamente instabili. Il 
punto pero' e' un altro : cosa debba intendersi per 
pace, se cioè' si tratti di situazione apparentemente 
pacifica, ma in realta' vantaggiosa al dominio, o se 
invece con la pace si miri a un' equa conciliazione 
fra gli esseri umani nel loro complesso (Nord e Sud 
del mondo), senza piu' aree del privilegio a garan- 
tire, come oggi sono garantite, col terrore atomico. 
Si potrà' dubitare che questa seconda pace sia rea- 
lizzabile : ma allora non c' e computer che tenga, 
che' nessuna soluzione tecnica potrà 1 dissolvere 
l'attuale stato di guerra permanente, che finirà' pro- 
babilmente con lo sfociare nella competizione risolu- 
tiva per l'eternità', caratterizzabile con un segno di 
morte di valenza planetaria.. 

Allora, se la soluzione tecnica può' valere quando 
vale solo per l'immediato, unica alternativa, anche se 
difficile, e non garantibile a priori, e' quella del sa- 
pere problematico, che non si improvvisa, trattandosi 
di un abito mentale, che si acquista interrogando la 
storia non , evidentemente, su un piano nozionistico, 
ma come pensiero, il linguaggio che ci viene dal 
corso storico, e ciò' perche' il sapere e' quello argo- 
mentato, che, per quanto necessariamente limitato, 
e' il solo in grado di fornirci il quadro in movimento 
ininterrotto della situazione umana nello spazio e nel 
tempo, quadro che presentemente mostra un treno 
in corsa, fornito di tutti i ritrovati tecnici, di tutti i 
comforts, ma che nessuno sa dove porti, e neanche 


interessa saperlo, non potendo il computer darci in 
proposito alcuna risposta. 

Compito di una filosofia per il computer (per un suo 
uso che non si risolva in catastrofe), dovrebbe es- 
sere quello di darci la consapevolezza che anche il 
computer, al pari di tutti i successi tecnico scientifici, 
ci consente di acquistare da una parte, perdendo 
l'equivalente, se non di piu', da un' altra. I generali 
(per tornare alla metafora iniziale) cretini lo erano 
anche prima dei computer, oggi pero', attraverso i 
computer, possono fare del loro sovrano un cava- 
liere dell'apocalisse, il cavaliere solitario del fine del 
mondo. 

Grande vantaggio del computer l'accelerazione 
deH'informazione. Per lo piu' pero' si ignora che di 
per se’ l'informazione e' un sacco vuoto, che non sta 
in piedi, se non e' sorretto da interpretazioni cogni- 
tive e valutazioni etiche, che permettono di giudicare 
se l'informazione stessa, indipendentemente dalla 
sua realta' fattuale, non sia mistificatoria, da valere 
come depistaggio rispetto ad altre informazioni che 
non vengono date, o sono stravolte da un flusso in- 
formativo caotico, ben peggiore dell'ignoranza. 


DAL MURO DI BERLINO AL MASSACRO 
DELLIRAK 

Un mese dopo il dissolvimento politico del muro di 
Berlino, si e' visto il massacro di Panama, e poi, in 
Febbraio, I' insuccesso elettorale del Fronte San- 
dinista, dovuto, oltre che alla vittoria degli Stati Uniti 
nella guerra di logoramento condotta per otto anni 
contro il Nicaragua, finanziando e gestendo il terro- 
rismo dei contras, alla sfiducia popolare in un futuro 
possibile ora che Managua non poteva piu' contare 
sull' Unione Sovietica, scaduta a potenza regionale, 
ed esposta (Stati Uniti aiutando) a disintegrazione 
interna. 

Sarebbe stato poi probabilmente il turno di Cuba, se 
il contenzioso Irak-Kuwait, fomentato probabilmente 
America, non avesse aizzato Saddam Hussein alla 
prova di forza dello scorso Agosto, che Washington 
doveva aspettarsi, come starebbe a dimostrare la 
rapidità' con cui, sul piano militare e quello politico, 
s'e' subito tagliata i ponti alle spalle, mettendo il 
mondo civile nelle condizioni di battersi per la tutela 
dei propri valori, se non voleva perdere, con I' onore, 
I' anima stessa della nostra democrazia: il petrolio. 

E cosi' ecco dinanzi a noi una nuova era coloniale, 
con la differenza, rispetto a quella del passato, che il 
bastone no e' piu' dato dalle tradizionali cannoniere, 
micidiali con misura, ma da un apparato di distru- 
zione totale, in grado di far terra bruciata di interi 
paesi, per non parlare di interi genocidi quantificabili 
nelle centinaia di migliaia di cadaveri: colonialismo 
per altro che ha pure un risvolto nell' area dello svi- 
luppo, se ora, a massacro avvenuto, padroni assoluti 


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del mercato sono gli Stati Uniti, che possono cosi' 
governare autonomamente la divisione sociale del 
lavoro su scala mobile, compresi quelli che fino a ieri 
costituivano per Washington due paesi pericolosa- 
mente concorrenti, quali Germania e Giappone. 
Sempre nella storia del mondo c 1 e 1 stata guerra per 
uno sbilanciamento (reale o presunto) dei rapporti di 
forza sui quali si fondava quella che comunemente 
vien detta pace, e che in realta' l'ordine imposto dal 
dominio con la forza, e che può' anche usufruire del 
consenso della maggioranza, come nella Germania 
nazista protesta all'egemonia europea, e oggi nelle 
democrazie occidentali dell'opulenza e del consu- 
mismo. 

Non e' detto, naturalmente, che se e' sempre stato 
cosi', cosi' debba essere finche' ci sara' un futuro per 
l'uomo. 

Certo e' comunque che non basta invocare la pace 
per goderne cosi' come non basta invocare la fine 
del dominio e dello sfruttamento per avere il co- 
muniSmo, se di comuniSmo genuino si tratta. Ne- 
cessita anche semplicemente per indirizzarsi al co- 
muniSmo un cambiamento teorico e pratico, che 
sarebbe ben piu' della rivoluzione copernicana, cosa 
per altro (almeno per quanto concerne la teoria) 
molto meno difficile di quanto ci si immagini, sempre 
che ci sappia proteggere da MEDIA e industria cul- 
turale, che non sono_ purtroppo esclusivi della 
conservazione, se un giornale che continua a chia- 
marsi comunista sostiene che " da un pezzo e' 
tempo di passare , rovesciando Marx, dalla critica 
delle armi alle armi della critica, rovesciamento da 
intendersi come sopravvivenza esclusiva di questa 
seconda critica, dal momento che il testo cosi' con- 
tinua: " Queste (le armi della critica) debbono es- 
sere, ed essere sentite, piu' concrete di un fucile; e 
venir afferrate da molti, senza odio, ma senza 
rassegnazione, e nei tempi della loro vita. " 

Concetto che si trova già' in Camus, espresso in 
modo piu' poetico, affermando Camus I' imperativo 
di formulare parole che reggano alle pallottole. Pa- 
role, evidentemente che non sono state formulate, 
non in ragione del poco tempo concesso al poeta dal 
propio destino mortale, ma perche' propio non esi- 
stono e non perche' I' abbia detto Marx con quel suo 
binomio, per lui inscindibile, di armi della critica e di 
critica delle armi, ma perche' mai e' stata superata, 
nella materialità' storica, la condizione dello stato 
naturale, nel quale, si tratti di lotta di classe, di etnie, 
di nazioni, di stati, non c'e' ragione (o il suo contra- 
rio) che possa sostenersi senza le armi, che ov- 
viamente non sono soltanto quelle degli arsenali, 
bensì' il complesso di mezzi di offesa e di difesa ri- 
correnti nella produzione, sia produzione per la no- 
stra sopravvivenza, sia invece produzione di dei, re- 
ligioni, scienze, produzione, in una parola, dei co- 
siddetti valori spirituali, che, per quanto ci concerne 
(noi fortunati abitanti dell' area del privilegio mon- 


diale), ci gratificano della granitica convinzione che 
la nostra democrazia, capitalistico-cristiana, sia il 
migliore dei mondi possibili, e degno dunque, in 
quanto tale, di protezione atomica, e, se necessario, 
di genocidi magari ancor piu' pesanti di quello esi- 
bito lo scorso febbraio dagli Stati Uniti e dai loro al- 
leati. 

Teoricamente, niente piu' facile che dimostrare che, 
invece che sui piedi, viviamo sulla testa, per cui non 
ci e' dato vedere che quella che chiamiamo pace, da 
conservare con la diserzione nell' immaginario paci- 
fista, comporta un numero annuo di morti per fame 
ben maggiore di tutti quelli cagionati dalla guerra 
tecnologica contro I' Irak, se un' autorevole studiosa 
quale Susan George calcola che, con questi morti 
ammazzatoi dalla miseria, e' come se si ripetesse 
sul pianeta una Hiroshima ogni due giorni. 

Che le cose, per la teoria, stiano cosi', posso so- 
stenerlo per esperienza personale, visto che, per un 
nuovo libro in cantiere, dal titolo provvisorio " Una 
filosofia per I' inferno ", non mi e' costata nessuna 
difficolta' dimostrare: 

a) Che Platone e Aristotele in poi nessun filosofo 
della politica e della storia e' riuscito a legittimare 
inconfutabilmente il dominio, non si dice del padrone 
rispetto al servo, ma semplicemente del potere ri- 
spetto alla società 1 ' civile, che, se composta, come si 
sostiene, di uomini liberi, non si capisce come essi 
accettino di lasciare al potere il diritto di decidere 
sulla loro sorte, guerra compresa, qualunque sia il 
prezzo in lutti e rovine. 

b) che per quanto singolare possa sembrare in 
questo momento di morte di Marx, non c' e 1 piu' or- 
mai alternativa al comuniSmo, se non si vuole che il 
massacro del Golfo assuma a paradigma eterno e 
immutabile dei comportamenti repressivi del nuovo 
ordine mondiale. 

c) Che ciò' nonostante costituisce sono della ra- 
gione il pensare che il comuniSmo (ammesso che I' 
umanità' possa fondarlo materialmente, e sia ancora 
in tempo per farlo) possa essere altra cosa da un 
movimento reale di massa, a scala planetaria, onde 
chiunque può' essere, almeno per un certo tempo, 
compagno di strada verso il comuniSmo, ancorché' il 
suo il suo linguaggio non coincida con il nostro, ma il 
suo agire vada nella giusta direzione, direzione che 
oggi non può' essere volta a limitare I' onnipotenza 
americana, non certo per antiamericanismo pre- 
concetto, ma per la ragione che gli Stati Uniti costi- 
tuiscono attualmente un pericolo di dominazione 
mondiale da pagarsi con lacrime, sudore e sangue, 
e non solo per i dannati della terra (in primo luogo, in 
questo momento, i palestinesi,) ma anche per tutti 
coloro che, pur vivendo nell' area del privilegio, non 


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potranno mai partecipare del decisionismo infalli- 
bile(diretto o indiretto che sia) di chi detta le leggi e 
le fa eseguire, per cui sara' loro impossibile scan- 
sare la mazzata conseguente alle spese di guerra e 
a quelle per la ricostruzione, per non parlare delle 
nuove spese per il riarmo, non solo per rimpolpare 
gli arsenali parzialmente lacunosi, ma anche in vista 
di una ripresa della guerra fredda per regolare defi- 
nitivamente i conti con I' Unione Sovietica, sia essa 
rassegnata al propio declassamento a potenza re- 
gionale o decisa invece a riprendere il ruolo di po- 
tenza regionale o decisa invece a riprendere il ruolo 
di grande potenza, se non altro per salvarsi dalla 
balcanizzazione decisa dagli Stati Uniti. 

Di qui l'esigenza di un impegno (cosa ben piu 1 dif- 
ficile che dimostrare l'inconsistenza teorica dell'at- 
tuale ordinamento democraticocapitalistico) per 
saggiare correttamente la misura in cui possa e 
debba svolgersi la critica delle armi in funzione della 
rivoluzionaria guerra alla guerra, da intendersi (visto 
che la realta' di pace di questa pace genocida e 
ancor piu' guerreggiata) come guerra alla pace, la 
pace della sempre piu' iniqua divisione sociale del 
lavoro su scala mondiale, la pace conseguente alla 
vittoria americana (che liquidata l'Urss, non ha piu' 
da temere scontri suicidi, essendo lei sola ormai a 
poter usare impunemente di tutte le armi di stermi- 
nio, atomiche comprese), la pace del dominio e dello 
sfruttamento, la pace anti-ragione, che sarebbe 
pero' irragionevole pensare di combattere facendo 
appello alla ragione, che' unica, vera ragione non e' 
quella illuministicamente astratta, bensì' la ragione 
storiografica, consapevole che una storia, che non 
sia liberata, in un congruo periodo di tempo, da do- 
minio a sfruttamento, continuerà' ad essere storia di 
guerra, anche se il consumismo e il desiderio di 
continuare a fruirne ci impediscono di avvedercene. 


9 File : DARI0.003 


Montepulciano 16/04/91 

Al COMPAGNI DI ROMA DA PARTE DI 
DARIO PACCINO 

Con preghiera di sollecita risposta a questo testo e 
di sollecita trasmissione dello stesso alle situazioni 
presenti aita riunione a Roma del 14 scorso. Grazie. 
Cordialmente. 

Bozza del progetto di comunicazione per la tra- 
sformazione radicale. 

1) Nulla vieta che si continui a parlare di comuni- 
cazione antagonista, termine pero' che, perso- 
nalmente, non ritengo propio, ritenendo comuni- 
cazione antagonista solo quella del dominio, an- 
tagonista contro uomo e natura, e, particolarmente, 
contro la verità' che e' quella di una produzione an- 
tagonista (spogliarne nove per arricchirne una) co- 
municata invece come insuperabile livello delle forze 
produttive, e dunque, direttamente o indirettamente, 
fruttuosa per le generalità'. Per contro la nostra co- 
municazione (dialogante, il contrario di quella mo- 
nologante del dominio) non può 1 non correre (qui e 
ora) lungo i binari delle undici di Marx su Feurbach, 
sulla trasformazione tesi che concludono, notoria- 
mente, con l'imperativo categorico di trasformare il 
mondo dislocando cosi' la storia dal nefasto terreno 
della menzogna a quello feroce della verità'. 

2) Ciò' permesso un' altra premessa ancora. Fon- 
damento di ogni critica osserva Marx nella intro- 
duzione alla critica del diritto pubblico di Megel, e' la 
critica della religione religione che costituisce il ca- 
povolgimento preliminare di ogni realta' ponendo in 
principio il verbo (l'idea) che si fa carne, la coscienza 
che si fa' storia mentre in realta' e' la filosofia ad 
essere figlia della storia e non viceversa, filosofia 
che poi incide appunto attraverso la comunicazione 
sulla storia. 

Concetto in questo contesto da leggere quale ri- 
flesso di una teoria del cambiamento radicale post 
positivismo marxista senza cadere pero'nell'onto- 
logismo che postulava l'esistenza di Dio (l'idea) per il 
solo fatto che per logico pensarlo, quando come 
appunto ha dimostrato Kant non si da pensiero, per 
quanto logico possa apparire, che possa de- 
terminare l'esistenza. 

Di qui l'impossibilita' (con riferimento a questa nostra 
realta' storica) di disgiungere (nonostante l'era ato- 
mica) il binomio marxiano armi della critica critica 
delle armi non essendoci critica per quanto rigorosa 
che possa sussumere il movimento reale della storia 
funzionante si tratti dell'attuale apparente pace o 
dell'appena vista guerra apocalittica del Golfo, in 
forza delle armi che non si riducono ovviamente a 


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quelle militari regolarmente operante bastando come 
s'e' visto nella guerra fredda maggior capacita' di 
deterrenza tecnologico finanziaria o anche 
semplicentismo ideologico) propio per questa sua 
asettica concezione della religione come pura forza 
produttiva del dominio. Altro elemento positivo della 
menzogna ideologica romana: si trattava di religione 
politeista, senza dunque alcuna pretesa di universa- 
lità', per cui tutti gli dei del mondo potevano trovare 
ospitalità' a Roma, eccezione fatta, naturalmente, 
per gli dei del giudaismo e del cristianesimo, religioni 
monoteiste, per le quali l'attributo dell 'universalità', 
anziché' che all'imperatore romano, spettava ai sa- 
cerdoti depositari della verità' suprema, appunto il 
dio delle due rispettive religioni. 

4 ) Se i roghi hanno incenerito milioni di streghe e di 
eretici, se milioni di esseri umani hanno perduto la 
vita nelle guerre di religione, se oggi riteniamo che 
questa nostra democrazia proprietaria con relativi 
linguaggi e forme comunicative debba valere per 
tutti i popoli del pianeta, e' in ragione 
(ideologicamente) dell'infausto trapasso dal poli- 
teismo al monoteismo, monoteismo che non può' 
richiedere proselitismo e guerra, un tempo solo 
quella guerregiata, oggi anche la guerra inerente 
all'Imposizione col vigente modello produttivo della 
divisione sociale del lavoro planetaria che piu' ci 
convenga spiritualmente e materialmente. 

5) Un universo monoteista, il nostro, che Susan 

George definisce regime planetario dell'apartheid. 
Come dire che allo stesso modo che la maggioranza 
dei bianchi, in Sudafrica, ritiene sacrosanta la se- 
gregazione schiavista dei neri, cosi la maggioranza 
degli (nel fax non si capisce il seguito) 

6) Due le specie umane tra coloro che partecipano a 
tale convinzione, i " cattivi " e i " buoni " coloro che 
Marx definiva rispettivamente " fatalisti " e " filantropi 
\ Esemplificando: Indro Montanelli e Rossana 
Rossanda, il primo che giustifica lo stato di cose 
presente come un dato di natura, sul quale non vale 
piangere, e la seconda che ritiene che il rimedio ci 
sia e consista in cosi' potenti (quelle contenute nel 
suo cervello) armi della critica da poter sussumere 
irresiduatamente l'ormai obsoleta critica delle armi, 
per cui si toma a scelta all'opera di conversione dei 
malvagi (i padroni) attraverso la grazia di Dio o alla 
resurrezione della meritatamente screditata ragione 
strumentale illuministica. 

7) Materialità' storica quella dei buoni e cattivi del- 
l'attuale consumismo oppurtunatamente protetta 
dalla tecnologia (della guerra guerreggiata e della 
pacifica e pacifista guerra inerente alla produzione 
antagonista) del dominio atomico cibernetico. 


Consumismo magari deprecato a parole anche 
perche' non raramente se ne coglie la realta' me- 
taforizzabile in un treno senza piu' controllo in rapida 
corsa verso l'annientamento della specie se non 
dello stesso sistema della vita: consumismo co- 
munque cui siamo ormai cosi' assuefatti, da pensare 
che perderlo sarebbe lo stesso che tornare alla 
preistoria, per altro senza alcun vantaggio per i neri 
del nostro apartheid, se e 1 vero che uno sviluppo 
come il nostro non e 1 generalizzabile a scala plane- 
taria per piu’ che evidenti ragioni economiche ed 
ecologiche nonché’ normali se la nostra democrazia 
richiede un carburante miscelato con sangue e pe- 
trolio. 

8) Questo il punto: che l'onnipotente dio tecnolo- 
gicoconsumistico e' si di matrice padronale fa co- 
modo alla grande maggioranza degli occidentali per 
cui esso s' e' fatto oltre che senso comune sangue 
del nostro sangue. Con la conseguenza che la no- 
stra comunicazione propio perche 1 finalizzata a una 
trasformazione radicale, non può 1 non essere avver- 
tita ancor piu 1 che come ereticale e sovversiva come 
demenziale al punto che per lecito ipotizzare che se 
disponessimo di tutte e tre le reti televisive statali ne 
saremmo cacciati in breve tempo a furor di popolo 
dovendosi per avere successo far cambiare con le 
sole armi della critica forma mentis alla generalità', 
evento cui possono credere solo coionelli verdi, cri- 
stiani progressisti e patiti del comuniSmo, abrogando 
la produzione antagonista della valorizzazione capi- 
talistica e inerente divisione sociale del lavoro su 
scala mondiale. 

9) Tutte cose da tener presenti non già' ovviamente 
per un miraggio di resa ma per renderci conto che la 
nostra comunicazione non può' scimmiottare 
l'edonismo comunicativo imperante, ne l'accademico 
dibattito delle idee, e neppure la controinformazione 
intesa come un arsenale di dati da sparare (come 
tanti Patriot contro altrettanti Scud) contro il diuturno 
bombardamento comunicativo del nemico, ma deve 
invece consistere in un agire comunicativo che non 
può' mai perdere di mira, partendo dalia valutazione 
realistica può' non discendere dal movimento reale, 
trasformazione che non sia fatta tra i dannati dell'at- 
tuale apartheid. 

1 0) Comunicazione dunque diversificata per arrivare 
(con i piu' oppurtuni mezzi) quanto ai parroci tanto 
all'emarginazione quanto a chi pur dentro la cerchia 
dei garantiti (i protagonisti delle rifondazioni comu- 
niste europee ?), riesce ancora a capire che la ga- 
ranzia di cui gode basta un niente per dissolverla dal 
momento che le decisioni del comando centrale del 
capitalismo concernono intere regioni, se non con- 
tinenti quando non addirittura il pianeta che sara' 
sicuramente ridisegnato in conseguenza per citare 


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una piaga fra le tante dell’effetto serra (frutto 
dell'antagonismo produttivo contro uomo e natura), 
per i quale si prevedono esodi penalizzanti non 
meno di un miliardo di vittime (i curdi di domani per i 
quali nessuno piàngerà 1 ) 

11) Di qui la proposta fatta, nella riunione a Roma 
del 14 Marzo di un bollettino (con frequenza da sta- 
bilire dopo la fase sperimentale) finalizzato nello 
stesso tempo a produrre sintesi comunicativa e a 
porre le basi per la redazione di annali della co- 
municazione e delle lotte: obiettivo da realizzarsi 
collettivamente dandoci se possibile come prima 
scadenza (il numero zero) la meta' del mese pros- 
simo per poter poi presentare il primo numero a 
Venezia nei giorni del convegno internazionale in 
programma. 

12) Questa la dinamica che propongo: ogni situa- 
zione mi faccia pervenire al piu 1 presto una risposta 
critica a questo mio testo e una sintesi di quanto ha 
comunicato sulla guerra nel Golfo e sul nuovo ordine 
internazionale per quanto concerne l'Occidente per 
un verso ed Est e Sud per l'altro (come si prevede 
che verrà' modificato, in conseguenza 
dell'Apocalisse esibita dall'America nel Golfo, il vi- 
gente apartheid sia fra i benefici che fra le vittime e 
fino a che punto si presume che il rivolgimento in- 
vesta in negativo le sinistre istituzionali europee). 
Anche se questo mio testo richiederebbe un ampio e 
approfondito discorso critico e' chiaro che volendo 
disporre del numero zero del bollettino per l'incontro 
in programma a meta' Maggio si deve fissare un 
termine temporale e spaziale. Tempo: materiale 
trasmesso entro pochi giorni. Spazio: non piu' di 
cento righe (di trenta battute ciascuna) per la rispo- 
sta al testo e non piu' di sessanta (sempre di trenta 
battute) per una sintesi di una comunicazione fin qui 
fatta sulla guerra del Golfo e sul nuovo ordine mon- 
diale (o il contrario per chi preferisca sessanta righe 
per la critica del testo, cento per la sintesi 
comunicativa, l'importante e' che complessivamente 
non si superino le centossesanta righe), lo poi coor- 
dinerò' il tutto per pubblicare nel numero zero: 

a) Una breve introduzione esplicativa 

b) Questo mio testoc) Un' essenziale esposizione 
delle risposte e delle sintesi 

d) Proposte di base all'esperienza dello stesso nu- 
mero zero. 

buon lavoro, Dario. 


10 File : FINESOC.ZIP 


L'OSCURA EUFORIA DEI VICEVERSA 

Non cercare di avere l'ultima parola. Potresti ot- 
tenerla. 

Lazarus Long 

La critica radicale all'esistente capitalistico, durante i 
suoi piu' recenti movimenti di negazione, ha trala- 
sciato di esplorare a fondo alcune regioni discorsive. 
Nessun "Hic sunt leones": semplicemente, si tratta di 
zone che ci siamo limitati a percorrere descrivendole 
a rapidi tratti dai finestrini dei nostri veicoli di inter- 
vento, scartando i momenti speculativi che ci 
avrebbero allontanati dai tragitti allora prefissati; 
tragitti che dovevano portarci alla definizione di ciò' 
che oggi, in diversi tempi-forme-soggettivita', si 
muove contro il dominio e la socializzazione forzata 
deH’immaginario. 

Dobbiamo affondare le gambe nel fango di queste 
terre. La critica conosce solo derive, non e' un viag- 
gio Alpitour ne' - peggio - un Carnei Trophy in 
giungle di plastica con l'optional di imprevisti pro- 
grammati. 

Fuor di allegoria, i punti in cui oggi l'analisi va af- 
finata sono (tra gli altri): 

A. La "morte del sociale" traccia intorno alle ipotesi 
di lotta una gabbia d'acciaio. L'avvento della società' 
implosivo-mafiosa e l'individualismo di massa hanno 
veramente dissolto i soggetti individuali e collettivi? 
Occorre definire cosa fosse il "sociale" e se la sua 
"fine" sia un dato solo e invariabilmente negativo per 
le sorti del conflitto di classe. 

B. Ci troviamo inoltre a che fare con la sopraggiunta 
inutilità', nei paesi capitalistici avanzati, di espro- 
priare i mezzi di produzione (che e' oggi principal- 
mente PRODUZIONE DI MORTE) e di ridistribuire la 
“ricchezza" (poiche'si tratta in gran parte di merci 
che soddisfano in modo transitorio bisogni mera- 
mente quantitativi). Riguardo agli effetti di ciò' sulla 
lotta per l'antipotere territoriale, occorre dimostrare 
come il bisogno di spazi non possa considerarsi 
“meramente quantitativo", in quanto la merce-spazio 
ha caratteristiche peculiari che, dopo la devalorizza- 
zione operata dall'autogestione (intesa non come 
"partecipazione" al proprio riprodursi come forza- 
lavoro, bensì' come INSORGERE DEL CORPO), 
vanno rigiocate in positivo. 

C. Il massimo stiramento del rapporto emittente-ri- 
cettore nelle nuove tecnologie di informazione, lungi 
dal decretare il superamento della verticalità' del 
modello e della comunicazione massificata, ha 
inaugurato un diverso totalitarismo ed una 
"massificazione a misura d'uomo". L'individualismo 
di massa viene rafforzato come paradigma domi- 
nante dell'odierna cooperazione sociale produttiva. 


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Da qui occorre ripartire per realizzare nelle lotte 
quella compresenza di "buchi neri" e "detonazioni" 
che avevamo individuato come conditio sine qua 
non per una nuova costruzione di situazioni. 
L'andamento necessariamente singhiozzante del 
testo che segue e' dovuto alla momentanea diffi- 
colta' di trattare questi argomenti in maniera or- 
ganica e lineare. Del resto deve averlo già' detto 
qualcuno: siamo nell'epoca in cui non bisogna te- 
nere per se' i propri appunti. 


FINE DEL SOCIALE = TEMPO DEL SOGGETTO 

Ad un certo stadio della socializzazione capitalistica 
deirimmaginario - avviata con la scoperta della ri- 
produzione tecnica delle immagini - il sociale e' 
franato dall'illusione di una relativa autonomia ad 
una rassegnata anomia che ha lasciato interdette le 
"menti prespettacolari", qualsiasi postazione queste 
occupassero nel gioco dello Homo homini lupus. 

Il sociale e' divenuto una massa "inerte, implosiva, 
frantumata, atomizzata che si difende dai media at- 
traverso l'esercizio dell'apatia" (1), che cerca di fug- 
gire dal confronto forzato con l'immagine sociale 
creandosi percorsi abituali da un medium all'altro, 
condotti virtuali che aggirino il bombardamento di 
immagini e modelli identificativi, come teleferiche 
sospese su un vulcano sputacchiante lapilli (2). 

La società' implosivo-mafiosa si sviluppa paralle- 
lamente a questo strano "decesso". La materia ri- 
bollente finisce per rapprendersi in una serie di 
rapporti privilegiati ma instabili, come lobbies, 
bande, cordate clientelari. Legami dislocati nei punti 
strategici della fabbrica sociale, che di "amicale" 
hanno solo uno sbiadito alone. Aree sociali 
"periferiche' 1 i cui rapporti coi “centri" decisionali 
sono gestiti da brokers e mediatori di ogni tipo. 

I cervelli prigionieri dei dispositivi antinomia della 
metafisica occidentale hanno frainteso l'avvento di 
questa società' fieramente priva di legittimazione: 
Alvin Toffler, nel suo ultimo fittissimo tomo 
(Powershift, Sperling & Kupfer, 1991), descrive 
sempre piu' affascinato i nuovi sistemi informativi 
aziendali - basati sull'interfacciarsi dei piani ge- 
rarchici, ma non certo sulla scomparsa dei rapporti di 
subordinazione - per affermare alla fine che il potere 
e' divenuto “orizzontale". 

Nel verso opposto procedeva, quasi vent'anni fa, la 
costruzione ideologica del S.I.M. (Stato Imperialista 
delle Multinazionali) da parte delle Brigate Rosse: 
dalla tendenza a costruire “sistemi orizzontali" basati 
sul decentramento produttivo e sull'accentramento 
dedsionale, si arrivo' alla contemplazione neoplato- 
nica di un comando soprannaturalmente unipolare: 
“il mondo capitalistico come una sfera: al centro il 
potere centripeto del capitale (...); verso la superficie 
tutte le forze centrifughe della trasgressione" (3). 


Invero, la "morte del sociale" non fa che retroagire 
sugli eventi che ne sono la causa: la crisi di co- 
mando sui precedenti modelli di organizzazione e 
controllo della produzione; le nuove esigenze di ri- 
produzione della forza-lavoro; l'assimilazione di ogni 
momento della vita al tempo del capitale. Ma non e' 
vero che l'atomizzazione della massa finisca per 
dissolvere i soggetti individuali e collettivi. 

Scriveva Mario Perniola piu' di dieci anni fa: 
''L'immagine sociale non e' il prodotto dell'iniziativa 
dell'individuo, ma qualcosa che e‘ già 1 data in par- 
tenza e a cui e' impossibile sottrarsi, se non ri- 
cadendo nella marginalità', nel periferico, nel re- 
sto" (4) (enfasi nostra). Quest'asserzione aveva al- 
meno due grosse falle: in primo luogo l'immagine 
sociale - lo spettacolo - si ri/de/costruisce periodi- 
camente sull'espropriazione capitalistica della co- 
municazione intersoggettiva, della possibilità' degli 
individui di cooperare e "fare società'"; insomma, 
sulla capacita' del comando di trasformare la comu- 
nicazione in informazione, e quindi in immagine so- 
ciale. Questo vale sia per i soggetti acquiescenti, sia 
per quelli rivoltati, il cui intervento critico viene 
ricodificato, per fare da nuovo puntello alla società' 
dello spettacolo; quindi l'immagine sociale non si 
può' considerare “data in partenza". 

Per quanto invece riguarda la "marginalità 1 ", si può' 
rispondere con le parole di A. Negri e F.Guattari dal 
loro pamphlet Le verità' nomadi (Pellicani, 1989): 
"Non e' affatto un paradosso dire che SOLO LE 
MARGINALITÀ' SONO CAPACI DI UNIVERSALITÀ' 
(...) la verità' 'a portata d'universo' si costituisce con 
la scoperta dell' amico nella sua singolarità', dell ‘altro 
nella sua irriducibile eterogeneità', delia comunità' 
solidale nel rispetto dei suoi valori e delle sue fina- 
lità’. Questo e' il 'metodo' e la 'logica' delle margina- 
lità' che sono cosi' il segno esemplare di una inno- 
vazione politica richiamata dai dispositivi produttivi 
attuali, adeguata alle trasformazioni rivoluzionarie. 
Ogni marginalità', scommettendo su se stessa, e' 
dunque portatrice potenziale dei bisogni e dei desi- 
deri della piu' ampia maggioranza". 

Sottrarsi allo spettacolo, senza alibi o impraticabili 
vie di fuga nell'abitudine, significa farsi portatori di 
bisogni generali. 

I tempi che verranno si preannunciano terribili e in- 
teressanti, e non e' affatto scontato che i nuovi con- 
flitti saranno piu' soft di quelli prevalentemente mo- 
lari che ci siamo lasciati alle spalle. Alla "morte del 
sociale" puo'paradossalmente corrispondere una 
incontrollabile e psichedelica produzione di sogget- 
tività' antagoniste, soggettività' che si coordineranno 
e riconosceranno attraverso modelli comunicativi re- 
ticolari. 

Nelle interzone il mediascape vede provvisoriamente 
invertito il proprio flusso, ogni messaggio (fiction, 
comandi, informazioni) viene distorto e reinterpretato 


43 


ecn 



secondo il codice del sottogruppo sociale che lo ri- 
ceve. Ne nascono strane, spesso invisibili, subcul- 
ture. Il capitale interviene su questo "residuo" per 
reinserirlo nei suoi processi di valorizzazione, ma per 
far questo deve emettere un certo tipo di messaggi, 
che puntualmente produrranno scarti, eccedenze, 
smagliature, quando non vere e proprie anomalie. Il 
comando e' crisi, ovunque e comunque si muova. 
Sarebbe una grave forma di presbiopia politica non 
capire che e' proprio da questo riciclaggio rove- 
sciato, da questo dirottamento del valore/segno (5), 
che può' svilupparsi un pluri(sub)linguismo della li- 
berazione. Oggi stiamo lavorando “in rete" (non solo 
reti di computers, ma reti di soggetti conflittuali) per 
prepararci alle lotte dei giorni a venire, lotte inedite, 
imprevedibili perche' “al di la' del sociale", irrappre- 
sentabili perche 1 "al di la' del politico"(6) 


LO SPAZIO COME BISOGNO RADICALE E LA 
CORPOREITÀ' MUTANTE 

La "ricchezza" prodotta oggi dal capitale e' “sterco 
che non si può' utilizzare neppure piu' come letame". 
Il valore d'uso delle merci e' ormai ridotto a mero 
fondamento metafisico, poiché' l 'utilità' coincide in 
toto con la desiderabilità', e la desiderabilità' e' il piu' 
delle volte riferita a bisogni meramente quantitativi 
infinitamente riproducibili (i bisogni di possesso al 
fine di un'elevazione dello status personale). La de- 
siderabilità' di un oggetto non e' mai stata tanto effi- 
mera e transitoria; la societa'-merce non ha mai 
conosciuto prima un simile feticismo. 

Non si tratta piu' soltanto di sognare l'espropriazione 
dei proprietari; occorre impedire al capitale la 
scomposizione e rifunzionalizzazione di bisogni ra- 
dicali^) quali il bisogno di comunità' (di ricono- 
scimento intersoggettivo) e il bisogno di costruire, di 
creare, sul cui soddisfacimento fittizio si basa oggi la 
produzione sociale. Occorre rivalorizzare le poten- 
zialità' del cooperare, per ricostruire su questi biso- 
gni un percorso di liberazione. 

All'intersezione dei bisogni radicali poco sopra evo- 
cati corrisponde il BISOGNO DI SPAZIO: spazio del 
corpo, spazio per viverci , per farci qualcosa, per 
incontrarvi l'altro da se 1 . E ancora: spazio che può' 
essere esplorato, spazio della socialità' o 
dell'intimità', spazio del conflitto, spazio come in- 
terzona. 

Per il capitale, al contrario, lo spazio non ha mai 
fatto altro che contenere la riproduzione della forza- 
lavoro/consumo, e' sempre stato l'unione degli in- 
siemi di convivenza forzata, la palestra per 
l'esercizio della sovranità' della merce. Spazio come 
dominio, spazio come capitale-territorio, spazio 
come lavoro. 

Oggi poi lo spazio e' VIRTUALE, deterritorializzato 
da ubicanti flussi multimediali e Rlterritorializzato 


come zona di guerra totale, come Beirut 
deH'immaginario, come catena montuosa di cada- 
veri. In questo scenario neonaturale si giocano le 
chances dell'antipotere: lo spazio e 1 un bisogno 
qualitativo, una volta espropriato e devalorizzato 
(spogliato della forma-merce) ha un suo polimorfo 
"valore d'uso". Occorre pero' non rifarne il luogo 
dell'abitudine, delle catene affettive che ri- 
stabiliscano il sacro deir'oggettualita' allestita", 
bensì' il luogo di una deriva continua, una cartografia 
che ogni giorno l'azione mandi al macero. Il quoti- 
diano dev'essere in perenne trasformazione, cam- 
biare come cambiano i concatenamenti; occorre co- 
struire quella precarietà' del sentire e del corpo che 
permetta di VIVERE ogni istante senza anestesie 
(Sade, “Francesi, ancora uno sforzo,.."). 

Quella in cui oggi siamo impegnati e' una guerra 
senza linee del fronte, tutta combattuta nelle "terre di 
nessuno". 

Siamo tutti Brundle-mosche. in balia di incontrollati 
disguidi genetici, riponiamo nell'armadietto del ba- 
gno le parti che il corpo ha lasciato cadere perche' 
divenute inutili, inservibili o pericolose: buona parte 
dei nostri sensi; i nostri polmoni asfaltati; da poco 
anche le nostre infette secrezioni, il nostro stesso 
seme. 

La catastrofe del corpo - equivalente personalizzato 
dell'ecocidio su scala planetaria - orbita intorno a 
noi, psicosi-spettacolo alimentata per ribadire che il 
nostro destino e’ oggi piu' che mai in mano alla Sa- 
nità', alla Tecnica, all'Economia e alla Politica. Dob- 
biamo confidare, in pratica, sulla grazia da parte 
degli stessi che ci hanno mandati al patibolo. 

L'AIDS e lo spettacolo mercantile percorrono gli 
stessi asintoti per riconsegnare la vita agli specia- 
lismi del dominio, per scomporre all'infinto l'im- 
magine del nostro corpo in tanti oggetti di altrettante 
discipline, impedirne una visione d'insieme, scavare, 
tagliare, svuotare, imbalsamare o mantenere in 
“vita" a forza, trasformare, trapiantare/mutilare, de- 
formare, dirigere le infezioni funzionali e reprimere 
quelle impreviste, sostituire o aggiungere nuovi tabu' 
a quelli vecchi, insomma sussumere la vita alla 
scienza del comando capitalistico. 

Intanto rimbalziamo tra ipocondria e culto del corpo, 
ed epidemie letterali-metaforiche (doVe 1 piu' la dif- 
ferenza?) ci invadono in silenzio provocando scon- 
quassi appena percettibili. E pare non ci sia alcun 
posto dove fuggire. 

Certamente non si tratta solo del fatto che l'AIDS 
serva a diffondere panico aprendo la strada ad ide- 
ologie neoreazionarie, ad impedire una visione non- 
spettacolare e mediata della carne (e dell'amplesso), 
a costringere ancor piu' il corpo (ed il coito) nella 
sfera del consumo. Non e'solo questo: e' come se il 
Moderno avesse agito direttamente sull'ipofisi, 


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ecn 



sconvolgendo il nostro rapporto col corpo, insi- 
nuando l'acromegalia nel quotidiano dei processi 
metabolici. E' la nuova carne. Almeno a livello 
dell'Immaginario, siamo tutti mutanti. 

Ma neppure questi sono dati assolutizzabili: una 
cosa buona del corpo e' che , piacere o dolore, to- 
talità' o separazione, e' comunque importante partire 
da esso, perche' NOI siamo il corpo, IO sono il 
corpo. Per quanto si possa astrarre o spettacola- 
rizzare, per quanto il capitale tenda a farne oggetto 
di sfruttamento-esperimento-contemplazione, per 
quanto lo si possa farcire di analgesici o veleni, il 
corpo rimane protagonista dell'accadere, di qualsiasi 
accadere. IL CORPO E' L'EVENTO. Non c'e' ottun- 
dimento che tenga sul lungo periodo: o si muore 
sotto i ferri, oppure prima o poi l'anestesia finisce. 

E non c'e' neppure catastrofe che tenga. Il corpo 
può' rovesciare messaggi, simboli e valori, fare di 
ogni cosa - anche dei divieti- lo strumento del pro- 
prio insorgere, riferire tutto - anche la propria cata- 
strofe - all'erotismo ("La mosca" di Cronenberg, so- 
pra evocato, e' un grande film erotico). La corporeità' 
mutante non soffoca la corporeità' radicale, anzi, la 
prima crea la dimensione in cui avverranno i conflitti 
scatenati dalla seconda. 

L'irruzione della corporeità' all'interno del nostro di- 
scorso sui bisogni radicali consiste in questo: la li- 
berazione dello spazio ed il suo de'tournement di- 
pendono dalla possibilità' di condurre a fondo l'as- 
salto fisico all'accadere, contrapponendo il vivere il 
corso degli eventi (la lotta, l'amore, l'amplesso, la 
malattia e la guarigione, il viaggio e l'immobilita', 
l'addormentarsi e il risveglio) alla contemplazione 
della serie di spettacoli (la "politica". La “sessualità"'. 

I tranquillanti e gli antidepressivi. L'affitto. Il turismo) 
in cui consiste la corporeità' mediata. Uno spazio 
occupato può' e deve essere riempito con la corpo- 
reità' radicale, e sara' l'unico modo per spogliarlo 
della forma-merce(8). 


VALLANZASCA A SILICON VALLEY 

Ci siamo già' occupati diffusamente di come i sistemi 
pseudorizomatici di informazione e le tecnologie 
presuntamente “demassificanti" in realta' non fac- 
ciano che frantumare la verticalità' del rapporto 
emittente-ricettore, ristabilendo in modo ancor piu' 
totalitario l 'appendicite' del soggetto nel processo 
comunicativo. Le realta' virtuali rappresentano, per 
ora, l'ultima fase di questa "massificazione a misura 
d'individuo", di questa riterritorializzazione dell'Io in- 
torno al comando. Comando che non si regge piu' 
sulla standardizzazione delle immagini fruite 
(pensate a quando, prima dell'avvento massiccio del 
videotape e della pay-tv, l'audience aveva pochis- 
sime scelte di programmi e l'indomani, al lavoro o a 
scuola, tutti ci raccontavamo lo stesso film, "E hai 


visto quando...?", “E ti ricordi quella scena...?"), 
bensì' su un’omologazione molto piu' ipodermica dei 
comportamenti, basata sulla frammentazione del- 
l'immagine sociale, grazie a cui piu' nessuno, a 
meno di rotture traumatiche, potrà' cogliere la to- 
talità' del “processo". 

Negli ultimi anni durissime critiche al frivolo otti- 
mismo di chi descrive l'avvento di una nuova so- 
cietà', di un “sol dell'avvenire" teletronico e liberal— 
democratico, sono giunte persino da politologi e 
pensatori di parte riformista o moderata: "Vero e' che 
taluni osservatori ritengono di poter segnalare 
l'ingresso della società' post-industriale nella sta- 
gione della 'demassificazione', sia sul piano pro- 
duttivo sia sul piano culturale (...) Tuttavia, la base 
collettiva e simbolica nella quale queste tendenze si 
iscrivono e si impiantano rimane fortemente nutrita 
di umori livellanti, alimentati tra l'altro proprio dal si- 
stema della comunicazioni di massa. Si aggiunga 
che le risorse della teletronica (...) attenueranno 
ancor piu' il quadro delle relazioni interpersonali e 
accentueranno le tendenze verso l'atomizzazione 
sociale, verso l'isolamento degli individui e dei magri 
nuclei familiari. Insomma, la massificazione riceverà' 
nuovi impulsi, e le persone ondeggeranno tra un 
condizionamento in chiave di omologazione ed un 
condizionamento in chiave di frammentazione so- 
ciale, che sono del resto due facce della stessa 
medaglia"(9). 

Qui si svela quanto sia ideologicamente viziata 
l'immagine "orizzontale e paritaria" contemplata nel 
networking telematico da certi democratici sempre in 
attesa - come scriveva Marx ne II 18 brumaio di 
Luigi Bonaparte - dello squillo di trombe che abbatta 
le mura di Gerico. Finche' si rimane prigionieri del 
Codice , vale a dire del comando, la risposta in 
tempo reale non garantirà' alcun ritorno alla mitica 
"democrazia diretta": l'appendicita' deile unita' 
umane alle scelte del videodrome e' ormai 
un'invariante del dominio capitalistico, come del re- 
sto la separazione tra "inclusi" ed "esclusi", alimen- 
tata dalla modernizzazione dis/emancipante e dalle 
pretese di dominio feudale del General Intellect. 

Nel movimento circola un bello slogan: 
"L'informazione e' una banca. Nostro dovere e' di 
rapinarla". Affermazione che andrebbe integrata con 
quest'altra: "L’informazione e' una galera. Nostro 
dovere e' di evadere". Ciò' e' vero in rapporto ai si- 
stemi di videocontrollo e di schedatura magnetica, 
ma lo e' anche e soprattutto in rapporto all'a- 
tomizzazione e aH'"individualismo di massa", alle 
tendenze a farsi spettatori della propria vita, alla 
continua ricodificazione spettacolare di ogni mo- 
mento di rottura. 

Il pirataggio dei dati, l‘"hackeraggio sociale", d viene 
presentato da alcuni compagni in questi termini: 
"Operiamo per un libero scambio, senza nessun 
ostacolo, delle informazioni in quanto parte fonda- 


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ecn 




mentale delle nostre liberta 1 . Favorendo la circola- 
zione delle informazioni siamo coscienti che si possa 
operare un controllo democratico sui governi e sui 
politici, si possa incrinare il progetto in cui tecnologia 
e informatica vengono utilizzate per controllare e 
opprimere, si possa socializzare conoscenze, infor- 
mazioni e idee"(10). Si tratta purtroppo di 
un'impostazione vecchia e fuorviante: il problema 
non sta nell'inaccessibilità' dei dati e dei segni, nella 
loro mancata socializzazione: questa socializzazione 
ha già' il proprio motore nel videodrome. Il problema 
sta semmai nella saturazione della semiosfera, 
nell'eccesso di dati e messaggi, che richiede nuove 
pratiche di decodifica-sabotaggio, di interruzione dei 
flussi ( L'interruttore a cui accenna Deleuze). Non 
che il pirataggio non sia utile, ma “una visione del 
'mondo' che salvi la desiderabilità' dei suoi oggetti e' 
arcaica e regressiva nella misura in cui non vede il 
mutamento qualitativo celato dietro la moltiplicazione 
quantitativa dei programmi e dei feticci: quasi che il 
'problema' consistesse ancora in una piu' equa par- 
tizione dei 'beni'; o peggio, nella socializzazione di 
quei beni e degli strumenti che li producono"(11). 
No, bisogna imparare ad EVADERE dalla società' di 
controllo-comunicazione, con “nuove armi" o a mani 
nude: come Vallanzasca, evadere dalla nave che ci 
trasferisce a un'altra galera svitando con le unghie 
gli infissi di un oblo'. 

Vallanzasca a Silicon Valley. E' qui, al piu' alto livello 
di sviluppo e di integrazione, che occorre sfruttare le 
occasioni di appropriarci di un know-how sovver- 
sivo, di cartografare i movimenti del capitale, per 
aggirare il controllo e recuperare il recupero. Ancora 
una volta: lotta/fuga, detonazione e 
buco nero. 

La costruzione di situazioni certo non e' possibile 
partendo dall'occhio del ciclone modemizzatore: 
quando si e' troppo vicini ad un oggetto, non se ne 
riescono a distinguere i contorni. Occorre fluttuare in 
quelle che abbiamo chiamato interzone, i margini in 
costante spostamento dove si stratifica la lava so- 
ciale eruttante dalle falde della ristrutturazione 
(oppure, cambiando metafora, quei luoghi dove i 
tentativi di omologazione da parte del comando 
giungano obliqui e meno efficaci, come i raggi del 
sole nel circolo polare artico). 

In fin dei conti, non occorre fare altro che mettere in 
campo la separatezza, l'unica dimensione che 
puo’farci cogliere il nuovo e preservarci dal mille- 
narismo in cui, dopo la fine delle ideologie prome- 
teiche, sono precipitati i discorsi e le prospettive di 
quel mostro chiamato "sinistra". Contro quanti ten- 
tano di riproporci tutto il solito vecchio ciarpame (la 
delega, la forma-partito, gli stantii miti democratico- 
progressisti, l'etica del lavoro e dello stato) in una 
visione tutta difensiva (non sappiamo poi cosa si 
voglia difendere, sappiamo solo da cosa), dobbiamo 


affermare che i conflitti sociali (postsociali?) di oggi e 
del prossimo futuro si preannunciano duri, multi- 
formi, ricchi di forza-invenzione, altrove rispetto allo 
spettacolo di macerie a cui i comunisti si sono ras- 
segnati ad assistere. 

dicembre 1 991 


NOTE. 

1. M. Perniola, La società 1 dei simulacri, Cappelli, Bologna 
1980. 

2. Sul tentativo di uso, da parte delle unita' umane, del re- 
ticolo multimediale per ricostruirsi un'abitualità' di percorsi 
e sfuggire al bombardamento informativo, vedi "Spleen e 
posizioni fetali nella multimedialità"' (Spleen1.zip), file rin- 
venibile nelle aree "comunicazione" della rete telematica di 
movimento ECN. 

3. Dall'intervista a Roberto Ognibene in Noi terroristi di 
Giorgio Bocca, Garzanti, Milano 1985. 

4. Mario Perniola, op. cit. 

5. Non stiamo pero' parlando del “Mass(age) is message", 
dell'iperconformismo descritto da Jean Baudrillard come 
un nuovo tipo di resistenza, "(le masse) sanno che non ci 
si libera di niente e che si abolisce un sistema soio spin- 
gendolo nell'iperlogica, spingendolo ad un uso eccessivo 
che equivale ad un ammortamento brutale", cfr. All'ombra 
delle maggioranze silenziose, Cappelli, Bologna 1978. 
Certe interpretazioni risalenti alla fine degli anni 70 sem- 
brano oggi basarsi soprattutto sulla sfiducia e l'apatia di chi 
le scriveva. Tali inviti alla desistenza, sfornati soprattutto 
dalla Cappelli Editore nella collana "Indiscipline", spesso 
non contenevano che profezie di catastrofi perfettamente 
immobili, vaghe esortazioni ad andare "oltre" qualsiasi 
cosa, descrizioni lisergiche di cambiamenti epocali intravi- 
sti - chissà' perche'- solo da quegli autori. Il trip e' finito, la 
lotta continua! 

6. Sul networking sociale, vedi: Commissione comuni- 
cazione (dibattito e appendice documentaria) in AA.W., 
International Meeting, Caiusca, Padova 1991; AA.W., 
Antologia Cyberpunk, ShaKe, Milano 1990; Bob Nadoulek, 
Enciber, Nautilus, Torino 1989; Luca Di Meo, "La IsIam 
Incorporated contro i Partiti deil'lnterzona", su "Invarianti" 
n. 17/18, autunno 1991. 

7. Nel procedere del nostro ragionamento, useremo piu' 
volte l'espressione "bisogni radicali", ed intenderemo que- 
sti ultimi come quell'insieme di istanze ed espressioni de- 
sideranti che tendano a rompere le compatibilita' istitu- 
zionali, pena il loro soffocamento. Questo non coincide col 
significato dato alla medesima espressione da Agnes Hel- 
ler, nell'ambito della sua "Teoria dei bisogni". Per spiegare 
la differenza, concedeteci quest'apparente divagazione: 
Alfine Ferdinando Adornato senti' che la battaglia volgeva 
al termine e, seduto all'ombra refrigerante del Teorema 
Calogero, potè' realizzare un bel libro-intervista con Agnes 
Heller, solennemente intitolato Per cambiare la vita (Editori 
Riuniti, 1980). L'operazione aveva lo scopo di disgiungere, 


46 


ecn 




nell'immaginario politico-culturale di quegli anni, la demo- 
cratica "Teoria dei bisogni" dall'appropriazione presunta- 
mente indebita fattane dal movimento del '77. La presti- 
giosa allieva di Lukacs non si fece pregare, e lungo tutta 
l'intervista prese reboantemente le distanze dalle "forme di 
comportamento scelte dall'autonomia'', forme “non 

generalizzabili" e "in contraddizione col valore 

dell'argomentazione razionale". Non contenta, cito' la Bo- 
logna di Catalanotti e del killers di Francesco Lorusso 
come uno dei "luoghi in cui il socialismo e' già' presente" (e 
non voleva certo intendere il socialismo reale alla felsinea, 
che' allora avrebbe avuto ragione). 

Non spetta a noi il ruolo dei Nero Wolfe indaganti sull'ef- 
fettiva conoscenza del movimento italiano da parte della 
professoressa di Budapest ,che in alcuni passi sembra ri- 
petere pedestremente leggende urbane diffuse dal grande 
partito "di lotta e di governo" senza il quale, per asserzione 
dei suoi militanti, non doveva esserci "ne 1 vittoria ne' con- 
quista"; ciò' che a noi interessa rimarcare e' che da 
quell'intervista affiora un'insopportabile deferenza della 
Heller e della sua teoria nei confronti dell'ordinamento 
politico "democratico" - visto come "condizione prelimi- 
nare" per il costituirsi di "movimenti che esprimano bisogni 
radicali"- tanto che ad un certo punto l'"allieva di Lukacs" 
dichiara di "non poter accettare in alcun modo" 
l'interpretazione secondo cui i bisogni radicali sarebbero 
quelli "che non possono essere soddisfatti nel quadro isti- 
tuzionale della democrazia formale". Poiché' per "bisogni 
radicali" noi intendiamo appunto questi ultimi, ringraziamo 
la professoressa per il chiarimento e la congediamo senza 
ulteriori indugi. 

8. Ovvio che quella della devalorizzazione e' piu' una ten- 
sione "ideale", una linea a cui avvicinarsi in maniera asin- 
totica, piuttosto che un possibile traguardo del movimento 
delle occupazioni. Non crediamo che nei centri sociali si 
annidi un nuovo Poi Pot pronto ad abolire il denaro hic et 
nunc. Non si può' prescindere totalmente dalla forma- 
merce: i concerti e le iniziative di autofinanziamento nei 
centri sono un momento indispensabile, fondamentale. 
Occorre pero' sforzarsi di abbattere lo steccato che divide 
gestori e frequentatori, affinché' quanti partecipano - a vari 
livelli - alla vita del centro possano vivere lo spazio fuori 
da un rapporto di commercio. 

9. Domenico Fisichella, Il denaro e la democrazia, La 
Nuova Italia Scientifica, Roma, 1990. 

10. U.V.L.S.I., "La minaccia della pace", su "Decoder" n.6, 
inverno 1991. 

11. Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza, De Do- 
nato, Bari 1974. 


11 File : RECENS.DOC 


PREMESSA AMARA MA NECESSARIA 

Le recensioni che seguono fanno parte del materiale 
che la redazione bolognese di “Invarianti" - compo- 
sta interamente da compagni del movimento - 
aveva preparato per il n.20 della rivista, attualmente 
in preparazione. Purtroppo l'accentuarsi delle di- 
vergenze politiche con la redazione romana ed il 
recente logorarsi della fiducia reciproca che d aveva 
permesso di far crescere la rivista ha indotto i com- 
pagni di BO a sciogliere la redazione e ad abban- 
donare cura e diffusione della rivista. Immettiamo in 
rete queste schede - e altre ne seguiranno - per- 
che' riteniamo uno spreco lasciarle in qualche cas- 
setto materiale o telematico a fare la polvere o a 
occupare memoria inutilmente. 

Ringraziamo tutti i compagni che ci hanno seguiti e 
incoraggiati in questa esperienza, segnalando che il 
n.19 di "Invarianti", in uscita in questi giorni in li- 
breria, e' l'ultimo a cui la redazione di BO abbia col- 
laborato. 


GREIL MARCUS, Tracce di rossetto. Percorsi In- 
visibili nella cultura del Novecento dal Dada al 
Sex Plstols, Leonardo Editore, 1992. 

I. "Pensavate che stessimo fingendo / che stessimo 
semplicemente facendo soldi / non potevate credere 
che facessimo sul serio /senno' avreste perso la vo- 
stra facile attrazione / chi? La E.M.I., E.M.I.". Cosi' i 
Sex Pistols nell'ultima canzone dell'LP "Never Mind 
The Bollocks' 1 (Virgin, 1977), un'invettiva contro la 
casa discografica che, terrorizzata dalla "rock'n'roll 
truffa" di Me Laren & Co. e resa TEMPOFIANEA- 
MENTE incapace di programmare il recupero com- 
merciale dell'evento-punk, ai primi di gennaio del '77 
aveva ritirato dal mercato e distrutto le copie del 
singolo "God Save The Queen". 

L'evento-punk era nulla piu' che un linguaggio 
“insurrezionale" ("Caos, non musical", "Anarchia nel 
Regno Unito!", "Mai piu' Rock'n'Roll per me, mai piu' 
Rock'n'Roll per voi!") e oltraggiosi combos di disoc- 
cupati, lunpenproletari, ex-studenti, "surplus people" 
che facevano friggere le orecchie suonando come 
orchestre di compressori e martelli pneumatici 
("strumenti" che anni dopo furono effettivamente 
usati da gruppi come gli Einsturzende Neubauten). 
Solo un anno dopo l'esplosione, ogni grande citta 1 
dell'Occidente industrializzato aveva cantine e ga- 
rages "insonorizzati" con cartone o polistirolo alle 
pareti e trasformati in sale-prove per gruppi "punk", 
e mancava poco che le Sette Sorelle del Music-Bu- 
siness mandassero i loro talent- scouts a offire con- 
tratti porta a porta, tanta era la premura di investire 


47 


ecn 





nella "trasgressione" (e questa e' la situazione de- 
scritta da Frank Zappa nella sua beffarda 
"Tinseltown Rebellion"). Intanto ninnoli punk , gad- 
gets e vestiti di plastica entravano nelle riviste di 
fashion a soddisfare la pulsione di moda contempo- 
ranea, mentre i primi protagonisti di quell’apparizione 
iconoclasta e - come quasi di sfuggita alcuni l'a- 
vevano definita - "neodada", arrancavano sui palchi 
balbettando frasacce annacquate dal recupero 
(squallide vedettes che presto avrebbero regalato il 
loro vitalismo negativo ai rapaci della cronaca nera, 
come l'immeritatamente santificato Sid Vicious). In- 
fine il buio. 

Negli anni successivi molti superstiti punk cambia- 
rono nome e identità' per non rimanere inchiodati 
corpo e anima alle visioni confuse delPestate d'odio" 
londinese, come aveva fatto mezzo secolo prima il 
dadaista Richard Huelsenbeck, divenuto psicanalista 
a New York col nome di Charles R. Hulbeck. 
“Nessuno può' sfuggire a Dada", aveva scritto tristan 
Tzara nel suo "Sillogismo coloniale". 


Il punk non sopravvisse a se' stesso neppure come 
“genere musicale", e ciò' che era rimasto di quel fu- 
rore venne reinvestito su ritmi da tachicardia nelle 
fragorose "messe nere” celebrate in catacombe e 
C.S.A. dalie Hardcore-bands, che mentre in Europa 
fecero dello "stile della negazione” del primo punk 
una mera "negazione dello stile", in America finirono 
per rientrare - anche se con immutate collera e di- 
gnità' - nei moduli di quel Rock'n'Roll che non 
avrebbe piu' dovuto esserci ”ne' per me, ne' per voi". 
Proprio nel periodo dello Hardcore-punk chi scrive 
questa variante raggiunse l'erroneamente detta “età' 
della ragione". Per una retrospettiva di quel periodo 
che non si esaurisca in sterili classificazioni, consi- 
glio - soprattutto a chi all'epoca non ha avuto tempo 
o interesse di seguire la vita sotterranea - il recente 
Opposizioni ‘80 di Tommaso Tozzi, autoproduzione 
di Amen THX 1138, Milano. 

Incubazione - detonazione - recupero - nuova in- 
cubazione. Probabilmente c'e' ben poco di nuovo in 
tutta questa vicenda, ma forse Greil Marcus ha ra- 
gione quando scrive in questo libro :"sappiamo da 
tempo che la storia e' circolare, ma ogni volta ci stu- 
piamo nello scoprire quanto questi cerchi siano lar- 
ghi". 


II. Il Ubero Spirito fu un movimento ereticale diffuso 
tra il XIII e il XV secolo nell'Europa centro-set- 
tentrionale. Gli adepti e le adepte di quella confra- 
ternita pensavano di aver raggiunto un tale grado di 
perfezione nella condotta apostolica, da poter fare 
qualsiasi cosa senza peccare. Ne derivavano una 
completa liberta' sessuale e la negazione 


dell'esistenza del peccato anche in atti come 
l'assassinio. 

Salto temporale. In una mattina dell'anno santo 1951 
il giovane Michel Mourre entra a Notre Dame du- 
rante una funzione e , travestito da frate dome- 
nicano, sale sull'altare urlando un testo scritto dal 
lettrista Serge Berna in cui si afferma che Dio e' 
morto e che il paradiso e' vuoto. Una breve deto- 
nazione, poi Mourre tornerà' con l'autobiografia 
“Malgre 1 la Blasphme" nel grembo cattolico da cui 
era uscito scalciante, mentre Berna seguirà' Guy 
Debord , Gii J Wolman e Michele Bemstein nella 
scissione dal movimento di Isidore Isou, esperienza 
che prenderà' il nome di Internationale Lettriste. 

Fu proprio l'azione di Mourre, ispirata dalla scoperta 
della Confraternita del Ubero Pensiero, a fornire ai 
"lettristi radicali" l'esempio contagioso e l'energia da 
investire nel progetto di "costruzione delle situazioni" 
che ebbe il suo inizio “ufficiale" nel '59 con la fonda- 
zione dell'Internazionale Situazionista e sembro' 
culminare nell'insurrezione parigina del maggio '68. 
Quest'ultima, lo hanno già' scritto in tanti, fu una 
sorta di esposizione concentrata delle forme 
d'azione-espressione dada, surrealiste, lettriste e 
situazioniste, un punto d'incrocio di tutte le correnti 
sotterranee che nel corso del secolo avevano voluto 
“transformer le monde" e "changer la vie". Pochi 
anni piu' tardi, gli anarchia londinesi Malcolm Me 
Laren e Jamie Reid si invaghirono di un'antologia di 
testi dell'I.S. tradotti in inglese, "Leaving thè 20th 
Century", e la prestarono all'adolescente Johnny 
Rotten, maestro di cerimonie dei Sex Pistols. Il testo 
di "Anarchy in thè UK“ e' una trascrizione conden- 
sata e stravolta (contemporanea al post-crisi ener- 
getica e alla disoccupazione galoppante) di ciò' che 
l'I.S. aveva intravisto ,ai tempi del Boom e 
dell'ebbrezza neocapitalistica, nella sommossa nera 
di Watts del '65: “lo sono l'Anticristo / lo sono un 
anarchico / non so cosa voglio ma so come ottenerlo 
/ lo voglio distruggere i passanti". 

III. C'e'quasi tutto ciò' e molto altro in questo libro dal 
titolo strano e dal prezzo esorbitante (non sono po- 
che 42.000 lire in un periodo di recessione generale, 
e per un bene tutto sommato rinunciabile come un 
libro!). Recensito nella solita maniera superficiale e 
vaniloquiente - un tono a meta' tra la cultura in pil- 
lole e i FANTASTICI CONCORSI per corrispon- 
denza - dalia coppia Piccinini-Piccino sul 
"Manifesto" del 3/1/92, Tracce di rossetto non e', 
come ci si aspetterebbe, un trattato sociologico sulle 
sottoculture giovanili, ne' un cumulo di aneddoti e 
pettegolezzi sugli "scandali" e le "vite bruciate" di 
pop-stars e poeti maudits, bensì' il diario di una de- 
riva noire. 

Una oscura ricerca sulle strade delle metropoli eu- 
ropee per ricostruire, partendo da pochi labili indizi, 
un itinerario della critica radicale della vita quoti- 


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ecn 




diana. Come Rick Deckart in "Biade Runner", il cri- 
tico musicale Greil Marcus mescola ossessioni e 
immagini - provenienti da un'altra memoria - di cui 
ingrandisce i dettagli trovando iscrizioni nascoste, 
quindi rimbalza per le bettole e i caffè', fa' domande 
sconvenienti (''Perche' allontanaste Wolman 
dail'lntemationale Lettriste?", chiede a Michele 
Bernstein senza ottenere risposta). Quindi incastra i 
pezzi, risalendo fino ai "misfatti" di remoti culti ere- 
ticali (lollardi, ctari, Libero spirito), ritornando al Ca- 
baret Voltaire, rituffandosi nel marasma dell'ultimo 
concerto dei Sex Pistols a S. Francisco, senza mai 
tirare il fiato. 

E' l'ansia di visioni d'insieme oltre gli schermi opachi 
del "costume", della "Moda", deir'Arte" e delle 
scienze sociali borghesi a produrre il desiderio RA- 
DICALE di scrivere un libro come Tracce di rossetto, 
ed e' il bisogno di FARE DELLA SCRITTURA DEGLI 
EVENTI UN EVENTO ALTRETTANTO FORTE a 
inspessire l'opera, rendendola all'altezza del deside- 
rio che la crea. 

C'e' da dire pero' che alcune lunghe divagazioni 
appesantiscono la narrazione, come se incollassimo 
brutalmente interi pezzi di tragitto alla stereoscopia 
di una drive, ignorando l'equilibrio dei flussi e dei 
vortici: il pezzo sul "jacksonismo" (dal canzonettaro 
Michael Jackson), riguardante la creazione di una 
filosofia di vita spettacolare intorno alle popstars at- 
traverso gadgets, sinergie pubblicitarie e frequenta- 
zioni nel macro politico, e' interessante ma il suo in- 
serimento risulta forzato, forse sarebbe stato meglio 
metterlo in chiusura come appendice. Altro difetto e' 
Pariosita"' di alcune parti narrate, un'affettazione che 
mal si addice ad una storia cruda e sanguinosa ma 
che potrebbe stranamente ricordare un voluminoso 
best-seller sui miti greci, fortemente "veicolato" 
qualche anno fa da bancarellari e imbonitori per cor- 
rispondenza. 

Nel complesso un libro di cui non nuocerà' la lettura, 
ma il cui prezzo rappresenta un ostacolo - certo non 
insormontabile... - proprio per quei proletarizzati e 
underground people a cui dovrebbe rivolgersi. 

R. B. 


12 File : ELOGIO.TXT 


Elogio della videoscrìttura. 

A qualcuno dei sinistri figuri che si collegano tramite 
questa rete, oppure delle entità' piu' o meno anta- 
goniste che vi scorrono, veicolando e traendo infor- 
mazioni, e' capitato di recente di fare un concorso 
scritto? Uno di quelli, per intendersi, con tempo fisso 
per la prova, cioè' un numero di ore determinato per 
bruttacopia + bellacopia? Un concorso, aggiun- 
giamo, di quelli che contano, tipo si' o no, dentro o 
fuori, non di quelli che si fanno "di passaggio", per 
tentare. 

Se si', l'entità' non può' non essersi resa conto, 
magari con sorpresa, di quanto lo strumento con cui 
da un po' di tempo ha preso a trastullarsi - questo 
intervento, avvertiamo subito, rimane attestato sul 
livello del rapporto tra l'operatore ed il suo pro- 
gramma, senza avventurarsi nell'universo delle reti! 
- abbia influito sulle sue capacita' e sul suo modo di 
esprimersi. E forse qualcosa di piu'... 

All'inizio, a dire il vero, non pare: il nostro soggetto 
comincia tutto fiducioso a lavorare sulla bruttacopia, 
gioca con freccette, sgorbi, correzioni e cancella- 
zioni. Passa sopra il già' scritto, ed in certo modo 
non trova differenze sostanziali con la videoscrittura. 
Non fosse per il fatto che il tempo intanto passa, e 
tutto quanto sta facendo dovrà' venire ricominciato 
daccapo. 

Poi, ad un certo momento, il concorrente virtuale si 
accorgerà' immancabilmente di essere quasi a meta' 
del tempo. Non e' ancora angoscia, pero'.. 

Subito, appena cominciata a scrivere la bellacopia, 
l'impatto del cambiamento rispetto a quanto si era 
ormai abituato a fare con il proprio fidato com- 
puterino si rivela nella sua brutalità'. E una sorpresa, 
tra l'altro: non aveva un ricordo cosi' negativo della 
vecchia penna! 

Resta un fatto incontrovertibile: quello che il nostro 
figuro sta scrivendo e' fisso, rigido, in altre parole 
inalterabile e fortemente condizionante. Certo, ha 
ancora davanti a se' ore di lavoro; il tempo e' pero' 
già* scaduto per le prime frasi che e' venuto intanto 
snocciolando, definitive e morte dal momento in cui 
sono state scritte. Il paragone con altri strumenti di 
scrittura meccanica lascia il tempo che trova: a 
macchina o a ciclostile, a penna o con un baston- 
cino, rimane una rettilineità' assurda, fastidiosa e 
mortificante! Chissà', forse la tavoletta di cera degli 
scolari dell'antichità' era un po' piu' iibera..non tale 
comunque da modificare la unidirezionalita' del 
percorso fondato sulla scrittura. 

Mentre il nostro eroe divaga, il tempo passa e la si- 
tuazione si aggrava.Le singole frasi e pensieri che 
partorisce assomigliano oramai a pensierini delle 
elementari, accostati l'uno di seguito all'altro, fisica- 


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mente e temporalmente. Intuisce che non si tratta 
solo di non modificabilità 1 , di spreco di tempo: quella 
che e' divenuta impossibile e' la dislocazione del suo 
lavoro, nel senso della possibilità 1 di modificarlo, 
all'indietro come in avanti, a partire dal punto piu 1 
alto di riflessione/comprensione che intanto ha rag- 
giunto. 

Gli e 1 invece imposta una tecnica di ragionamento- 
comunicazione del tutto priva di retroazione e di ri- 
corsivita 1 , che impedisce, o comunque contrasta, 
una adeguata produzione di soggettività 1 . Non a 
caso, a pensarci, lo stesso approfondimento della 
nozione di ricorsivita' nello sviluppo degli studi sul 
pensiero e 1 coevo al prendere piede del dibattito 
sull'intelligenza artificiale. 

Allora, mettiamo pure.. .nero su bianco: Retroazione 
contro Verbo, Danza di Shiva versus Logos, Rete di 
soggettività 1 autovalorizzanti contra Popolo del Libro! 
Scalando rapidamente all'indietro da simili ..deliranti 
esaltazioni, si può 1 osservare il nostro candidato vir- 
tuale intento ai suoi ultimi, sconsolati pensierini: 
denota insoddisfazione, frustrazione, disfaci- 
mento-meglio abbandonarlo proprio, a questo 
punto! 

Il fruitore della rete, se si e 1 lasciato attirare da que- 
sto file, avra 1 probabilmente le ciglia corrugate, in 
attesa di spiegazioni che riportino il giochino in un 
quadro interpretativo serio e rassicurante. Questa 
volta no! Vecchi di provocazioni, la tiriamo proprio 
fino in fondo: videoscrittura e 1 tempo, videoscrittura 
e 1 liberta', videoscrittura - magari con un po' di 
sforzo - e' autopoiesi. Ohibò 1 ! 

Videoscrittura e 1 tempo: lo capisce chiunque. Ri- 
spetto ad un qualsiasi limite temporale di produ- 
zione-elaborazione e 1 possibile lavorare fino al- 
l'ultimo secondo, senza che vada perso niente. Nella 
sua banalità 1 , non e 1 cosa da sottovalutare. 

Anche il discorso sulla liberta 1 e 1 chiaro, e stret- 
tamente legato: rompendo la prigione della linearità 1 , 
il mezzo che usiamo ci consente collegamenti e 
nessi logico-espressivi altrimenti impossibili. Certo, 
si tratta di un condizionamento! Quanto profondo, 
anzi, lo comprendiamo solo nella situazione illustrata 
dalla parabola descritta. Ma questo vuol forse dire 
che si tratta di una limitazione? 

Quanto alla affermata caratteristica autopoietica 
della videoscrittura, si e 1 voluto, forzando, sottoli- 
neare il dato della ricorsivita 1 . 

Si tratta davvero di un elemento centrale! Con- 
sentendo una forma di elaborazione concettuale 
fondata sul presente continuo - quello stesso pro- 
cesso, lo ammettiamo francamente, che sul piano 
dell'informazione di regime consente le peggiori fal- 
sificazioni storiche, come vediamo e sentiamo tutti i 
giorni attorno a noi - il nostro programmino di vide- 
oscrittura ci aiuta invero a superare soglie di livello di 
comprensione e ad operare dislocazioni di pensiero 
dove prima eravamo costretti a procedeva con 


l'unidirezionalita 1 del passaggio e della concatena- 
zione logica. 

C'e 1 una interazione, un ampliamento delle po- 
tenzialità 1 ? Dobbiamo arrivare a vedere il nostro p.c. 
come un elevatore delle nostre capacita 1 au- 
tovalorizzanti? Di certo, appare realistico ritenere 
che questo fenomeno tende a rompere il Logos- 
dominio che ha informato di se 1 un lungo periodo 
della civiltà 1 . 

Quantomeno vedano di non rimpiangerlo, quel 
modo del dominio, coloro che non sono veramente 
convinti del percorso e dei discorsi che si stanno 
abbozzando attorno alla rete! 

Come si vede, malgrado le promesse e gli sforzi, in 
questo intervento si e 1 finito, purtroppo , per tornare 
a parlare in termini di mediazione e di analisi pro- 
positiva. 

Il nostro candidato, esaminando, concorrente, e' 
tuttavia assai piu 1 radicale: Al prossimo concorso, 
grida, vogliamo il p.c., e il word, o che altro al suo 
posto! Basta con penne, biro, fogli protocollo, e simili 
assurdità 1 o trappole per orsi! E nessuno, as- 
solutamente nessuno, potrà 1 convincerlo che non si 
tratti di una parola d'ordine qualificante, che ben si 
adatta alle necessita 1 e si inserisce nell'orizzonte del 
moderno soggetto metropolitano. 


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13 File : RIVISTA.TXT 


14 File : LASTWORD.ZIP 


Care compagne/) 

E' trascorso un anno dall'uscita dell'ultimo numero (il 
49) di Autonomia. Le trasformazioni sociali e ge- 
opolitiche hanno sconvolto anche i ritmi, pur saltuari, 
del nostro giornale. Ma in tutto quest'anno non 
siamo stati con le mani in mano, abbiamo prodotto i 
materiali del Meeting di Venezia e molteplici notiziari 
tratti dalla rete telematica ECN. 

Ora, in presenza di una carenza di orientamento nel 
dibattito del movimento antagonista, intendiamo ri- 
prendere le pubblicazioni di Autonomia per offrire 
degii spunti, delle coordinate, delle provocazioni 
all'analisi, al lavoro politico, alla produzione culturale 
e di cooperazione sociale antagonista. 

Autonomia vuole trasformarsi da giornale in rivista 
da, per, nel movimento. Un periodico trimestrale 
aperto all'intervento e al contributo di tutti i compagni 
che ritengono importante costruire insieme un luogo 
utile ed utilizzabile per e da tutti i compagni. 

Questa e' la scommessa che vogliamo fare, con- 
tando sulla vostra collaborazione e sul vostro con- 
tributo. 

I temi che intendiamo affrontare con il primo (il 50°) 
numero spaziano dal nuovo assetto mondiale del 
comando capitalistico, passando attraverso l'im- 
plosione dei paesi del "socialismo reale”, fin dentro il 
divenire dei movimenti di lotta, con un'attenzione alla 
produzione di senso, di cooperazione, di cultura nel 
vissuto quotidiano, nella socialità 1 di “noi-altri". 
Naturalmente per poter far ciò' non contiamo solo 
sulle nostre forze, abbiamo bisogno del vostro con- 
tributo fin da subito. Spediteci i vostri lavori specifi- 
cando se la pubblicazione richiede la firma, indivi- 
duale o collettiva che sia. 

II nuovo Autonomia vorrebbe essere in distribuzione 
per il 1° maggio, quindi e' fondamentale che i con- 
tributi scritti ci pervengano entro illO-15 aprile. 

La rivista Autonomia propone anche di usare la rete 
ECN per consentire gli scambi tra i redattori/lettori 
creando una 

area apposita alla quale si accede facendo richiesta 
alla rivista stessa, a questo proposito attendiamo 
pareri e quindi file di risposta dai vari poli ECN ma 
anche da tutti, 

A presto, saluti a pugno chiuso. 

I compagni di Autonomia 
c/o Libreria Calusca 
via Bolzoni 14 
Padova 

Tel: 049-8757076 


HEGEL ALLA LUCE DI HEMINGWAY 

1. 1 possibili soggetti antagonisti di questa fase sto- 
rica sono il prodotto dell'attuale mutazione, delia 
crisi-sviluppo capitalistica mondiale. L'evolversi dei 
dispositivi produttivi e' anche un ridisegnarsi di ogni 
orizzonte critico, un ribollire di ogni paradigma epi- 
stemologico, e produce rappresentazioni del mondo 
che invadono il quotidiano, riempiono gli ambiti di 
vita individuali e sociali, vengono consumate come 
merce e ad un tempo addestrano la forza-la- 
voro/consumo alla nuova dimensione del dominio e 
della (ri) produzione sociale. Fin qui non ci spostiamo 
di molto dal discorso STRUTTU RA-S OVRASTRUT - 
TURA, ma noi oggi assistiamo allo scambiarsi e 
mutevole rispecchiarsi di questi due termini: la ri- 
conducibiiita' delle costruzioni ideologiche dominanti 
al “ciclo" non e' piu' solo formale, (vale a dire: oggi 
l'immagine sociale del potere di classe non e' 
semplicemente - se mai lo e' stata - un puntello per 
la conservazione dei rapporti di proprietà' e di pro- 
duzione) bensì' lo spettacolo e' assolutamente IN- 
TERNO al ciclo. Il cervello sociale addestrato dallo 
spettacolo e' messo al servizio della produzione so- 
ciale di “beni" e servizi, l'attuale produzione siste- 
mica e circolare in cui il lavoratore salariato e' co- 
stretto ad erogare creatività' per un miglioramento 
continuo delle procedure (dal funzionamento 
dell'apparato macchinico alle strategie di marketing). 

2. L'ideologia - che oggi ha acquisito la massima 
icasticità' e velocita' di diffusione, divenendo spet- 
tacolo sociale - delimita lo sviluppo del General In- 
tellect, preservandolo da eventuali devianze o dal 
formarsi di ISTANZE DI POTERE . 

E non solo: l'ideologia e' anche il prodotto del ciclo, 
viene prodotta come merce e consumata come tale: 
l'industria culturale e' morta perche' e' dappertutto. 
Nella società' dello spettacolo ogni processo di valo- 
rizzazione della merce e' impregnato di estetismo, 
ogni produzione e' prima di tutto produzione se- 
gnica, che nelle società' di classe significa PRODU- 
ZIONE IMMEDIATAMENTE IDEOLOGICA. 

3. Ideologia che produce procedimenti di produzione 
di ideologia, questa e' la circolarità' sistemica at- 
tuale. L'unica referenziai ita' dei segni che percorrono 
l'ambiente vitale e' la referenzialita' ad altri segni: di- 
viene possibile una speculazione illimitata nei di- 
scorsi, un'inflazione inquantificabile della parola, un 
continuo rimando dei segni unicamente a se stessi, 
proprio come avviene nella speculazione finanziaria 
(altra incredibile astrazione al quadrato, lontana 
secoli-luce dal referente reale della merce e molto 
distante persino dal primo livello di astrazione, la 


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ecn 






vecchia convertibilità' in oro, che in effetti era solo 
un'inutile pietra). 

Lo spettacolo, al pari del denaro, e' ora un equiva- 
lente generale, e' la merce universale della produ- 
zione sistemica postfordista. 

4. Dietro tutto questo vi e 1 la realta' della PRO- 
DUZIONE FINE A SE STESSA, il folle progetto di un 
comando allo stato puro, senza piu 1 bisogno di pro- 
fitto, prezzo, plusvalore e altre variabili che il capitale 
ha già' svuotato di senso per mantenerle ormai 
come meri modelli di simulazione, allo scopo di rag- 
giungere la forma perfetta, estrema, levigata, 
ETERNA del rapporto sociale (l'"utopia capitale", 
una rappresentazione ideologica a cui il capitale 
stesso ha finito per credere). 

5. Lo spettacolo e' qualcosa di tangibile, un tumore 
che scoppia e si diffonde nella vita-mercato, ali- 
mentandola e venendone successivamente ri- 
prodotto. Alle attuali rappresentazioni del mondo 
l'insorgenza di soggetti conflittuali e intenzional- 
mente antisistemici va ascritta come tendenza im- 
manente. La frammentazione del reale, l'apparente 
sgretolamento del punto di vista soggettivo in grado 
di cogliere una totalità', ha coperto tutta l'arena dei 
rapporti sociali. Lo spettacolo della separazione 
quotidiana non può' essere rovesciato "dall'esterno"; 
vale a dire: non esistono punti archimedici fuori delle 
tendenze in atto, e' inimmaginabile un'assoluta alte- 
rità' del punto di vista da parte di soggetti che sono - 
e sanno di essere - il portato della modernizzazione. 
Lo scardinamento degli equilibri sistemici va cercato 
SPORCANDOSI LE MANI NELLA MODERNIZZA- 
ZIONE ambendo pero 1 alla separatezza, alla seces- 
sione, all'autonomia sociale. 

5/b. Occorre partire dalla consapevolezza che l'i- 
deologia non e' semplice "menzogna" sovrapposta 
alia “verità'" nuda e cruda dei rapporti di produzione. 
Lo stesso Marx al riguardo non era cosi' rigido come 
si e' tramandato : "La dottrina materialistica della 
modificazione delle circostanze e dell'educazione 
dimentica che le circostanze sono modificate dagli 
uomini e che l'educatore stesso dev'essere educato. 
Essa e' costretta a separare la società' in due parti, 
delle quali Cuna e' sollevata al di sopra della società' 
stessa", Tesi su Feuerbach, III. 

Questo e' il primo passo per far compiere al conflitto 
sociale il cammino inverso a quello impostogli dai 
meccanismi del recupero (dalla negazione radicale 
alla sua ricodificazione e integrazione nei discorsi 
dominanti): maturata nel sistema - nelle sue inter- 
zone - la conoscenza del suo funzionamento, eva- 
derne per usare quel sapere a fini di sovversione, 
per sfondare con l'imprevedibilita’ dell'ambiente le 
porte e i pavimenti del sistema. Separatezza come 
controtendenza. E' evidente come ciò' non possa ne' 


debba essere scambiato per una “vocazione alla 
marginalità'", poiché' la prospettiva e' radicalmente 
differente, e' quella dei lavoro sui residui e sulle ec- 
cedenze, sullo scarto - nel duplice senso di 
“pattume" e di "sfasatura" - nel processo di adatta- 
mento sistemico al / contenimento sistemico del / 
CAOS. 

5/c. Per questo le rappresentazioni ideologiche do- 
minanti vanno assunte e lavorate dallinterno per 
cortocircuitarle. L'apparente accettazione dei pre- 
supposti del discorso spettacolare nasconde cosi' la 
VIOLENZA TEORICA di cui scriveva Baudrillard 
quando era al massimo della forma. Cosi', giocare 
Luhmann contro Luhmann, lo spettacolo contro se 
stesso, il postmoderno contro la postmodernità' (e 
viceversa). 

" E finalmente, ciò' che ci e' dato ora, non e' la pos- 
sibilità' di inventare un nuovo codice dello spazio, 
ma piuttosto di giocare con il codice in modo da 
produrre degli effetti assurdi" (Marc Le Bot, "Tavola 
rotonda sulla morte automobilistica"). 

§§§ 

6. Da tempo l'impianto simbolico-mitologico su cui 
ridefinire (e in cui mascherare) l'esercizio del co- 
mando non e' piu' fornito al capitale dalPeconomia 
politica, bensì' dalla cibernetica, dai modelli delia 
zoosemiotica, dallo studio dello sviluppo degli or- 
ganismi viventi: la Teoria dei sistemi di Luhmann, da 
anni unica dominante culturale per quanto riguarda 
la pianificazione politica ed il suo retroagire sulla 
sfera del Diritto, e' solo una "struttura di strutture di 
comunicazione", un albero (un videodromel), e nel 
formarsi ha contratto innumerevoli debiti con la ci- 
bernetica; tutto il movimento di capitali e informa- 
zioni nel pieno della cosiddetta "terza rivoluzione 
industriale", e' esplicitamente calcato sul modello 
delle reti neurali. Viviamo in una società' desossiri- 
bonucleica. 

Ne consegue, ad esempio, che il sistema mas- 
smediale non e' solo "un coefficiente di ideologie 
determinate altrove" (magari nel rapporto di fab- 
brica), non si limita a distribuire oppio culturale di- 
retto a produrre consenso, ma e' un diretto opera- 
tore di ideologia: i media sono mezzi di produzione. 
Di piu', il videodrome e' il rapporto stesso di produ- 
zione, il rapporto emittente-ricettore su cui si basa 
tutta la circolazione della merce-segno, merce che 
genera comando e ne viene a sua volta generata. 

6/b. Sta tutto qui il fenomeno chiamato "morte del 
sociale”: da un lato la neutralizzazione del senso 
sociale nell'incessante bombardamento informativo, 
guerra dei segni che ha come risultato una massa 
atomizzata la cui inerzia "e‘ letteralmente insonda- 
bile: nessun sondaggio la renderà' visibile, perette' i 


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sondaggi sono fatti per cancellarla" (J.Baudrillard, 
"All’ombra delle maggioranze silenziose", 1978); 
dall'altro, il mutare delle condizioni in cui si riproduce 
la forza-lavoro, processo che avviene tutto in questo 
effimero non-territorio solcato da messaggi iperve- 
loci. Anche qui comunque c'e' uno scontro di inte- 
ressi e strategie: dove c'e' riproduzione del rapporto 
di sfruttamento, ci sono anche le condizioni struttu- 
rali perche' l'autovalorizzazione proletaria divenga 
insubordinazione diffusa. 

7. E il plusvalore? E il profitto, e il valore d'uso? E la 
crisi? E la produzione stessa? Cosa sono divenute 
le categorie dell'economia politica? 

Non manca di suscitare polemiche qualsiasi inter- 
vento sul valore d'uso, sul suo decesso o sulla sua 
resurrezione, sul suo assumere nuove forme (quasi 
gli piacesse acquattarsi nel sottobosco segnico per 
poi sbucare fuori all'improvviso, a smentire gli apo- 
calittici e consolare i fiduciosi). 

Secondo alcuni osservatori, sulla scia de L'Eco- 
marxismo di O'Connor, il valore d'uso si sarebbe 
oggi spostato nelle condizioni della produzione, vale 
a dire nei limiti sociali ed ecologici dello sviluppo. Ma 
alla necessita' di una produzione non nociva - pena 
l'estirpazione della specie umana dal pianeta - la 
risposta sarebbe ancora una volta in termini di va- 
lore di scambio (il colossale business del disinqui- 
namento). Questa si configurerebbe come la forma 
piu' attuale della contraddizione tra i due valori della 
merce. 

Tutto sembra filare, eppure qualcosa sfugge a que- 
sto schemino: la posta in gioco del risanamento, piu' 
che il profitto, sembra essere un'ulteriore norma- 
zione dei comportamenti, finalizzata all'esercizio di 
un comando nella sua forma piu' "pura". Si', perche' 
la scommessa (o il sogno) del modo di produzione 
capitalistico e' oggi quella di sopravvivere alle deva- 
stazioni che ha causato, trasformare la crisi in forza 
riproduttiva del dominio, rovesciare la potenziale 
"fine del pianeta" in effettuale "fine della storia". 

"In questo planning riproduttivo, il capolavoro pro- 
mette di essere l'anti-inquinamento, in cui tutto il si- 
stema 'produttivo' e' in procinto di riciclarsi sul- 
l'eliminazione dei propri rifiuti - equazione gigan- 
tesca con risultato nullo, e tuttavia non nullo, dato 
che con la 'dialettica' inquinamento/disinquinamento 
si profila la speranza di una crescita senza fine" 
(J.Baudrillard, "La fine della produzione", 1976). 
Possiamo estendere questo interrogativo in tutte le 
direzioni, e sempre giungeremo alla stessa in- 
quietante conclusione: non profitto ma comando, 
non "decadenza del capitalismo" ma "utopia del ca- 
pitale", il valore di scambio come alibi del dominio 
del codice come il valore d'uso era l'alibi del valore di 
scambio. 


8. Nel capitalismo avanzato fino alla sua fase spet- 
tacolare, la produzione (meglio, l'assegnazione al 
lavoro) non ha piu' come fine principale il profitto, 
bensi' la riproduzione e l'allargamento del comando. 
La produzione come "abito sociale", come 
“assegnazione al lavoro", come socializzazione me- 
diante i segni di comportamenti normati. La pro- 
duzione come "rituale dei segni del lavoro", il rap- 
porto salariale come codice. 

La “sfera" del consumo - che non e’ piu' una sfera 
separata, coincide con l'intera sociosfera - rimane 
determinata dal rapporto di produzione, ma l’ottica e' 
sempre quella dell'esercizio di comando: il di- 
sciplinamento produttivo ha per scopo il discipli- 
narne nto sociale (e anche viceversa, in virtù' del- 
l'irreferenzialita' della produzione alla sua antica 
base reale, il bisogno materiale). 

L'autoriflessivita' sistemica permette al capitale di 
accantonare la legge del valore, e la forza-lavoro 
diviene piu' che altro uno statuto d'obbedienza al 
“terrorismo del codice". Attenzione: l'economia po- 
litica non scompare ma la mutazione ce la restituisce 
come mero reticolo di rappresentazioni allegoriche 
del comando, come modello di simulazione - che e' 
diverso da "finzione" in quanto non presuppone 
l'irrealtà' o la falsità' di ciò' che dal modello viene 
fatto derivare -. 

8/b. Rimane anche la dimensione dello sfruttamento, 
ma il suo parametro di quantificazione non e' piu' il 
plusvalore, ed il suo immaginario di riferimento non 
e' piu 1 quello pauperistico: e' sfruttato chi, pur parte- 
cipando al rituale della continua ridefinizione qualita- 
tiva del comando sistemico, non ne trae adeguato 
compenso in termini di emancipazione dal codice 
("creativi", programmatori informatici, funzionari me- 
diali, insegnanti, tutta la nebulosa del lavoro intellet- 
tuale proletarizzato). Lo sfruttamento si misura oggi 
nel divario tra le nuove forme di autovalorizzazione 
proletaria ed il perfezionamento del codice al cui in- 
terno vengono immancabilmente ricondotte. 

9. "Per questo e' importante oggi comprendere come 
il processo di sussunzione reale dei lavoro nel capi- 
tale tolga ogni residua dialetticita' al rapporto: e' il 
capitale a organizzare le condizioni della valorizza- 
zione, ma queste sono ormai interamente possedute 
dal lavoro vivo. Il capitale si limita ad inseguire il la- 
voro vivo, a costringere nelle maglie del comando 
l'autovalorizzazione proletaria: ancora, produzione di 
merci a mezzo di comando; di piu', produzione di 
comando a mezzo di comando" (da "Imperialismo ed 
economia-mondo", su “Autonomia" n.48, dicembre 
1990). 

Vero, ma la dialettica lotte operaie-sviluppo capi- 
talistico non si e' mica esaurita perche' e' passata di 
moda! Essa si e' "suicidata" realizzandosi in tutta la 
produzione ideologica sistemica. L'autovaloriz- 


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zazione proletaria ha la sua antitesi nell'abito sociale 
del lavoro, si scontra con esso, e la ricodificazione 
della rivolta del lavoro vivo nei dispositivi di perfe- 
zionamento del comando e‘ la necessaria sintesi del 
“processo". Questa aufhebung rigenera il capitale 
ma pone le condizione per una nuova autovaloriz- 
zazione proletaria, ed il "processo" continua. Il capi- 
tale e' ancora dialettico anche se se ne vergogna, e 
la forma attuale della dialettica e' quella della com- 
mistione linguistica motrice deirimmagine sociale. 
Spetta al lavoro vivo spezzare col proprio divenire- 
vita il divenire-morte del capitale. 

10. Il "lavoro intellettuale" nella sua accezione piu' 
vasta può' includere anche le diverse subculture 
giovanili, spesso capaci di prefigurare in un'unica 
detonazione i futuri processi di valorizzazione della 
merce-segno, e allo stesso tempo di produrre ano- 
malie nella capacita' capitalistica di discipiinamento 
sociale. 

Il punk inglese vale da paradigma, soprattutto per 
l'estrema compressione temporale della sua pa- 
rabola dall'oltraggio al recupero. Ogni esperienza di 
questo tipo disegna m'interzona, l'istante in cui c'e' 
già' stata la detonazione ma non sono ancora partite 
le strategie di ricodificazione ideologico-mercantile. 
Tutti i futuri progetti di liberazione dal comando e dal 
lavoro hanno il proprio corso abbozzato in questi 
istanti, in cui ognuno di noi e' responsabile del de- 
stino di tutto il "proletariato diffuso" presente e fu- 
turo. Il sabotaggio del codice e dello spettacolo so- 
ciale troverà' la sua efficacia strategotattica solo se 
sapremo esplorare le interzone, se sapremo indivi- 
duarle nel loro formarsi caotico e aleatorio, se sa- 
premo disegnarne sempre di piu', per renderle 
sempre piu' estese nello spazio-tempo. 

11. "Prosperare sul caos" non e' un semplice ribal- 
tare in negativo le vecchie filosofie evoluzionistiche 
della storia, ma e' il tentativo di inceppare i mecca- 
nismi di selezione e integrazione con cui il sistema 
trasforma in variata' controllata la variata' disordinata 
dell'ambiente. "La dinamica del rapporto tra sistema 
e ambiente e' in ogni caso dipendente dal diverso 
livello di complessità' del sistema rispetto 
aN'ambiente. L'ambiente e' piu' complesso (giacche* 
e' tendenzialmente meno determinato e piu' proble- 
matico) del sistema; e il sistema per rispondere alla 
complessità' dell'ambiente deve a sua volta com- 
plessificarsi incesantemente, ma deve anche fun- 
zionare da riduttore della complessità' dell'ambiente, 
giacche', SE FOSSE INVESTITO DALLA COM- 
PLESSITÀ' FLUTTUANTE DELL'AMBIENTE (enfasi 
mia), finirebbe col perdere l'identità' del punto di vi- 
sta che lo fa sussistere come sistema" (P. Barcel- 
lona, “Il capitale come puro spirito"). 

Operare nelle interzone per revertire le strategie di 
recupero, irrompere nell'ordine simbolico, far giocare 


contro il sistema tutta l'inerzia del suo com- 
plessificarsi. 

Roberto Bui, aprile '92 


Bibliografia consultata 

Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltri- 
nelli 1979 e 1990 

Jean Baudrillard, All'ombra delle maggioranze silenziose o 
la morte del sociale, Cappelli 1978. 

Pietro Barcellona, L'individualismo proprietario, Boringhieri 
1987 

Pietro Barcellona, Il capitale come puro spirito, Editori 
Riuniti, 1990. 

Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza, De Donato 
1974 

Giorgio Cesarano, Critica dell'Utopia Capitale, Varani 
1979. 

Guy Debord, La società' dello spettacolo e Commentari 
sulla società' dello spettacolo, SugarCo 1990. 

Decoder, nn.1-6, ShaKe 1987-91 
Dick Hebdige, Sottocultura. Il fascino di uno stile innatu- 
rale, Costa & Nolan 1991. 

Robert A. Heinlein, La luna e' una severa maestra, Mon- 
dadori 1966. 

Invarianti, nn.14-19, Pellicani 1990-92. 

Luogo Comune, nn.1-3, General Intellect 1990-91 
Greil Marcus, Tracce di Rossetto. Percorsi invisibili nella 
cultura del Novecento dal dada ai Sex Pistols, Leonardo 
1991. 

John Shirley, Transmaniacon, Mondadori 1979 
Paul Virilio, L'orizzonte negativo, Costa & Nolan 1990. 


54 


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15 File : P0LEFIN1.ZIP 


PER UN'APPROCCIO POLEMICO AL 
DOCUMENTO "FINESOC.DOC" ED AL- 
TRE NOTE. 

La lettura della realta 1 che ha fatto il compagno che 
ha redatto questo documento ha destato in me no- 
tevole interesse, anche se mi trova in pressoché' 
totale disaccordo. 

Cercherò' di motivare tale disaccordo in questo 
scritto. 

L'asprezza polemica in certi punti non deve trarre in 
inganno circa il rispetto personale nei confronti 
dell'autore di FINESOC; credo anzi che proprio il ri- 
spetto profondo per l'altrui lavoro teorico, sia mag- 
giormente sottolineato proprio dalla puntualità' della 
polemica. Voglio inoltre ricordare che la teoria per 
ogni rivoluzionario e' strettamente correlata alla pra- 
tica, ecco perche' la correttezza di impostazione te- 
orica e' cosi' importante per l'attuazione di una pra- 
tica politica corretta ed efficace. 

Condivido peraltro la scelta dell'autore di non fir- 
mare l'articolo, se tale scelta proviene dalla con- 
vinzione che il lavoro teorico, anche la' dove e' opera 
individuale, rientri nel patrimonio complessivo del 
movimento (specie quando aquisisce rilievo 
informatico). Nella critica sotto esposta mi sono av- 
valso anche dell'articoio pubblicato dallo stesso au- 
tore sulla rivista "Invarianti" n°19-20 inverno 91-92 
pubblicato da pag. 74 in poi (fatto suggeritomi 
dall'autore stesso) e da Spleen1.zip, file rinvenibile 
nelle aree "comunicazione" di ECN. 

Per comodità' ho deciso di dare un nome di bat- 
tesimo di “rete" all'autore di FINESOC: dato che io 
mi sostituisco a lui nella scelta di tale appellativo ho 
deciso di chiamarlo "Alter-ego" (del resto, se ci ri- 
flette, e' stato proprio lui a suggerirmi di utilizzare un 
gergo speciale nella realizzazione di questo inizio di 
polemica), ma la scelta di questo nome in particolare 
deriva dalla profonda condivisione dell'opzione se- 
condo la quale "siamo nell'epoca in cui non bisogna 
tenere per se' i propri appunti" anche se tali appunti 
non rappresentano ancora la soluzione definitiva a 
tutte le questioni teoriche aperte. Infine Alter-ego 
perche' anche lui, come me, ha il coraggio, ma an- 
che il desiderio, di esporsi al rischio del pubblico lu- 
dibrio. 

Per utilizzare i punti analitici individuati da Alter-ego 
precisero' che: 

A. non credo si possa parlare in modo categorico di 
“morte del sociale", perlomeno nel senso in cui se 
ne parla in questo scritto; 

B. esattamente all'opposto di Alter-ego, ritengo che 
sia ormai sempre meno possibile parlare di qualsiasi 


percorso di liberazione che non inizi dal presupposto 
della riappropriazione sociale dei mezzi di produ- 
zione, cioè' che non ci sia piu' lo spazio per conqui- 
ste parziali all'Interno della logica del sistema (fine 
storica di ogni spazio per il riformismo); 

C. contesto decisamente che il processo di infor- 
matizzazione della società' sia un capitolo già' con- 
cluso anziché’ "in fieri” e che quindi non esista la 
possibilità' storica di dare un volto di classe alla ri- 
voluzione informatica. 


TEMPO DEL SOGGETTO = NUOVO MODO DI VI- 
VERE IL SOCIALE 

L'analisi che presenta gli esseri umani come puri 
fruitori di messaggi mass-mediali e' errata nella sua 
pretesa di generalità'. 

Tale pretesa e' molto chiara se si tiene conto del 
fatto che Alter-ego afferma a pag.74 di Invarianti 
che siamo di fronte alla « ...scomparsa del concetto 
tradizionale di “territorio"...» e che «...Nei paesi 
capitalisti avanzati, i media sono i veli agenti rii ih 
produzione della forza laveria: invadendo l'im- 
maginario collettivo, informano la società' e SI 
FANNO TERRITORIO.» (il maiuscolo e' nell'ori- 
ginale ma la sottolineatura e' mia). 

Gli individui sono “anche" fruitori della spettaco- 
larizzazione sociale, sono anche ricettori piu' o meno 
passivi di messaggi ma il voler dire, come sembra 
fare Alter-ego, che questa e’ l'unica dimensione dei 
soggetti e' irrealistico oltre che fuorviarne. 

Infatti, interpretando letteralmente il concetto so- 
praeposto, si e' tentati di associarlo ad una vecchia 
strofa moralista del Vangelo che si imparava un 
tempo a catechismo. Essa recitava:«Non di solo 
pane vive l'uomo, ma di ogni buona parola che esce 
dalla bocca del Signore». Nella nuova inter- 
pretazione alter-eghista secondo la quale "i veri 
agenti di riproduzione della forza-lavoro" sono i 
“mass-media" (tie* ai mezzi di produzione), tale 
frase potrebbe a tutt'oggi suonare:«Non di pane 
vive l'uomo, ma solo di ogni messaggio che esce 
dalla bocca dei Mass-media!». E non e' casuale la 
sostituzione del “Signore" coi "Mass-media", in 
quanto ponendo questi ultimi come i nuovi creatori 
assoluti della cosi' detta "realta' virtuale" (che, in fin 
dei conti diventa poi l'unica realta’ concretamente 
percepita e quindi l'unica realta' tout-court), Alter- 
ego si promuove ad inventore di una nuova metafi- 
sica “scientificamente fondata", all'interno della 
quale ritroviamo tutti i vecchi concetti sulla preesi- 
stenza dell'idea rispetto alla realta', solo ridisegnati 
in chiave "post-moderna". 

E’ esattamente dalla confusione della "parte" col 
"tutto", cioè' dalla ipostatizzazione del soggetto 
come puro fruitore di immagine sociale che nascono 


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tutti gli errori analitici che descriveremo in seguito. 
Probabilmente se Alter-ego si fosse limitato ad ana- 
lizzare l'impatto mass-mediale sulla società' e quindi 
sugli individui, il suo lavoro avrebbe conservato 
spunti di notevole interesse (che in parte perman- 
gono comunque e che cercherò' di evidenziare). 

Oltre a questo vi e' un'utilizzo improprio della parola 
"sociale 8 . Infatti, il “nostro", utilizzatale termine come 
se fosse una sostanza, tant'e' che qualcuno leg- 
gendo della “morte del sociale" avrebbe potuto 
commuoversi, magari pensando alla dipartita di un 
suo caro amico. 

Tanto per chiarire ulteriormente le obiezioni mosse 
finora al capitoletto FINE DEL SOCIALE = TEMPO 
DEL SOGGETTO, intendo riportare la definizione 
che il vocabolario Zingarelli della lingua italiana da' 
del termine “sociale“:«Che si riferisce 
all'ambiente in cui si svolge la propria vita, per tutto 
ciò' che concerne il lavoro, i rapporti con gli altri, i 
contatti umani a ogni livello e simili». Talché', per 
finire il sociale, dovrebbero semplicemente finire... gli 
esseri umani! 

Ma lasciamo perdere le diatribe semantiche per 
tornare a quelle piu' propriamente politiche. 

Il pensare al “sociale" come ad un tutto unico ed 
indifferenziato, significa oltretutto perdere ogni punto 
di vista classista nell'analisi, appunto, del “sociale". 
Questo e' confermato dal passo in cui, parlando 
delle “menti prespettacolari'', Alter-ego af- 
fermale..., qualsiasi postazione queste occu- 
passero nel gioco dello Homo homini lupus (cioè 1 
dello stato borghese, n.d.r.)». Anche in questo 
caso si evidenzia come l'impostazione metafisica 
scelta da Alter-ego (forse in modo parzialmente in- 
consapevole?), finisce per originare un'impostazione 
che potremmo definire "metaclassista", cioè' "al di la' 
delle classi", e quindi al di la' del materialismo e del 
marxismo (e lo affermo pacatamente, senza l'idea di 
lanciare alcuna scomunica. Anzi la preoccupazione 
di essere frainteso in tal senso, cioè' la preoccupa- 
zione che qualcuno possa pensare che con questo 
scrìtto intendo rilanciare una di quelle dispute 
"meravigliose" cosi' di moda negli anni 70, nelle 
quali tra compagni ci si accusava a vicenda di es- 
sere "opportunisti" nel migliore dei casi e "nemici 
della rivoluzione" nei peggiori, preciso quanto segue: 
TALE SCRITTO NON INTENDE PORRE IN ALCUN 
MODO IN DISCUSSIONE L'OPZIONE RIVOLUZIO- 
NARIA DEL REDATTORE DEL DOCUMENTO OG- 
GETTO DI POLEMICA. Chi scrive non ritiene in 
nessun modo ne' ambisce ad essere "sacerdote" del 
"verbo marxista" e preferisce lasciare ai teologi 
l'interpretazione delle “sacre scritture". Preciso inol- 
tre che non e' detto che un'interpretazione marxista 
piu' classica sia piu' utile allo sviluppo dell'azione 
rivoluzionaria nella nostra epoca. Questo perche' sia 
chiaro che il dire che un'impostazione teorica di un 
certo tipo si pone al di fuori del campo marxista di 


indagine della realta', non e' ancora sufficiente per 
dimostrarne l'inadeguatezza storica e l'inservibilita' 
politica). 

Comunque non e' tanto la polemica parola per pa- 
rola o la definizione del “paradigma di riferimento" 
che mi interessa, quanto il confronto tra le diverse 
prospettive analitiche che ci caratterizzano. 

La mia analisi su quel fenomeno che accetto di de- 
finire "individualismo di massa" e' molto piu' positiva 
rispetto a quella di Alter-ego. Ritengo cioè' che il 
tentativo, sempre piu' diffuso tra gli individui che 
abitano nelle zone capitalisticamente piu' sviluppate, 
di crearsi percorsi individuali (seppur sempre merci- 
ficati) di approccio alla realta' sociale, abbia anche 
aspetti positivi oltre quelli negativi, abbisogni cioè' di 
una valutazione dialettica. 

Se pure e' vero che le "scelte" riservate ai vari 
soggetti, piu 1 o meno proletarizzati, nell'agire sociale 
sono sempre predeterminate dal sistema e che 
quindi viviamo in un mondo di eterodiretti, cioè' di 
persone che, per quanto si sforzino di fare scelte 
personali, girano in tondo, cioè' finiscono sempre e 
comunque per essere fruitori di scelte che altri 
hanno preconfezionato, purtuttavia e' sempre una 
soluzione preferibile rispetto a quella di chi non si 
può' permettere neppure l'illusione della scelta. In 
altri termini: e' meglio mangiare in una mensa di 
fabbrica nella quale puoi scegliere tra varie portate 
diverse, piuttosto che mangiare in un'altra mensa di 
fabbrica nella quale vi e’ solo la possibilità' di man- 
giare pane e cipolla. Sara' anche vero che nel se- 
condo caso e* piu' facile individuare il disagio e, di 
conseguenza, la condizione di oppressione, ma se 
chi, avendo coscienza antagonista, si trova nella 
prima condizione e rimpiange la seconda perche' 
anche gli altri operai erano in grado di individuare 
piu' facilmente l'oppressione anziché' cadere 
nell'illusione di liberta' prodotta dalle pseudo-scelte, 
significa che non e' all'altezza di proporre un'alter- 
nativa superiore. 

Voglio soffermarmi su questo concetto perche' e' 
importante. 

Ricordo di quando facevo apprendistato rivolu- 
zionario ed un compagno mi erudiva giusto sul 
concetto di "illusione delle alternative". Faceva que- 
sto esempio:«lmmagina un padre che abbia inten- 
zione di mandare a letto il proprio figlio. Di fronte alla 
riottosità' del figlio, anziché' ricorrere alla repressione 
della serie "botte e a letto senza cena", tale genitore 
pone al figlio la seguente domanda: “Vuoi andare a 
letto alle 9 o alle 9 e mezzo?". Ovvia la soddisfatta 
risposta del figlio “alle 9 e mezzo", ma dicendolo egli 
ha già' accettato il gioco paterno autocostringendosi 
ad andare comunque a letto ad un orario evidente- 
mente accettabile per il padre. Le discussioni che 
possono intrecciarsi su quale preferire tra queste 
due forme di oppressione, sono potenzialmente infi- 
nite ed altrettanto inconcludenti (anche se ad occhio 


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preferirei la seconda, perche' odio andare comunque 
a letto presto ed oltretutto ammaccato e senza 
cena!). Appare pero' subito ovvio che esiste una 
terza alternativa: sarebbe preferibile che il bambino 
potesse seguire liberamente i suoi ritmi naturali. 
Ecco quindi che quando siamo in grado di proporre 
un'alternativa superiore, cadono tutti i discorsi sulla 
famosa "lana caprina". Ed ecco perche* inorridisco 
quando sento in officina degli operai che, parlando 
dei nostri colleghi dell'est, affermano che sono stati 
dei veri sciocchi a cadere nello specchio per allodole 
del cosiddetto "modello occidentale". Inorridisco 
perche' ritengo incredibilmente cinico chi, avendo la 
pancia piena, deride chi, con la pancia vuota e so- 
gnando un modo per riempirla, cade in un traboc- 
chetto. 

Nei fatti il vero problema a cui debbono rispondere i 
rivoluzionari del 2000 e': esiste un'alternativa supe- 
riore all'esistente? 

Per ora preferisco ritornare alla critica del lavoro di 
Alter-ego, cosa che ci consentirà' mano a mano di 
arrivare ad una ipotesi di soluzione di questo que- 
sito. 

Quindi, per finire rispetto al capitoletto sulla “morte 
del sociale", cito una frasettina tratta da 
SPLEEN1.ZIP, che descrive efficacemente la realta’ 
attuale:«lncontriamo in situazioni occasionali indi- 
vidui separati che vanno seguendo il caso. Le loro 
emozioni divergenti si neutralizzano e mantengono il 
loro ambiente di noia.». E' proprio questa la situa- 
zione in cui si dibatte la nostra società'. Il proletariato 
diffuso cerca disperatamente l'alternativo, l'esotico, 
(dal corso di hata-yoga al ristorante afro-cubano- 
sino-giapponese, dalla vacanza Alpi-tour ad emo- 
zione programmata al trekking su percorsi iperveri- 
ficati) ma non fa' che aggirarsi tra cibi precotti. 
Quindi il tessuto sociale anziché' essere morto e', al 
contrario, iperattivizzato dall'affannosa ricerca da 
parte degli individui che lo compongono di una 
qualche emozione, di quella realta' vitale alla quale 
anelano rimanendone continuamente esclusi. Il 
proletariato delle zone maggiormente industrializzate 
e' composto da individui sempre piu' incapaci di co- 
municare tra loro proprio perche' non hanno nulla da 
raccontarsi, poiché' non sono mai "protagonisti" di 
nulla ma solo fruitori passivi (credo che Alter-ego si 
ritroverà' d'accordo con me in questo passo). E 
questo dimostra che il capitalismo, anche la' dove 
sembra essersi espresso nelle sue migliori realizza- 
zioni, e' un sistema incapace di produrre realta' a 
misura di essere umano. Dimostra cioè' che il capi- 
talismo e' un sistema produttore di morte e degra- 
dazione sociale. Il capitale, in altri termini, permette 
un'espressione solo parziale delle potenzialità' 
umane: ma ciò' significa che esistono immense ri- 
serve di energia psico-fisica, di desiderio di pro- 
tagonismo che sono utilizzabili da un punto di vista 
rivoluzionario! Significa cioè' che il tessuto sociale, 


anziché' essere morto, e‘, da un punto di vista rivo- 
luzionario, un'incredibile miniera di energia e poten- 
zialità' inespresse, cioè' di yiia! (vedremo cosa 
pensa di questo, invece). 

Del resto se la realta' non fosse dialettica, vitale e, 
quindi, contraddittoria, dovremmo parlare non solo di 
fine del sociale, ma, piu’ propriamente, di “fine della 
storia". Ma se cosi' fosse, come potrebbe lo stesso 
Alter-ego accettare di scrivere nel suo documento la 
frase che riporto sempre da SPLEEN1.ZIP:«Noi 
rovineremo queste condizioni facendo apparire in 
qualche punto il segnale incendiario di un gioco 
superiore". Perche' questa frase prevede come rea- 
listica l'ipotesi di un gioco superiore! 

Vediamo dunque per quali strade Alter-ego im- 
magina di proporre un’alternativa possibile, ana- 
lizzando il capitoletto, relativo al punto B, che egli in- 
titola “Lo spazio come bisogno radicale e la cor- 
poreità' mutante" e che invece io intitolerò' 


L'UNITA' DEL MOLTEPLICE ovvero IL FUTURO 
CI APPARTIENE 

Questa e' la parte apparentemente piu' 
"escandalosa" del suo documento, ma come tenterò' 
di dimostrare, non e' altro che la necessaria conse- 
guenza della sua impostazione. 

C'e' un concetto ricorrente ormai negli scritti di Al- 
ter-ego: e' il superamento dato per scontato del 
problema della riappropriazione dei mezzi di pro- 
duzione da parte del proletariato. 

Vediamo un po':«Non c’e' piu' nulla da espropriare, 
la produzione si basa tutta su progetti di morte. Non 
c'e' piu' nulla da autogestire...» (da Invarianti, 
pag.75 - IV); «La “ricchezza" prodotta oggi dal ca- 
pitale e' “sterco che non si può' utilizzare neppure 
piu' come letame - .» (da FINESOC, inizio capitoletto 
“Lo spazio come bisogno ecc..."); «Ci troviamo 
inoltre a che fare con la sopraggiunta inutilità', nei 
paesi capitalistici avanzati, di espropriare i mezzi di 
produzione (che e' oggi principalmente PRODU- 
ZIONE DI MORTE) ...» (Cfr. FINESOC, punto B 
prima pag.). 

Anche qui pero' mi viene da pensare che Alter-ego 
giunga a queste affermazioni non per una spassio- 
nata analisi della realtà' concreta ma che, al contra- 
rio, arrivi a queste conclusioni per giustificare un suo 
pregiudizio. 

Partiamo dunque dal pregiudizio. 

Alter (ego) parte dal concetto che l'unica possibilità' 
residua di lotta, sia quella della lotta per i centri so- 
ciali, vista non piu' come un passaggio, un'ar- 
ticolazione tattica del movimento che si e' rivelata 
una felice interpretazione di una certa fase stori- 
camente determinata: no, il nostro fa' di piu', ed an- 
cora una volta traspone ciò' che dovrebbe essere 
solo fenomenico e transeunte, in ciò' che sara' ul- 


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timo e definitivo. Trasforma quindi il mezzo in fine, 
realizzando un'esperimento già' riuscito ad inizio 
secolo a Bernstein, il che e' strano. I due personaggi 
sono, infatti, apparentemente agli antipodi poiché' 
Alter-ego e' certamente un rivoluzionario, mentre 
Bernstein era sicuramente un riformista. Eppure 
ambedue si ritrovano incredibilmente d'accordo su 
un punto e cioè' nella famosa definizione Bemstei- 
niana secondo la quale "il movimento e' tutto, il fine 
e' nulla". Dunque Alter-ego agisce da rivoluzionario 
ma pensa da riformista? Questo e' esattamente ciò 1 
che tenterò' di dimostrare. 

Innanzi tutto vediamo se e' vero che i centri sociali, 
la loro conquista, realizzazione e mantenimento e la 
"purezza rivoluzionaria” degli stessi, sono l'unico fine 
possibile per Alter-ego. 

Da Invarianti, pag.74:« Riprendersi la citta'? E per 
farne che? 

... Piuttosto, distruggere l'eccentrico obbligato per 
costruire, tra le vie brulicanti, un'anticitta' senza vi- 
sibili confini, in cui un viandante non riesca a co- 
gliere il preciso istante dell'ingresso o dell'uscita.» 
Già' qui e' interessante notare l'ambizione 
all'invisibilita' e alla non percettibilità' alla quale pare 
aspirare Alter-ego. 

Da Invarianti, pag.79 - l:«Gli spazi occupati sono 
una porzione di interzona; le interzone sono i luoghi 
dove fioriscono e si scontrano le varie 
sub/contro/culture, sono le nicchie di tempo scavate 
dall'incessante scambiarsi dei termini del recupero e 
dell'anticipazione, dove ogni segno e' ambivalente. 
Occorre stare nell'interzona, correre sul confine tra 
anticipazione e recupero, lavorare su come i segnali 
del comando possano essere deviati-ricaricati per 
creare insubordinazione e riprodurre per contagio 
l'autonomia sociale.» Insomma: se e' vero che gli 
spazi occupati sono una porzione di interzona e che 
occorre stare nell'interzona, ne consegue che biso- 
gna stare negli spazi occupati e da li' "contagiare" il 
mondo circostante. 

Resta aperto un "piccolo" quesito: COME conta- 
giare lo spazio circostante? 

(Apro volutamente una breve parentesi, cioè' 
"un'interzona", nel discorso che sto facendo. Franco 
Crespi nel suo tomo “Le vie deila sociologia", defi- 
nisce la “coscienza" come “il luogo della differenza 
tra il determinato [cioè* l'esterno, l'oggettivo] e 
l’indeterminato [cioè 1 l'interno, il soggettivo]". In altre 
parole la coscienza e' una vero e proprio luogo di 
interzona. Vuoi vedere che, in fondo in fondo, col 
suo discorso sulPinterzona Alter-ego finisce col sot- 
tintendere che la rivoluzione e' un problema di co- 
scienza?! E' solo un problema di coscienza per te, 
Alter-ego? Non ti facevo cosi' ... religioso 
nell'ipotizzare che il cambiamento sociale derivi solo 
ed esclusivamente dal cambiamento coscienziale!) 

Da FINESOC, paragrafo “LO SPAZIO... ecc.":«...il 
BISOGNO DI SPAZIO: spazio del corpo, spazio per 


viverci, per farci qualcosa, per incontrarvi l'altro da 
se'. ... In questo scenario neonaturale si giocano le 
chances dell'antipotere: lo spazio e' un bisogno 
qualitativo, una volta espropriato e devalorizzato 
(spogliato della forma merce) ha un suo polimorfo 
"valore d'uso”. Occorre pero' non rifarne il luogo 
dell'abitudine, delle catene affettive che ristabili- 
scano il sacro delPoggettualita' allestita", bensì' il 
luogo di una deriva continua, una cartografìa che 
ogni giorno l'azione mandi al macero. ...». 

Come si può' vedere, tutta l'analisi di Alter-ego 
parte dalla realta' dei centri sociali, riteorizza il ruolo 
degli stessi al fine di ottenere un discorso psi i centri 
sociali e che tomi ai centri stessi in un vorticoso gi- 
rare e rigirare su se'. Non e' certo un caso che 
l'articolo su invarianti si concluda dicendo che biso- 
gna “mirare principalmente a stupire se' stessi . RIU- 
SCIRSI IMPREVEDIBILI.» (la sottolineatura e' 
mia), cioè', in un certo senso, guardarsi allo spec- 
chio con un naso finto e “stupendosi di se' stessi" 
osservare compiaciuti il proprio ... ombelico! 
Nell'Immaginario di Alter-ego il ruolo dell'Autonomia 
deve ridursi alla "vocazione alla marginalità'". Infatti 
(ancora pag.79 di Invarianti) :«Oggi dobbiamo as- 
solutamente evitare di opporre confini a confini, 
adeguare il nostro intervento alle derive eccentriche 
di cui la citta' e' il contenitore, trasformare il noma- 
dismo da necessita' (l'essere sulla strada dopo aver 
subito uno sgombero, il girovagare abulico dei pe- 
riodi di scoramento) in virtù' (non essere mai dove ci 
aspettano, fingere di tracciare i confini di uno spazio 
"liberato" mentre si prepara una nuova ANABASIS 
dall'uscita posteriore)». E' il mito del rivoluzionario 
zingaro, per il quale, esattamente come si diceva 
all'inizio, “il movimento e' tutto, il fine e' nulla". At- 
tenzione: ho il massimo rispetto per la cultura zi- 
gana, che ha diversi spunti di interesse ma che e' 
sempre stata e sempre sara' una cultura della 
marginalità', che non intacca, ne' intende farlo, il 
substrato sul quale sopravvive (substrato dal quale 
e', oltretutto, fortemente influenzata). 

Ma non esistono zone totalmente liberate. Non 
possiamo pensare ai centri sociali come a dei mo- 
derni monasteri ali'interno dei quali i "puri" evitano di 
farsi contaminare dalla corruzione del mondo circo- 
stante. Ne' e' corretto immaginare la ralta' come uno 
specchio deformante, sul quale i Centri Sociali Oc- 
cupati sarebbero delle microfessurazioni che deb- 
bono via via associarsi alle altre microfratture at- 
tendendo la definitiva rottura dello specchio stesso, 
rottura provocata pero' dalle contraddizioni stridenti 
che la stessa “struttura" dello specchio invariabil- 
mente crea, anziché' su un'attiva e cosciente azione 
di distruzione dal basso di una realta' oppressiva. E' 
questo che intende Alter-ego quando scrive che “...il 
nostro scopo dev'essere ASSECONDARE 
L'ENTROPIA, anticiparne l'avanzare e prepararsi a 
PROSPERARE SUL CAOS." (op.cit. pag.79). In 


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ecn 



certo qual modo tale impostazione e' poco diversa 
da quella dei marxisti meccanicisti, che vedevano 
l'approdo al socialismo come una ineluttabile ne- 
cessita' storica e che quindi potevano permettersi, 
come dice un'antico proverbio orientale, di “sedere 
lungo il fiume ad attendere il passaggio del cadavere 
del proprio nemico". 

Mi pare che Alter-ego, in buona sostanza, butti via 
la parte piu' feconda del pensiero marxista e trat- 
tenga quella che si e' rivelata piu' fallace. Infatti ri- 
tiene superata tutta l'analisi strutturale, cioè' la parte 
che analizza la struttura economica e che individua 
nel metodo di produzione capitalista la con- 
traddizione principale da abbattere, e continui invece 
a ricercare spasmodicamente “il" soggetto rivolu- 
zionario che sara' l'artefice del "mondo nuovo e li- 
berato". Non e' un caso, a questo proposito, che il 
nostro in FINESOC prenda la seguente citazione dal 
testo "LE VERITÀ 1 NOMADI" di Negri e Guat- 
tari:«Non e' affatto un paradosso dire che SOLO 
LE MARGINALITÀ' SONO CAPACI DI UNIVERSA- 
UTA'(...) la verità' 'a portata di universo' si costituisce 
con la scoperta dell'amico nella sua singolarità', 
dell'altro nella sua irriducibile eterogeneità', della 
comunità' solidale nel rispetto dei suoi valori e delle 
sue finalità'. Questo e' il 'metodo' e la logica delle 
marginalità' che sono cosi' il segno esemplare di una 
innovazione politica richiamata dai dispositivi pro- 
duttivi attuali, adeguata alle trasformazioni rivolu- 
zionarie. Ogni marginalità', scommettendo su se' 
stessa, e' dunque portatrice potenziale dei bisogni e 
dei desideri della piu' ampia maggioranza", 
lo do' un'interpretazione del tutto personale a que- 
sto discorso sulle marginalità'. Sono convinto che 
presa a se', ogni contraddizione rappresenti una 
marginalità'. In un certo senso nell'Immaginario del 
proletariato diffuso, tutto e' marginale: la con- 
traddizione sul luogo di produzione, la contraddi- 
zione femminile, la contraddizione ecologica, la con- 
traddizione posta dalPimmigrazione, la con- 
traddizione del disoccupato cronico, del senza casa, 
ecc. Ogniuna di esse contiene il tutto, ma nessuna di 
esse e' in grado di egemonizzare tutte le altre. Ed e' 
giusto che sia cosi'! Provate un po' a raccontare alle 
compagne che la contraddizione femminile può' 
essere sussunta nella contraddizione del modo di 
produzione capitalista: scommetto che ogniuna di 
loro vi riderebbe sonoramente in faccia e con giusta 
soddisfazione! 

Purtuttavia resta vero che ciascuna di tali con- 
traddizioni e' attraversata e, ogniuna a suo modo, 
necessitata dal metodo di produzione capitalista. E 
allora compagni/e il nostro compito non e' piu' quello 
di individuare "un" soggetto rivoluzionario che si 
faccia egemone, ma di collegare le marginalità', 
creare quelle che Negri e Guattari nello stesso 
pamphlet di cui sopra chiamano "macchine di lotta”, 
le quali intercomunicando e scambiandosi espe- 


rienze, riflessioni e suggerimenti interagiscano si- 
nergicamente per abbattere il sistema di produzione 
capitalista, vedendo nella sua distruzione non il fine 
ultimo delle lotte ma, al contrario, la premessa indi- 
spensabile per la realizzazione delle singole e diffe- 
renti aspirazioni. 

Il comuniSmo e' un processo vitale, e non può' 
prosperare semplicistacamente sul CAOS, ma sulla 
combinazione creativa di razionalità 1 ed irrazionalita'. 

Nella sua argomentazione sulla Corporeità' Mu- 
tante, ma anche in tutto il resto del documento, Al- 
ter-ego sembra ridurre tutto alla necessita' di rifu- 
giarsi neH'irrazionale. Sembra di ritornare alla vec- 
chia polemica romantica che, dopo l'ubriacatura ra- 
zionalistica dell'epoca dei lumi, tenta di ricondurre 
l'individuo alla sua dimensione emotiva. Naturale 
che il tutto e' letto in chiave estremamente moderna. 
Qui infatti, in buona sostanza, si sostiene che l'unica 
reazione alla "razionalità' tecnotronica" del sistema 
e' nell'irrazionalita' totale e portata alle estreme 
conseguenze (il tanto agognato CAOS). Ancora una 
volta si tenta di ridurre la persona ad una sola delle 
sue dimensioni: i razionalisti vogliono negare il corpo 
per esaltare la testa (la “Dea ragione"); Alter-ego 
vuole esaltare il corpo con una allegra ... decapita- 
zione! ('fanculo la razionalità'). 

E no, caro Alter, siamo tutti esseri umani, altroché' 
brandle-mosche! (brandle-mosche = vedi Fl- 
NESOC) 

Il tentativo di ridurre gli esseri umani alla semplice 
istintualita' corporea e' un tentativo di rendere sem- 
plice ciò' che e' complesso. 

Oltretutto mi sembra anche un'impostazione ma- 
schilista. Infatti il movimento femminista, a mio modo 
di vedere, ha lottato esattamente per emancipare la 
donna dalla sua mera corporeità', cioè' per fare si' 
che le femmine non fossero ridotte alla sola espres- 
sione della loro fisicità 1 estetica ed istintuale, ma 
perche' potessero entrare nella società 1 tutte intere 
coi loro intelletti ed i loro corpi. Proprio per questo 
ritengo che a livello sociale il movimento femminista 
mantenga grandi potenzialità' da esprimere; penso 
infatti che siano ancora una volta le donne (e preci- 
serei le donne proletarizzate, poiché 1 quelle che ri- 
coprono ruoli di potere non hanno dimostrato di fare 
grandi figure, lady Tatcher docet) ad essere prota- 
goniste delle future auspicabili lotte per un avanza- 
mento di civiltà'. Il perche' e' presto detto: storica- 
mente il rapporto di coppia si e' sempre sorretto su 
rapporti di potere, e questo e' una fregatura da un 
punto di vista femminile a prescindere dalla con- 
siderazione su chi esercitasse il potere all'interno 
delle diverse coppie materialmente originatesi. 

In genere, all'Interno di una società' gerarchica, la 
femmina e' "fortunata" o considerata tale se riesce 
ad accaparrarsi un maschio posto in situazione do- 
minante: figuriamoci poi se in una coppia si’ fatta la 
donna può' mettere in discussione l'autorità' del ma- 


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rito! Ma in aggiunta a ciò', in una società' gerar- 
chico-competitiva come la nostra, una femmina che 
si accoppi ad un maschio che, a sua volta, occupa 
una posizione subalterna, e' costretta a subire non 
solo la frustrazione personale rispetto alla mancata 
affermazione sociale ma anche a subire quella del 
marito, che sovente si ripercuote su di lei anche in 
modo violento. 

Tornando al problema della dualità' tra psichico e 
corporeo, e' ancora una volta la femmina umana ad 
essere piu' pronta e piu' interessata ad una completa 
estrinsecazione delle potenzialità' degli individui sia 
maschi che femmine. 

Intendo spiegarne la ragione. 

La società' maschilista e' una società' psichica- 
mente omosessuale: infatti in tale realta' i maschi 
ricercano l'approvazione sociale dagli altri maschi, 
mentre le femmine temono la disapprovazione so- 
ciale delle altre femmine. 

Dunque i rapporti psichicamente significativi restano 
nell'ambito della comunicazione maschio con ma- 
schio: e' in tale tipo di relazione che il maschio 
umano ricerca comprensione, amicizia e stima. Le 
"femmine" sono solo oggetto di conquista: possono 
fungere da trofei di caccia agli occhi degli altri ma- 
schi oppure servire da serve per la riproduzione 
della vita maschile o, infine ed in tempi piu' recenti, 
rendersi utili alla produzione comunicativa maschile, 
sia come oggetto di desiderio (mercificazione del 
corpo femminile in ogni salsa possibile ed immagi- 
nabile) sia nei ruoli subalterni di segreterìa del lavoro 
maschile (questo capita tanto sui luoghi di lavoro 
quanto la' dove si pretende di produrre valori anta- 
gonisti, non dimentichiamo i famosi 'angeli del ciclo- 
stile', ruolo tipico riservato alle femmine nei gruppi 
rivoluzionari anni 70). 

E' interessante notare l'effetto che il maschilismo 
produce nell'ambito dei rapporti tra donne. Si po- 
trebbe addirittura stabilire una legge: piu' una so- 
cietà' e' maschilista, meno le donne sono solidali tra 
loro, viceversa piu' le donne sviluppano solidarietà' 
interindividuale meno la società' stessa e' maschili- 
sta. Da questo punto di vista sono convinto che il 
discorso femminista definito "separatista" mantenga 
ancora validità', in un certo senso. Mi spiego: se con 
la separatezza si intende fare un discorso di donne 
che parlano ad altre donne al fine di occuparsi dei 
problemi delle donne, il sessismo separatista diventa 
astratto ed inconcludente, per la semplice ed ele- 
mentare ragione che rimane in un'ottica minoritaria. 
Se invece il separatismo sessista e' intepretato in 
un'ottica maggioritaria, cioè' e' considerato come 
una fase transitoria ma necessaria per stabilire un 
codice di autoconvalidazione femminile; se tale co- 
dice permetterà’ loro di emanciparsi dalla ricerca 
dell'approvazione maschile per diventare produttrici 
indipendenti del loro valore sociale; a quel punto 
esse saranno in grado, nei fatti, di indurre "l'altra 


meta' del cielo" a porsi il problema di mettersi all'al- 
tezza di dialettizzarsi con loro, per avviarsi, questa 
volta insieme in un divenire dialettico, al raggiungi- 
mento della fase “eterosessuale" di sviluppo della 
società'. 

(Apro qui una parentesi, pedante ma necessaria: in 
questo testo le definizioni di “fase omosessuale" e 
"fase eterosessuale" della società', sono da inten- 
dersi nella accezione psicanalitica [cioè' come tra- 
sposizione dello sviluppo individuale allo sviluppo 
sociale] e non sottintendono nessun "giudizio di me- 
rito" rispetto alla eterosessualità' ed alla 
omosessualità'. Tengo a precisare che, al contrario, 
solo una società' giunta alla fase eterosessuale, 
cioè' nella quale sia esplicitato al massimo il valore 
della "differenza", può' non piu' limitarsi a "tollerare" 
l’omosessualita' come avviene nella fase capitalista 
attuale, ma valorizzare l'omosessualita' come un 
valore positivo, cioè' come un ulteriore arricchimento 
della complessità' sociale.) 

Abbiamo dunque osservato come la contraddizione 
femminile, partendo dal suo specifico, contenga in 
se' il tutto e tenda a lottare per una realta' sociale 
non gerarchica. Eppure la storia ci ha insegnato che 
anche il movimento femminista, ripiegandosi su se' 
stesso, tende ad essere riformista, al pari del movi- 
mento operaio nel suo complesso, al pari del movi- 
mento antirazzista, al pari del movimento studente- 
sco, al pari (beccati questa, Alter-ego) del movi- 
mento per la conquista degli spazi sociali, se tale 
movimento si ripiegherà' su se' stesso. 

Il capitalismo e' un nemico duttile: ha dato prova di 
essere all'altezza di ricodificare e ridurre a mo- 
mentanea impotenza, mitigandole, le principali con- 
traddizioni sociali che esso stesso inevitabilmente 
crea. 

Una sola cosa non può' fare: eliminare comple- 
tamente le contraddizioni che gli sono connaturate. 

In senso figurato, il capitalismo e' come una nave- 
prigione-tritatutto che naviga in un mare chiuso e 
che produce continuamente delle mine vaganti: fino 
a che tali mine tornano alla nave una alla volta, il 
capitale riesce ad otturare le falle ed anzi, consu- 
mando forza-lavoro, le mine stesse risultano fun- 
zionali al processo di distruzione che il capitale ha 
connaturato nella sua stessa struttura genetica. 

Ma provate ad immaginare cosa succederebbe se i 
marinai utilizzassero l'acqua che entra nelle stive per 
imparare a nuotare e se, nel frattempo, inventassero 
un sistema per radiocomandare le varie mine e farle 
giungere tutte contemporaneamente alla nave! 
Questo significherebbe arrivare al momento in cui si 
potrebbe definitivamente distruggere la nave-pri- 
gione e, raggiunte le rive circostanti, impadronirsi 
finalmente del pianeta. 

Cercherò' di spiegare cosa intendo fuor di metafora. 
Rispetto al fatto che il capitalismo sia ormai giunto 
nella sua fase decadente e che cioè' abbia esaurito 


60 


ecn 




completamente qualsiasi potenzialità' progressiva, 
concordo pienamente con Alter-ego. 

Infatti non solo non e' piu’ in grado di sviluppare ul- 
teriormente i mezzi di produzione, ma con la promo- 
zione dell'avvento della fase informatica, ha messo 
in moto l'ultimo processo progressivo anche a livello 
sovrastrutturale. Esso sta riducendosi sempre piu' 
ad un enorme bubbone che infetta il pianeta sia in 
senso ecologico che dal punto di vista dei rapporti 
sociali. 

Ma in che modo noi rivoluzionari possiamo ripulire 
chirurgicamente questo pianeta prima che diventi 
esso stesso un ammasso di macerie? 

Infatti non sono affatto d'accordo con Alter-ego 
quando sostiene che "non c'e assolutamente nulla di 
orwelliano nei nostri sistemi high-tech democratico- 
spettacolari" (da Invarianti, pag.77). E' vero che lui si 
riferisce alle strutture architettoniche, ma a me inte- 
ressa invece capire quanto di Orwelliano tende ad 
esserci nella struttura dei rapporti sociali. Per chi ha 
letto 1984 di George Orwell appunto, sara' facile in- 
dividuare come almeno due delle sue previsioni fu- 
turistiche si siano rivelate esatte: la prima e' relativa 
alla falsificazione sistematica della storia perpetrata 
scientemente tramite i mass-media. Essa viene, 
proprio come ipotizzava Orwell, via via riletta, ag- 
giornata e modificata ad uso e consumo delle classi 
dominanti. Qualche esempio? Ne "La lunga notte del 
comuniSmo", programma in onda su Rai uno pochi 
mesi fa', si dice in apertura che Lenin accentro' tutto 
il potere nelle sue mani e che Stalin, quindi, eredito' 
una dittatura personale direttamente dalle mani del 
suo "predecessore". Ora: questa non e' solo una 
lettura superficiale ma e' proprio una falsificazione 
della storia! Un'altro esempio ancora piu' eclatante e' 
quello di quel filone pseudo-storicista che in Ger- 
mania sta' iniziando a negare l'esistenza stessa dei 
Lagher nazisti! 

Passiamo alla seconda intuizione Orwelliana: egli 
prevedeva che i sistemi dittatoriali del futuro, 
avrebbero avuto bisogno di un nemico esterno. E' 
esattamente ciò' di cui abbisogna oggi il capitale sia 
per diretta esperienza nel Golfo, sia per ammissione 
degli stessi pennivendoli di regime. 

Ma e' un'ulteriore intuizione di Orwell quella che, 
secondo me, e' piu' utile per capire quale futuro ci 
può' riservare una società' capitalisticamente strut- 
turata. 

Egli intrawede la possibilità' che si costruisca una 
polarizzazione sociale proprio di tipo tecnocratico: 
da una parte un piccolo apparato di tecnocrati, 
succubi di un asfissiante controllo personale, di una 
morale sessuo-repressiva ma purtuttavia facenti 
parte di una “casta privilegiata". Sotto a questo una 
massa di "prolet", individui iperatomizzati, vittime 
quasi totalmente inconsapevoli di un sistema al di 
fuori del loro controllo, privi di ogni codice di com- 
portamento e quindi amorali e, aggiungo io, membri 


attivi di una realtà' mafiosamente gestita. In altri ter- 
mini: individui immersi nel CAOS. 

Ora: se questo e' un futuro possibile (e secondo me 
lo e', basti analizzare la tendenza evolutiva della so- 
cietà' statunitensse), significa che attendere con fi- 
ducia ed anzi stimolare l'avvento del Caos sociale 
come propone Alter-ego, significa fare nientemeno 
che il gioco della borghesia . 

Per dare finalmente una risposta agli interrogativi 
sul futuro possibile visto da un'angolazione prole- 
taria, scrivo l'ultima parte del documento che oltre ad 
essere, come di consueto, in aperta polemica con il 
capitoletto di Alter-ego intitolato "VALLANZASCA A 
SILICON VALLEY", rappresenta la parte piu' pre- 
tenziosa del documento stesso, tant'e' che la intito- 
lerò': 


ALCUNE IPOTESI PER LA COSTRUZIONE DEL 
"MOVIMENTO" CHE, REAUZZANDO UN NUOVO 
STATO DI COSE, "ABOLISCE LO STATO DI 
COSE PRESENTI". 

Per iniziare questa parte del discorso, utilizzo due 
definizioni dell'esperimento scientifico tratte da 
SPLEEN1.ZIP: «... l'esperimento non e' una os- 
servazione oggettiva della realta' al fine di cono- 
scerla, ma un'operazione di cui la scienza si serve 
per "formare" la realta' ai propri fini.»; «"In gene- 
rale si può' osservare che lo strumento di misura 
usato nell'esperimento turba l'oggetto naturale, non 
tanto perche' esso sia adoperato da osservatori 
umani, quanto perche' e' esso stesso un oggetto 
naturale e fisico e pertanto e' sottoposto alle me- 
desime leggi fisiche della teoria in base alla quale 
l'esperimento viene predisposto. Ciò' conferma, 
come aveva intuito Duhem, che l'esperimento e' 
sempre metodologicamente e concettualmente di- 
pendente dalla teoria che ne fa' uso..."». 

Condivido a fondo tale impostazione metodologica 
che, in apparenza, anche Alter-ego condivide poi- 
ché' e' lui che per primo la riporta in un suo docu- 
mento. Eppure intendo dimostrare che in realta' Al- 
ter-ego, proprio a causa della sua impostazione 
metodologica generale, ha una visione positivista 
della scienza, e tende a pensare di poter analizzare 
oggettivamente la realta'. Mi servirò 1 di due citazioni 
per sostenere questa tesi. Sono prese da FINESOC 
(VALLANZASCA ecc.):« Ci siamo già 1 occupati 
diffusamente di come i sistemi pseudorizomatici di 
informazione e le tecnologie presuntamente 
"demassificanti" in realta' non facciano che frantu- 
mare la verticalità' del rapporto emittente-ricettore, 
ristabilendo in modo ancor piu' totalitario 
l'appendicita’ del soggetto nel processo comunica- 
tivo.»; e ancora:«... l'appendicita' delle unita' 
umane alle scelte del videodrome e' ormai 
un'invariante del dominio capitalistico, ...». Come si 


61 


ecn 



vede, queste analisi vengono poste da Alter in modo 
assiomatico, dandone per scontata la veridicità': in 
realtà', di nuovo, esse sono accettabili solo se poste 
in veste problematica, come una tendenza che e' 
insita nella rivoluzione informatica fino a che essa 
viene gestita capitalisticamente, ma non e' vero che 
la rivoluzione informatica stessa ha questa tendenza 
in modo necessario, univoco ed inevitabile. 

E' proprio l'idea che non esista nessuna possibilità' 
di dare un'interpretazione proletaria dell'infor- 
matizzazione sociale che spinge il nostro a soste- 
nere che:«"L'informazione e' una galera. Nostro 
dovere e' di evadere."; e ancora "... bisogna impa- 
rare ad EVADERE dalla società' di controllo-comu- 
nicazione ..."». Questo “comuniSmo da evasione" 
e' la base che giustamente Alter-ego pone per «... 
prepararci alle lotte dei giorni a venire, lotte inedite, 
imprevedibili perche' “al di la! del sociale", irrapre- 
sentabili perche' "al di la! del politico"», il che mi 
sembra un modo per arrivare alla rivoluzione comu- 
nista nell'... al-di-la' ì 

Ma se e' vero che la scienza non e' neutra, ma al 
contrario "di parte", e' altrettanto vero che oltre alla 
lettura capitalista dell'esperimento in atto di infor- 
matizzazione sociale, se ne può' dare anche una 
lettura comunista-rivoluzionaria, o proletaria se si 
preferisce. 

Cercherò' ora di descrivere le differenze che ca- 
ratterizzano le sovrastrutture sociali dell’era infor- 
matica rispetto a quelle dell'era burocratica. 

Nel recente passato i problemi posti dall'esigenza di 
centralizzare le informazioni necessarie alla gestione 
di società' complesse come quelle a sviluppo 
capitalistico, furono risolti con la creazione di enormi 
strutture burocratiche, che avevano esattamente la 
funzione di raccogliere, coordinare e smistare le in- 
formazioni stesse. Tali strutture svolgevano anche 
funzioni di controllo e repressione ed il principio 
fondamentale del funzionamento di tali burocrazie 
era quello del "segreto". Infatti esse gestivano fette 
anche consistenti di potere proprio grazie al mono- 
polio di certe informazioni. Tali burocrazie erano 
formate da decine o centinaia oppure anche centi- 
naia di migliaia di individui. Gli stati sono un esempio 
tipico di tali realta'. A proposito proprio degli stati e 
del principio del segreto, cito un breve passaggio dal 
testo di Rescigno "Corso di diritto pubblico": 
«D'altra parte l'apparato ha tutto l'interesse a te- 
nere segreta quanto piu' e' possibile la sua attività', 
per due ragioni complementari: la prima e' che la 
conoscenza e' potere, e dunque conoscere esclusi- 
vamente determinati fatti e notizie e' il mezzo spesso 
vincente per riaffermare il proprio potere su altri; ... 
La seconda ragione e' che la conoscenza e' la con- 
dizione indispensabile della critica, e dunque impe- 
dire la conoscenza e' il mezzo piu' efficace per im- 
pedire, di fatto, la critica.» 


Dopo una lunga e piu' o meno lenta evoluzione, 
siamo giunti ad una fase apparentemente opposta, 
nella quale le moderne tecnocrazie non si basano 
piu' sul segreto, ma sul "caos informativo". Ciò' si- 
gnifica che non piu' sulla mancanza di informazioni 
si basa il mantenimento del potere e del consenso, 
ma al contrario sulla sovrabbondanza delle stesse. A 
questo proposito voglio menzionare una riflessione 
di un’altro compagno, secondo il quale se volessimo 
demistificare, cioè' contro-informare rispetto alle 
falsificazioni che i mass-media borghesi spacciano 
in un solo giorno, impiegheremmo intere setti- 
mane...! Da questo punto di vista quindi, il tentativo 
di competere con la borghesia sul suo terreno, cioè' 
il tentativo di "formare" e "orientare" l'opinione pub- 
blica in modo rivoluzionario, ponendoci da un punto 
di vista concorrenziale rispetto alla borghesia, signi- 
fica agire con un'ottica storicamente superata (oltre 
che perdente). 

E' a ragion veduta che parlo di tentativo 
"storicamente" superato: infatti in che modo se non 
questo si ponevano i rivoluzionari di inizio secolo? 

Ripercorriamo brevemente alcune tappe storiche 
per capirlo, riferibili solo ai paesi capitalisticamente 
piu' sviluppati. 

Il progressivo affermarsi del metodo di produzione 
capitalista, pone irrimediabilmente in crisi tutti i 
vecchi assetti istituzionali dell'epoca feudale. 
L'emergere della produzione in fabbriche via via piu' 
grandi fa' si' che, oltre all'accumulo di potere econo- 
mico nelle mani dei proprietari dei mezzi di produ- 
zione (i borghesi), sorga nella società' un nuovo 
soggetto sociale in quantità' esponenziale rispetto ai 
borghesi: il cosiddetto “proletario". I proletari erano 
individui strappati dalla coltivazione della terra, ap- 
parentemente affrancati dalla situazione di schiavitù* 
della gleba a cui l'epoca precedente di vedeva av- 
vinti, per acquisire quell'illusione di liberta' di cui 
Marx diceva:«l'unica liberta' del proletariato e' 
quella di scegliere a quale padrone vendere la pro- 
pria forza lavoro.» Ma l'epoca dell'affermazione so- 
ciale di queste due nuove classi, e' contraddistinta 
dall'odio insanabile tra esse, odio che la borghesia 
esprimeva concretamente nella brutalità' con la 
quale sfruttava i suoi sottoposti, odio che gli stessi 
esprimevano con la lotta costante nei confonti di tale 
medesimo sfruttamento. In tale situazione molti 
intellettuali spesso di origine piccolo-borghese, 
schifati da una realta' sociale allucinante, scelsero 
l'opzione proletaria, si schierarono cioè' col proleta- 
riato che nelle sue lotte tendeva necessariamente ad 
esprimere valori quali la solidarietà' e l'eguaglianza e 
posero il proletariato come il soggetto che, con la 
lotta per la sua liberazione, poteva tendere alla 
creazione di una nuova società', la società’ socialista 
appunto perche', ancora con le parole di Marx, "il 
proletariato in questa lotta non ha da perdere che le 
proprie catene". 


62 


ecn 



In virtù' di tale scelta, molti di codesti intellettuali si 
aggregarono alle associazioni spontanee degli ope- 
rai e si adoprarono per costruire quelli che possiamo 
definire “gli strumenti tecnici" necessari alla rivolu- 
zione socialista o ritenuti tali: i partiti rivoluzionari. 
Tali partiti, assieme alle grandi organizzazioni sin- 
dacali, svolgevano un ruolo di centralizzazione e 
coordinamento delle lotte e tesero a codeterminare 
lo sviluppo delle nuove formazioni statali promosse 
dalla rivoluzione industriale. La crescita di influenza 
sociale e politica di tali organizzazioni ma soprattutto 
lo sviluppo quantitativo dei suoi partecipanti, com- 
porto 1 l'avvento a livello sovrastrutturale di quella che 
storicamente possiamo caratterizzare come "l'epoca 
del potere burocratico". In questa fase storica assi- 
stiamo alla lotta delle due burocrazie che, pur fa- 
cendo riferimento particolarmente alle due classi 
emergenti, tentano di egemonizzare l'intera società' 
ai loro valori. 

E' in questo contesto che i rivoluzionari di inizio 
secolo cercano di dare un volto di classe a tale 
svolta sovrastrutturale, dato che con l'annientamento 
della borghesia sarebbe crollata anche la necessita' 
storica del potere burocratico. Quindi la costruzione 
stessa delle burocrazie operaie da parte dei rivolu- 
zionari era intesa come un momento tattico, una 
"fase di transizione" verso il socialismo. 

Da questo punto di vista era probabilamente esatta 
la critica degli anarchici che sostenevano 
l'impossibilita' di costruire liberta' tramite l'uso, pur 
ritenuto strumentale, di organizzazioni gerarchiche. 
La disamina di questo problema mi costringerebbe 
ad addentrarmi in un'analisi storico-politica che non 
ho intenzione di affrontare in questa sede, ma non 
mi sottraggo dall'affermare che, seppure il pensiero 
anarchico contiene elementi che forse andrebbero 
rivalutati, all'epoca in cui sorse, tale critica era una 
critica dalla lama spuntata, poiché' non conteneva 
alcuna alternativa storicamente significativa. 

Dunque l'esperienza della costruzione di orga- 
nizzazioni burocratiche con intento propagandistico- 
rivoluzionario che, pervadendo gli anfratti lasciati 
scoperti dal potere borghese, tendessero a produrre 
un'alternativa complessiva, e' già' stata sperimentata 
ed ha già' mostrato tutto il suo volto fallimentare. E' 
per questo che i vari partitini rivoluzionari tuttora 
presenti nell'occidente industrializzato, seppure ani- 
mati da compagni onesti e dotati delle migliori inten- 
zioni, non hanno semplicemente alcun futuro. 

Ma questo non deve farci supporre che non esista 
piu' alcun futuro per la rivoluzione proletaria. Dob- 
biamo, piu' semplicemente, riappropriarci di quello 
spirito pionieristico che era tipico dei rivoluzionari di 
inizio secolo che, in questo senso, possiamo ancora 
considerare nostri “maestri", con rispetto si', ma 
senza nessuna deferenza. 

L'epoca che viviamo e' un'epoca feconda di mu- 
tamenti, mutamenti che "possono", ma non ne- 


cessariamente saranno, interpretabili in chiave ri- 
voluzionaria. 

Ha perfettamente ragione Alter-ego quando dice 
che la rivoluzione informatica non porta 
“necessariamente" ad una società' piu' orizzontale o 
demassificata. Solo la nostra azione cosciente potrà' 
sortire questo effetto. 

Il supporto informatico contiene una novità' so- 
stanziale rispetto alle vecchie forme di centraliz- 
zazione. Infatti in passato il coordinamento e la cen- 
tralizzazione erano mediate dalle burocrazie, cioè' 
organismi formati da esseri umani che, per il solo 
fatto di appartenere alle burocrazie stesse, acquisi- 
vano certi privilegi, che essi stessi tendevano a di- 
fendere attivamente. Oggi tale ruolo verrà' svolto 
sempre di piu' da dei supporti tecnici che, non es- 
sendo umani, non possono rivendicare interessi 
specifici del campo umano. 

Cosa può' significare per noi tutto ciò'? 

Significa, molto semplicemente, che abbiamo la 
possibilità' di realizzare, per la prima volta nella sto- 
ria, un modello di organizzazione che, pur non es- 
sendo un partito, può' tendere ad avere livelli di 
coordinamento molto piu' efficaci e che, pur avendo 
una dimensione collettiva ed una visione politica che 
abbraccia il collettivo, non annulla l'individuo ma anzi 
tende ad esaltarne le qualità'. Un tipo di organizza- 
zione, insomma, che ha tutti pregi di un partito senza 
averne i difetti. 


BASTA COI FILM IN BIANCO E NERO (leggi gri- 
giore burocratico): E‘ GIUNTO IL TEMPO DI GI- 
RARE IL FILM DELLA RIVOLUZIONE IN TECNI- 
COLOR! (leggi creatività 1 autonoma) 

Non c'e' davvero bisogno di andare lontano per 
trovare questa organizzazione: si chiama AUTO- 
NOMIA OPERAIA. 

Prego non smettete di leggere pensando che chi 
scrive sia un visionario: ritengo di conoscere ab- 
bastanza bene il movimento da sapere da solo che 
questa non e' la realta' attuale dell'Autonomia. 

Eppure sono altrettanto convinto (ed ho la pre- 
sunzione) di conoscere abbastanza bene il movi- 
mento, tanto da poter affermare che se e' vero che 
tutto ciò' non e' in atto, e' pero' oggettivamente in 
potenza. 

Provate un momento a seguire il mio ragionamento 
e sulla base di quanto segue costruite la vostra cri- 
tica. 

In questo momento ho la percezione del movimento 
come di uno di quegli aeromodelli che si trovano 
nelle scatole di montaggio: esso contiene tutti i pezzi 
giusti per forgiare uno splendido prototipo, ma non e' 
detto che qualcuno abbia intenzione di assemblarli. 
Esaminiamoli un po' separatamente. 

Punto primo: le capacita* soggettive. 


63 


ecn 



Non mancano in nessuna zona: sia a nord che a 
sud abbiamo compagni capaci di sviluppare analisi 
adeguate al territorio nel quale si muovono e che 
sviluppano un'attività' spesso efficace nei confronti 
delle compagini sociali piu' diverse. 

Punto secondo: le trasformazioni epocali. 

Siamo l'unica organizzazione a tradizione marxista 
che si sia posta all'altezza di interpretare in modo 
dinamico ed attivo le nuove problematiche inerenti 
alla rivoluzione informatica (riferimento esplicito ad 
ECN). 

Punto terzo: le condizioni oggettive. 

E' evidente nel tessuto sociale nazionale, una esi- 
genza di cambiamento che, seppur esprimendosi in 
modo perverso e reazionario, può' ottenere una ri- 
sposta seria solo in senso rivoluzionario. 

Punto quarto: situazione internazionale. 

I nostri legami internazionali sono forse insufficenti 
ma esistono. La realtà' intemazionale stessa e 1 in 
una fase piu' dinamica di quanto siamo abituati a 
pensare. Lo stesso laboratorio politico dell'est può' 
sviluppare sorprese importanti, nella misura in cui 
saremo in grado di proporre un'alternativa comples- 
siva che non rappresenti una semplice minestra ri- 
scaldata. 


VERSO UN'ASSEMBLAGGIO POSSIBILE. 

La risposta moderna ai problemi di coordinamento 
va' ricercata nell'unita' programmatica. Qui per pro- 
gramma non si intende la lista della spesa degli 
obiettivi da raggiungere ma, al contrario, l'e- 
laborazione viva di un modello programmatico con- 
tinuamente in via di aggiornamento e ridefinizione 
grazie al lavoro cosciente di moltitudini sempre piu' 
vaste di compagni. 

La lotta anticapitalista che attraversa in modo tra- 
sversale (o che termine moderno!) tutte le artico- 
lazioni del movimento, deve fungere da crogiuolo 
rispetto al quale il successo di ogni lotta parziale 
viene necessariamente interpretato come un raffor- 
zamento del progetto complessivo e quindi delle 
diverse e differenti articolazioni. In una realta' cosi' 
funzionante, i comportamenti di generosità' sociale, 
di aiuto e collaborazione all'altrui successo non sono 
piu' lasciati alla realizzazione di un intento "morale", 
ma sono il prodotto anche di una valutazione op- 
portunista poiché' si basano sulla consapevolezza 
che la base migliore del proprio successo e della 
propria individuale affermazione e' da ricercarsi 
proprio ed esattamente nell'altrui affermazione e 
nell'altrui successo. 

Qui pero' l'abbattimento del metodo di produzione 
capitalista non può' piu' venire inteso come un fine, 
ma come la base di partenza necessaria per iniziare 
a dare delle risposte concrete alle contraddizioni 
concrete. 


Per cui la vecchia immagine della società' post-ca- 
pitalista come epoca della soluzione meccanica di 
tutte le contraddizioni deve necessariamente tra- 
montare. Come si può', infatti, ipotizzare che il pro- 
blema della sovrappopolazione o il problema del gap 
energetico o quello ecologico o quello della plurimil- 
lenaria subordinazione femminile o quello della dif- 
ferenza razziale e culturale possano essere risolti in 
modo semplicistico e definitivo? Non possiamo bat- 
terci per una società' piu' appiattita ed omologata, 
ma al contrario la rivoluzione sociale sara' la base 
per l'esplosione della creatività' e della scienza 
umane come fino ad ora non poteva accadere, sara' 
la base per il confronto e la riproposizione in termini 
nuovi delle culture piu' diverse, per la effettiva affer- 
mazione deH'individualita' per la socialità' e della so- 
cialità' per l'individualita' in una continua sinergia 
all'interno della quale si potrà' parlare del vero inizio 
della storia umana dopo la emancipazione dalla 
barbarie. 

L'inizializzazione di questo processo può' originarsi 
solo tramite un approccio creativo all'infor- 
matizzazione sociale. Il fatto che il supporto in- 
formatico abbia caratteristiche interattive, può' 
rompere l'autopercezione dell'individuo come puro 
fruitore passivo deH'immagine sociale (il 

“videodrome 1 ' di Alter-eghiana memoria) e fare si' 
che diventi membro attivo di un processo di co- 
municazione effettiva tra individui. Dobbiamo la- 
vorare scientificamente per ridurre nuovamente la 
tecnologia a puro supporto delle esigenze umane, 
spezzando attivamente il tentativo costantemente 
riproposto dal capitale di ridurre l'essere umano, 
maschio o femmina che sia, ad un mero supporto 
delle esigenze tecnologiche (cosa che ci fanno 
passare come necessario effetto del “progresso"). 

Dobbiamo ripensare e rivalutare il ruolo di ECN 
all'interno del movimento: e' esattamente questo 
supporto che può' fungere da base per un coordi- 
namento che non sia mediato burocraticamente ma 
che sia immediatamente basato sulla coscienza dei 
singoli compagni che, grazie al confronto-scambio 
continuo con compagni di altre realta' nazionali ed 
internazionali, possono lavorare sempre piu' scienti- 
ficamente sia per l'abbattimento di questo che per la 
creazione di un sistema "altro" da questo. 


MENO TELEVISIONE - PIU' ECN 

Credo sia questo uno degli slogan che devono cir- 
colare aH'interno del movimento. Se ogni compa- 
gno/a dedicassero almeno un'ora del tempo che 
ogni giorno sicuramente dedicano alla televisione 
per imparare ad utilizzare ECN in base alle loro 
stesse esigenze, vivendo questo tempo come la 
conquista di uno spazio di liberta', inizieremmo ad 
avviarci verso una valorizzazione piena della rete. 


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ecn 




Se poi sempre piu' persone tra noi sviluppassero il 
desiderio-esigenza di contribuire al dibattito o 
airarricchimento delle informazioni di rete, inizie- 
remmo a porre le basi per il superamento dell'esi- 
genza stessa di ricorrere al mezzo televisivo, poiché' 
le nostre informazioni ed il livello del nostro dibattito 
tenderebbero ad essere oggettivamente superiori a 
quelle che ci può' offrire il "mercato". 

Se tutto ciò' iniziasse concretamente a realizzarsi, ci 
troveremmo ad un certo punto con un tale livello di 
dinamica antagonista in atto, che sfuggirebbe dal 
nostro stesso controllo: a quel punto le ore per la 
borghesia sarebbero definitivamente contate poiché' 
per tenere sotto controllo dei flussi di dati e connes- 
sioni sempre piu' veloci e molteplici, dovrebbe isti- 
tuire una quantità' di controllori esponenziale rispetto 
a quella di coloro coinvolti nei movimenti, sostan- 
zialmente fagocitando l'intera società' cioè' facendosi 
essa stessa movimento (cosa realisticamente im- 
possibile perche' contraddittoria) oppure distruggere 
la basi stesse di trasmissione dei dati in una sorta di 
Harakiri (da noi auspicato). 

Tutto ciò' e' realistico ammeno che non si ponga in 
dubbio che il capitalismo sia in grado di rispondere 
realmente all'esigenza di estrinsecazione delle po- 
tenzialità' umane: dal mio punto di vista mi pare che 
non ci sia bisogno di ricorrere all'analisi degli studi 
compiuti dagli esponenti della scuola di Francoforte, 
ma che la disamina che del capitale aveva fatto 
Marx già' basti ed avanzi! 

In tale contesto tutto verrebbe messo in discus- 
sione: partendo dal concetto di disalienazione dei 
processi di apprendimento tramite la creazione attiva 
di processi di autoapprendimento funzionali alle 
proprie esigenze e cioè' a quelle collettive in un 
crescendo di individualizzazione-socializzazione 
delle conoscenze, fino al punto in cui si giungerebbe 
alla creazione di una distribuzione alternativa delle 
merci razionalmente concepita, previa riappropia- 
zione violenta dei mezzi di produzione (ma in questo 
caso il livello di violenza verrebbe determinato dal 
livello di scontro che noi imporremmo aH'awersario 
di classe). 

In pratica dobbiamo costruire una circolarità' di 
passaggi informativi nei quali il movimento fem- 
minista impari ed insegni al movimento ecologista, il 
quale faccia lo stesso col movimento operaio, lo 
stesso col movimento antirazzista, con quello di so- 
lidarietà' internazionalista, ecc. e daccapo in una 
continua sinergia di passaggi coi quali i vari movi- 
menti si nutrano a vicenda con l'esperienza sogget- 
tiva delle singole lotte via via socializzata e riutiliz- 
zata nelle lotte a venire. 

Per concludere faccio mio un passo di Alter-ego 
tratto da Invarianti, rimaneggiato e quindi stravolto 
rispetto al suo significato originale:«...il nostro 
scopo dev'essere ASSECONDARE L'ENTROPIA 
CAPITALISTA , assecondarne l'avanzare e prepa- 


rarsi a PROSPERARE SUL CAOS, imponendo con- 
tinuamente il nostro gioco senza lasciare al nostro 
nemico, neppure per un solo attimo, la possibilità' di 
riprendere fiato. Solo cosi', solo cioè' riap- 
propriandoci di una visione maggioritaria nella quale 
potremo mettere in campo un'intelligenza collettiva 
che, proprio in quanto collettiva, sara' in- 
comparabilmente superiore a quella capitalista po- 
tremo realisticamente, cioè' in modo non velleitario, 
riappropriarci di quella parola d'ordine rivendicata da 
alcuni compagni in un documento immesso in rete 
tempo fa' che chiedeva, argomentadolo, CURCIO 
LIBERO!». 

Aprile '92. 


P.S. Se qualcuno ha avuto l'impressione che la po- 
lemica con Alter-ego sia anche stata un mezzo per 
proporre tutta una serie di idee personali, ha perfet- 
tamente ragione. Ritengo anzi che chiunque voglia 
prendere spunto da queste due provocazioni ed im- 
mettersi attivamente nella polemica aperta tra me ed 
Alter-ego, sara' il benvenuto da ambedue. 

Infine consiglio al “nostro", nel caso pensi di fare 
una replica rispetto a questo testo e se pensa gli 
possa essere utile altro materiale da me prodotto, di 
chiedere al Sysop di Bologna di consegnargli il do- 
cumento RIV1992.DOC. Naturalmen- te, nel caso lo 
utilizzi nella risposta, e' invitato ad invita- re il Sysop 
stesso ad immetterlo in rete. Naturalmente chiunque 
sia interessato a quest'altro documento può' farne 
richies- ta al personaggio di cui sopra (della serie: 
piccola ed inno- cente? ma furbesca pubblicità' an- 
tagonista). 


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ecn 



16 File : RIV1992.ZIP 


“STATO E RIVOLUZIONE 
LE VERITÀ' NOMADI 
ECN 

bozza di discussione sui percorsi storici della teoria 
dello stato e dell'organizzazione nell'ottica rivo- 
luzionaria". 

Il problema storico al quale i rivoluzionari hanno 
sempre tentato di rispondere, e' che tipo di potere si 
vuole sostituire a quello borghese una volta che si 
riesca ad abbattere il potere borghese stesso. Non 
sembri questo un problema sulla qualità' "della lana 
caprina" perche' pare ovvio, al contrario, che solo la 
chiara definizione degli obiettivi che ci poniamo può' 
chiarirci quali sono le migliori articolazioni tattiche 
per raggiungerli. 

"... innanzi tutto il proletariato, secondo Marx, ha 
unicamente bisogno di uno stato in via di estinzione, 
costituito cioè' in modo tale che cominci subito ad 
estinguersi, e non possa non estinguersi". Colui che 
citava Marx in tal modo era niente meno che Lenin 
in "Stato e Rivoluzione". L'enunciato ci pare incredi- 
bilmente attuale e pone subito al centro della rifles- 
sione tutte le piu' importanti tematiche dei nostri 
tempi: 

- e' possibile superare ed estinguere il 
"parlamentarismo borghese" con una forma supe- 
riore di partecipazione popolare? 

- ha senso ipotizzare la gestione di una società' 
complessa come quella attuale senza ricorrere a 
delle pratiche di centralizzazione burocratica? 

- se tutto ciò' e' possibile, che tipo di organizzazione 
rivoluzionaria e' necessario costruire per raggiun- 
gere lo scopo? 

E' intuitivo comprendere che le problematiche sol- 
levate sono enormi, ma non e' impossibile tentare di 
dare delle risposte relativamente semplici e com- 
prensibili a questi quesiti. 

Utilizzermo il già' citato testo di Lenin per verificare 
come ponevano la questione i rivoluzionari di inizio 
secolo, poiché' questo ci permetterà' di valutare la 
somiglianza delle domande che in ogni epoca si 
sono posti i rivoluzionari e la differenza nelle risposte 
possibili determinate dalla differente congiuntura 
storica nella quale essi si sono trovati ad operare. 
"L'abbattimento delia borghesia non e' realizzabile 
se non attraverso la trasformazione del proletariato 
in classe dominante, capace di reprimere la resi- 
stenza inevitabile, disperata della borghesia, di or- 
ganizzare per un nuovo regime economico tutte le 
masse lavoratrici e sfruttate." 

Tutto ciò' e' perfettamente sensato ancor oggi, an- 
che se bisogna intendere in modo nuovo il tipo di 
alleanza che il proletariato deve stabilire con "tutte le 
masse lavoratrici e sfruttate" 


La differenza tra la teoria di inizio secolo e quella 
attuale, si spiega con la differenza profonda tra il 
proletariato attuale e quello di inizio secolo. 

Il "vecchio" proletariato era composto da sterminate 
masse di analfabeti che non potevano essere rici- 
clate di punto in bianco. La cultura apparteneva sto- 
ricamente alle classi agiate ed il proletariato, abbru- 
tito nelle fabbriche padronali, ha dovuto strappare 
coi denti ogni briciola della sua emancipazione. 

Se non e’ ancora esistito il comuniSmo e' perche' 
oggettivamente le strutture tecnologiche non erano 
sufficientemente avanzate e perche' lo stesso pro- 
letariato non era soggettivamente in grado di gestire 
una società' piu' evoluta. Ecco quindi che le teorie 
sulla avanguardia del proletariato e sul proletariato 
come avanguardia di massa vengono pienamente 
comprese solo se calate nel contesto storico che le 
ha prodotte. E' assurdo "sputare" sul Leninismo, 
cosi' come e' assurdo continuare a presentarlo come 
"l'unica sacrosanta verità'", 'Tunica vera via per poter 
giungere alla vera rivoluzione". Proprio coloro che a 
buon diritto possiamo chiamare maestri, senza per 
questo bisogno di inchinarci, ci insegnavano che la 
realtà' e' in continuo mutamento e che un rivoluzio- 
nario e 1 uno scienziato sociale, non un predicatore di 
vuote verità'! 

Domanda:"ma quali sono questi cambiamenti og- 
gettivi e soggettivi che rendono piu' attuali le pos- 
sibilità' di costruzione del comuniSmo?" 
Risponderemo innanzitutto sui secondi, in un se- 
condo tempo sui primi. 

I mutamenti di carattere soggettivo sono sotto gli 
occhi di tutti: un fenomeno come la scolarizzazione 
di massa e' passato quasi inosservato all'analisi dei 
moderni rivoluzionari. Essa e' stata il prodotto di 
dure lotte del proletariato. Dovremmo irridere molto 
meno il desiderio dei “nostri vecchi" genitori proletari 
che sognavano il figlio laureato come fosse una 
strada per la emancipazione dalla schiavitù' in 
chiave individuale. Infatti se analizziamo la somma- 
toria di tutti questi sforzi soggettivi, ci renderemo 
presto conto die siamo di fronte ad un pianeta tra- 
sformato, stiamo vivendo l'epoca storica che piu' di 
ogni altra vede presenti sul suolo del pianeta milioni 
di esseri umani non solo alfabetizzati, ma in pos- 
sesso di cognizioni complesse, che il sistema 
capitalista di produzione non può' piu' utilizzare in 
modo adeguato. E questa massa di individui capaci 
e' non solo oggettivamente coinvolgibile nel pro- 
cesso rivoluzionario, ma e' sempre piu' spesso 
soggettivamente coinvolta nella contraddizione di 
classe. Basta chiedersi quanti diplomati e laureati 
siano oggi presenti nelle fabbriche dei padroni per 
rendersi conto di come sia eclatante la sottoutilizza- 
zione degli esseri umani. 

Infatti i laureati africani o provenienti dall'Est, non 
sono quasi mai impiegati ad un livello adeguato nei 
paesi in cui emigrano e quasi mai possono trovare 


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ecn 



una collocazione adeguata nel paese di prove- 
nienza. Per non parlare poi della extra-produzione 
di materile intellettuale nelle nostre stesse scuole. E 1 
in questo contesto che va oggi valutato l'attacco al 
diritto allo studio a cui stiamo assistendo nel nostro 
paese. Sarebbe criminale pensare, come fanno certi 
"marxisti scolastici" che le lotte degli studenti sono 
lotte "piccolo borghesi" o con dignità' inferiore a 
quelle di altre categorie sociali. 

Non e' un caso che il pensiero rivoluzionario dagli 
anni settanta in poi sia approdato a nuove modalità' 
di analisi dei soggetti rivoluzionari, che tengono 
conto dei profondi mutamenti intervenuti proprio a 
causa della lotta di classe internazionale. 

Mettiamo brevemente a confronto le differenti ana- 
lisi che la lettura del tessuto sociale rimanda agli 
occhi di Lenin confrontati in seguito con le analisi 
posteriori di Negri (citazioni tratte da Stato e Rivolu- 
zione per Lenin e da Le Verità' Nomadi per Negri): 
Lenin - In Marx non v'e' alcun briciolo di utopismo; 
egli non inventa, non immagina una società' 
“nuova". No, egli studia, come un processo di storia 
naturale, la genesi della nuova società' che esce 
dall'antica, le forme di transizione tra l'una e l'altra. 
Egli si basa sui fatti, sull'esperienza del movimento 
proletario di massa e cerca di trame gli in- 
segnamenti pratici. Egli "si mette alla scuola" della 
Comune (di Parigi del 1848, n.d.r.), come tutti i 
grandi pensatori rivoluzionari non esitavano di met- 
tersi alla scuola dei grandi movimenti della classe 
oppressa, senza mai far loro pedantemente la 
"morale" (come faceva Plekhanov dicendo: " Non 
bisogna prendere le armi", o Zereteli: "Una classe 
deve da se stessa sapersi limitare"). 

Non sarebbe possibile distruggere di punto in 
bianco, dappertutto, completamente, la burocrazia. 
Sarebbe utopia. Ma spezzare subito la vecchia 
macchina amministrativa per cominciare im- 
mediatamente a costruirne una nuova che permetta 
la graduale soppressione di ogni burocrazia, non e' 
utopia, e' l'esperienza della Comune, e' il compito 
primordiale e immediato del proletariato rivoluziona- 
rio. 


No, noi vogliamo la rivoluzione socialista con gli 
uomini quali sono oggi, e che non potranno fare a 
meno ne' di subordinazione, ne' di controllo, ne' di 
“sorveglianti, ne' di contabili". 

Questa era la valutazione di Lenin all'epoca sua. 
Passiamo a Negri ed all'epoca nostra: 

Negri - In queste condizioni, l'organizzazione delle 
nuove concatenazioni proletarie non potrebbe ri- 
ferirsi che ad una pluralità' di rapporti dentro una 
molteplicità' di singolarita'-pluralita' focalizzata su 
funzioni e obiettivi collettivi che sfuggono ai controlli 
e alle sovracodificazioni burocratiche, nella misura in 
cui si sviluppa precisamente nel senso di una otti- 
mizzazione dei processi di singolarità' implicati. Ciò' 


che e' in questione qui, e' un multicentrismo funzio- 
nale capace, da una parte, di articolarsi sulle di- 
mensioni diverse dell'intelligenza sociale e, dall'altra, 
di neutralizzare attivamente la potenza distruttrice 
delle concatenazioni capitalistiche. Questa e' la 
prima caratterizzazione positiva della nuova sog- 
gettività' rivoluzionaria. Le sue dimensioni coope- 
rative, plurali, anticentraliste, anticorpo rativiste, an- 
tirazziste, antisessiste, esaltano la capacita' produt- 
tiva delle singolarità'. Solo in questo modo, e unica- 
mente nel registro di queste qualificazioni, le lotte 
proletarie potranno ricostruire fronti di lotta coerenti 
ed efficaci. Questi processi organizzativi devono 
essere concepiti essenzialmente come dinamici: 
ogni singolarità' vi e' rilanciata attraverso obiettivi 
non soltanto locali, ma sempre piu' allargati fino alla 
definizione di punti di incontro transettoriali, nazionali 
e internazionali. 

Le due immagini immediate alle quali rimandano le 
due concezioni teoriche che si intuiscono in questi 
due brevi estratti, non sono antitetiche, bensì' diffe- 
renti. 

La prima mostra il proletariato come un forte bue 
che e' intralciato nel suo cammino, malgrado la sua 
forza poderosa, da un pesante fardello rappresen- 
tato dalle classi piccolo borghesi (i contadini, ad 
esempio) e dal sottoproletariato ed in parte ostaco- 
lato dalla sua stessa ignoranza. 

La seconda mostra il proletariato come una classe 
dinamica, che per vincere il suo nemico storico, cioè' 
la borghesia, deve coordinare i suoi interessi con al- 
tre categorie o gruppi sociali i quali, effettivamente, 
possono raggiungere gli scopi che si prefiggono solo 
alleandosi con il proletariato, orientandosi in tal 
modo verso la creazione di una civiltà' oggettiva- 
mente superiore a quella odierna. 

Da tali esposizioni emerge con chiarezza la diffe- 
renza delle due ambientazioni storiche: la prima in 
una società' ancora molto statica, la seconda in una 
società' in continua rapidissima evoluzione. 

Ed e' qui che si può' iniziare a parlare dei nuovi 
mutamenti oggettivi che l'evoluzione storica e tec- 
nologica sta costruendo sul pianeta. 

E' venuto il momento di parlare della rivoluzione in- 
formatica e del declino storico delie grandi bu- 
rocrazie. 

Infatti la teoria movimentista della rivoluzione e' si' 
una grande intuizione storica che pero', al momento 
della dua nascita, precorre ed anticipa i tempi. Alla 
fine degli anni settanta, le burocrazie avevano già' 
dato prova di tutto il loro grigiore e di tutta il con- 
servatorismo di cui erano portatrici. Si badi che qui si 
parla di burocrazie indipendentemente dal fatto che 
esse fossero di matrice operaia (sindacati, stati 
dell'Est, ecc.) o di matrice capitalista (eserciti, buro- 
crazie amministrative, polizie, ecc.). Purtuttavia non 
erano ancora in atto quelle modificazioni strutturali 
della gestione sociale e della gestione produttiva che 


67 


ecn 


potevano supportare scientificamente la contesta- 
zione rivoluzionaria delle burocrazie stesse. 

Oggi, invece, siamo di fronte ad un nuovo periodo 
storico, nel quale e' la stessa dinamica capitalista 
che comporta il declino burocratico. 

Per dimostrare questo assunto riporteremo bre- 
vemente alcuni stralci di un articolo tratto dalla rivista 
“LE SCIENZE" n°279 e dedicato alle 

"comunicazioni, calcolatori e reti": 

(pag. 82) « Circa 150 anni fa, in Europa e negli 
Stati Uniti l'economia inizio' a subire una trasfor- 
mawione piu' profonda di qualsiasi altra verificatasi 
dal Medioevo in poi: la Rivoluzione industriale. Oggi 
le economie industriali si trovano nelle prime fasi di 
un'altra trasformazione che finirà' forse per assu- 
mere un ruolo altrettanto significativo. 

C'e' pero' una differenza fondamentale; la rivolu- 
zione del secolo scorso era guidata da trasforma- 
zioni nell'economia della produzione e dei trasporti, 
mentre a spingere quella che si avvia oggi non sa- 
ranno mutamendi produzione, ma di coordinamento. 
Ogni volta che piu' persone collaborano nasce la 
necessita' di comunicare, decidere, assegnare ri- 
sorse e far giungere i prodotti e i servizi giusti nel 
luogo e al momento giusti. Dirigenti, impiegati, ne- 
gozianti e acquirenti, mediatori e contabili, quasi tutti 
coloro che lavorano, in realta', devono svolgere atti- 
vita' di coordinamento. 

E' proprio in queste attività' a forte contenuto in- 
formativo che le tecnologie informatiche trovano al- 
cuni tra i loro impieghi piu’ importanti e produrranno 
gli effetti piu' profondi. Riducendo drasticamente i 
cos ti di coordinamento e migliorandone rapidità' e 
qualità' queste nuove tecnologie permetteranno di 
svolgere attività' di coordinamento molto piu' ampie 
ed efficaci e di formare quindi nuove strutture opera- 
tive ad alta intensità' coordinativa. 


Un effetto primario della riduzione dei costi di coor- 
dinamento e' la sostituzione del coordinamento 
umano con la tecnologia informatica (= - burocrazia 
+ tecnologia, n.d.r.): i sistemi di elaborazione dati 
hanno contribuito, per esempio, ad allontanare mi- 
gliaia di impiegati da uffici di assicurazione e banche 
e a sostituire gli addetti allo smistamento e all'inoltro 
nelle fabbriche. Oggi i calcolatori garantiscono il 
controllo di priorità' dei compiti, indicandone i piu' 
critici su ogni stazione di lavoro. Piu' in generale, la 
vecchia previ sione secondo la quale i calcolatori 
avrebbero portato alla scomparsa dei ruoli direttivi 
intermedi sembra sul punto di avverarsi: negli anni 
ottanta molte società' hanno appiattito la propria 
gerarchia dirigenziale eliminando alcuni livelli inter- 
medi.» 

Ma, si potrebbe obiettare, tutto questo cosa com- 
porta per noi rivoluzionari? 

A nostro parere, questo comporta semplicemente 
l'inverarsi della possibilità' di creare strutture di 


coordinamento non di carattere partitico funzionali 
alla rivoluzione proletaria. 

Significa cioè' poter connettere prima decine, poi 
centinaia, poi probabilmente centinaia di migliaia di 
cervelli umani che tramite il supporto informatico po- 
tranno creare la piu' orizzontale delle organizzazioni 
e la piu' internazionale che mai sia stata conosciuta 
dal proletariato. 

A questo scopo e' necessario riflettere su come co- 
struire militanti rivoluzionari per il 2000. 

I militanti che costruiranno la rivoluzione proletaria 
del futuro saranno individui totalmente differenti da 
quelli creati dal modello bolscevico. 

I militanti bolscevichi erano abituati a concepire la 
lotta come una dura battaglia nella quale la coesione 
del partito, la "disciplina di partito" tendeva a farli 
somigliare ad un intelligente battaglione di soldati. 

I moderni rivoluzionari tenderanno piu' ad apparire 
come donne e uomini evoluti che, coscienti 
dell'importanza della lotta alla quale si accingono, 
tenderanno a coordinarsi per contribuire attivamente 
alla costruzione della società' che negherà' la bar- 
barie capitalista. 

Ma torniamo alle domande iniziali: 

- e' possibile farla finita col parlamentarismo bor- 
ghese? 

- e' possibile coordinare una società’ complessa 
senza burocrazia? 

- come sara' l'organizzazione rivoluzionaria che 
permetterà' la realizzazione di tutto ciò'? 

Riteniamo di aver già' contribuito alla risoluzione in 
positivo della seconda domanda, ma vogliamo dare 
ulteriori elementi a dimostrazione di tale possibilità'. 
Per farlo ricorriamo ancora alla già' citata rivista “LE 
SCIENZE":(pag. 84)« Le nuove strutture ad alta 
intensità’ di coordinamento non si limitano a colle- 
gare persone di una stessa società'; molte preve- 
dono anzi legami tra società' diverse. L’industria 
tessile statunitense, per esempio, ha cominciato ad 
allestire una serie di collegamenti informatici tra so- 
cietà' nel quadro del programma Quick Responso 
(risposta rapida). Come e' stato descritto da Janice 
H. Hammond della Harvard Business School e da 
altri questi collegamenti investono società' lungo 
tutta la catena di produzione, dai fornitori di fibre 
(lana, cotone e simili) agli stabilimenti di tessitura, a 
quelli di cucitura, fino ai punti di vendita. 

Una volta completate, queste reti aiuteranno le so- 
cietà' a rispondere con prontezza alla domanda. Al 
momento della vendita di un maglione a New York, 
per esempio, la registrazione dell'etichetta tramite un 
lettore di codici a barre potrebbe attivare automati- 
camente le funzioni di ordinazione, consegna e 
produzione lungo tutta la catena fino al magazzino di 
lane situato nel South Carolina.» 

Se tutto ciò' e', da un punto di vista borghese, un 
modo per risparmiare danaro, dal punto di vista 
proletario potrebbe essere la base di informazione 


68 


ecn 




necessaria per la disalienazione del lavoro. Infatti 
praticamente ogni lavoratore potrebbe essere in 
grado di conoscere la destinazione del suo lavoro, 
potrebbe valutarne l'utilità' sociale e potrebbe de- 
cidere se produrre o meno il rimpiazzo necessario, 
stabilendo assieme ai colleghi le modalità' ed i tempi 
a seconda della valutazione dell'urgenza del rim- 
piazzo stesso. 

E non si credano le assurde fandonie borghesi se- 
condo le quali la gestione proletaria della società' 
non permetterebbe il progresso delle forze produt- 
tive; al contrario, ogni innovazione tecnologica che 
comportasse la riduzione del lavoro necessario sa- 
rebbe molto ben accetta in una società' gestita dal 
proletariato e renderebbe la tecnologia un “prodotto 
degli esseri umani per gli esseri umani stessi" anzi- 
ché' quella fonte di alienazione prodotta in modo 
alienato (vedi Scudo Stellare Statunitense SDÌ) che 
e' nella attuale società'. 

E' direttamente alla gestione proletaria della pro- 
duzione che dobbiamo puntare. 

Ciò' significa che ogni qual volta che un padrone 
“butta via" o chiude un'intero stabilimento, noi dob- 
biamo porci la domanda se siamo in grado di porre 
in campo direttamente la alternativa delia gestione 
proletaria della fabbrica stessa, domandarci se e 
quando e come potremo costruire un modello di 
circolazione di merci antagonista a quello borghese, 
se e quando e come dovrà' essere vasta l'influenza 
dei rivoluzionari per poter strutturare un sistema 
produttivo proletario in una zona del pianeta suffi- 
cientemente vasta da permetterci di abbattere defi- 
nitivamente la borghesia. 

Quando saremo in grado di porre l'alternativa della 
gestione proletaria di un'intero stabilimento, allora 
sara' chiaro al proletariato il ruolo dello stato che ci 
attaccherà' violentemente per ricomporre l'ordine 
borghese minacciato, ma a quel punto noi rivolu- 
zionari potremo godere della solidarietà' e della forza 
che il proletariato sa esprimere quando vengono at- 
taccati i suoi interessi. 

Difficile e' prevedere quanto durerà' l'inferno di 
fuoco e fiamme che la borghesia metterà' in campo 
per prolungare la sua agonia. Altrettanto difficile 
predeterminare il corso stesso delle future rivolu- 
zioni: avranno ancora degli scoppi di carattere na- 
zionale o, piu’ probabilmente, attraverseranno tra- 
sversalmente le nazioni stesse? O ancora: ha senso 
parlare in termini nazionali riguardo la realta' che ci 
circonda? 

In un contesto di scontro rivoluzionario non e' detto 
che debbano scomparire immediatamente dall'oggi 
al domani le strutture statali ed in particolare quelle 

parlamentari. Ancora un passo di Lenin - questo 

ragionamento di Engels non ha lasciato nei partiti 

socialisti di oggi altra vera acquisizione di pensiero 
socialista che la formula di Marx secondo cui lo 
Stato "si estingue", in contrapposizione alla dottrina 


anarchica delPabolizione dello Stato". Amputare in 
tal modo il marxismo vuol dire ridurlo 
aH'opportunismo, poiché', dopo tale "interpretazione" 
non rimane che il concetto vago di un cambiamento 
lento, uguale, graduale, senza sussulti ne' tempeste, 
senza rivoluzioni. - 

Certo e' che a causa dei fenomeni sopra riportati, 
tenderemo a vedere degli stati sempre piu' ossificati, 
meno presenti nella gestione dell'economia e sem- 
pre piu' identificantisi nella loro mera funzione re- 
pressiva. Nonostante ciò' manterranno sempre una 
certa flessibilità' e la popolarità' del parlamentarismo 
non scomparirà' da un giorno all'altro. Ma in periodo 
rivoluzionario o pre-rivoluzionario le masse tendono 
sempre a radicalizzarsi e potremo assistere a parla- 
menti pieni di organizzazioni rivoluzionarie di modulo 
leninista piu' o meno scolastico che probabilmente 
diventeranno i conservatori di domani. Ma nell'oggi 
sarebbe sbagliato identificarli come dei nemici tout- 
court della rivoluzione: essi saranno probabilmente 
funzionali a sradicare nel proletariato gli ultimi residui 
di illusione parlamentarista, prima di giungere ad un 
modello di gestione sociale che renderà' oggetti- 
vamente superfluo e soggettivamente inutile il par- 
lamentarismo stesso. 

Rimane solo inevasa la risposta all'ultima domanda: 
che tipo di organizzazione rivoluzionaria e' necessa- 
ria? 

Non occorre andare molto lontano per trovare una 
risposta. 

Siamo convinti che il movimento che si riconosce 
nell'Autonomia Operaia abbia le risorse soggettive e 
stia intraprendendo dei percorsi che oggettivamente 
lo possono portare all'altezza dei prossimi scontri. 
Questo non e' ancora "in atto", ma sicuramente e' "in 
potenza". 

Non vorremmo essere scambiati per dei visionari 
che non si rendono conto del difficile momento che il 
movimento sta attraversando, per cui tenteremo di 
dare una spiegazione convincente di tanto otti- 
mismo. 

Poc'anzi abbiamo parlato delle caratteristiche dei 
rivoluzionari del 2000 che si possono sintetizzare 
nella indipendenza del giudizio, nella capacita' di 
interpretare e gestire le informazioni in chiave ri- 
voluzionaria, cioè' di mettere al lavoro il metodo 
marxista, nella capacita' di propagandare le idee ri- 
voluzionarie in modo nuovo. Queste caratteristiche 
appartengono soggettivamente a molti dei nostri mi- 
litanti. Ciò' che ancora non utilizziamo nel modo 
dovuto, sono le potenzialità 1 dell'ECN, che ci con- 
sentirebbero di avere un'organizzazione che, pur 
essendo composita e multiforme, potrebbe avvalersi 
del supporto informatico per connettere le di- 
verse soggettività', in modo da dotare i diversi seg- 
menti del movimento di un vero e proprio "cervello 
collettivo". 


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L'utilità' deli'utilizzo di un giornale telematico che 
non sia un banale elenco di notizie, ma anche un 
veicolo di confronto e di dibattito, può' fornire ad ogni 
propaggine del movimento la possibilità' di pubbli- 
care un "giornale ad hoc" in ogni situazione di in- 
tervento. Questo significa che non sempre e' possi- 
bile dibattere in ogni luogo ed in ogni tempo degli 
stessi argomenti e che quindi ogni militante do- 
vrebbe potersi dotare dello strumento piu' idoneo per 
la sua particolare situazione di intervento. Non solo: 
il concetto di "propaganda" politica stessa va a 
cambiare profon- 
damente. Da questo punto di vista spesso sotto- 
valutiamo o non curiamo affatto questo aspetto. Fare 
propaganda politica ai giorni nostri non significa piu' 
andare a portare un qualsiasi giornale rivoluzionario 
come se fosse il contenitore di qualche "nuova", 
messianica verità'. Significa studiare degli strumenti 
di intervento in ogni specifica situazione e, quindi, 
significa sottolineare che gli strumenti di propaganda 
che sono utili e va- 
lidi per l'intervento politico all'interno di una mani- 
festazione, non sono necessariamente altrettanto 
efficaci per l'intervento in una fabbrica. Oppure 
rendersi conto che un metodo propagandistico che 
si e' rivelato efficace in una certa situazione ed in un 
ambiente determinato, nello stesso ambiente ma in 
una situazione mutata, possono non essere piu' ef- 
ficaci. 

All'interno di una fabbrica, ad esempio, una peti- 
zione può' essere efficacissima per uno scopo in- 
terno (ad esempio per ottenere l'allestimento di 
un'infermeria), oppure per uno scopo piu' generale 
(ad esempio una contestazione della scala mobile o 
contro l'invio di militari nella Guerra del Golfo); può' 
cioè' essere utilizzata sia per il raggiungimento di un 
fine prettamente sindacale, sia per scopi pretta- 
mente propagandistici. Ma il suo successo in qual- 
che iniziativa, non può' farne un criterio di azione 
politica permanente. Lo stesso vale per gli opuscoli, i 
volantini, i cartelloni, ecc. 

Ma il fine stesso della nostra propaganda deve es- 
sere differente rispetto a quello delle organizzazioni 
classiche. A noi non interessa costruire dei seguaci 
ma dei compagni di strada che coordinino la loro 
azione polica con la nostra in base alle loro aspetta- 
tive nei confronti della società', non che agiscano in 
base alle nostre aspettative. Dobbiamo stimolare il 
desiderio di protagonismo insito in ogni essere 
umano, apprezzando positivamente il desiderio di 
autoaffermazione soggettiva. Ci muoviamo per una 
società' di attori sociali, non di comparse. La con- 
sapevolezza che la strada maestra per 
l'emancipazione individuale e' l'emancipazione col- 
lettiva, fa' si' che possiamo vedere nell'altro non un 
nostro limite, ma un'espansione delle nostre 
possibilità'. E per chi si muove all'interno di un mo- 
vimento questo e' oggettivamente vero, perche' non 


avendo deleghe da gestire o poltrone da spartire, 
lega necessariamente il successo delle proprie idee 
e delle proprie aspirazioni al successo del movi- 
mento in generale e dei suoi partecipanti in partico- 
lare. 


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17 File : CONFLICT.DOC 


"...L'andamento della modernità' e' in tutto e per tutto 
quello di un’intossicazione. Dobbiamo aumentare la 
dose - o cambiare veleno." 

Paul Valéry, 1934 

Abbiamo cercato di spiegare cos'e' l'interzona. Ab- 
biamo individuato l'irrompere nell'interzona come 
momento strategicamente centrale per elaborare un 
progetto di liberazione, di riscatto dei destini collettivi 
dall'orrore dell'utopia-capitaie (la normazione 
all'ultimo sangue dei comportamenti, l'intransigente 
ipostatizzazione - no other future - dei rapporti di 
dominio basati sul lavoro). Ma come muoversi 
nell'interzona? Come sperimentare l'irrecuperabilita', 
come allargare fratture irrifunzionalizzabili, come 
costruire codici di sovversione che gli scienziati so- 
ciali non riescano a decrittare? 

HELL AIN'T A BAD PLACE TO BE 

t. Occorre cercare la risposta esplorando la co- 
siddetta "produzione culturale" nella misura in cui ci 
apre "squarci" sul futuro prossimo; dobbiamo guar- 
darci intorno nei frequenti attimi di ILLUMINAZIONE 
DELL'ABISSO che caratterizzano certa fiction esa- 
gerata, stravolta , contorta, iperdelica, malata. Non 
perche' (come credono alcuni critici fighetti e 
"alternativi" della domenica) nello splatterpunk, nel 
cinema trash-gore, nella musica Grindcore o Death- 
metal, nella fantascienza negativa, nei manga 
giapponesi etc. - insomma in ciò' che nel moderno 
si definiva "sottoproduzione" - si possa rinvenire un 
valore politico-sociale analizzando i contenuti vei- 
colati; il punto e' un altro: il sapere-lavoro viene ri- 
prodotto in questo inferno chiamato "multimedialità 1 " 
, e i prodotti spinti dalle correnti laviche piu' sotter- 
ranee, pur circolando in forma di merci, presentano 
all'analisi elementi come l'estremismo formale, 
l'eccesso, il riciclaggio degli scarti della cultura 
mainstream, che durante la loro fruizione possono 
generare SFASATURE e ANOMALIE 
COMPORTAMENTALI ponendo problemi di indisci- 
plina sociale non immediatamente risolubili. Quelle 
che con linguaggio tronfiamente sociologico ven- 
gono chiamate "subculture giovanili" hanno da 
sempre costretto media e istituzioni al recupero e/o 
alla repressione, risposte che non si sono mai veri- 
ficate in maniera indolore e che sempre hanno finito 
per riprodurre nuovi scarti e conflitti. Non può' essere 
un caso se oggi il soggetto giovanile "politicizzato" e 
conflittuale si autodescrive ricorrendo solo di striscio 
alla posizione che occupa nel processo di produ- 
zione (disoccupato, operaio, lavoratore precario, 
studente) mentre tende a parlare della propria collo- 
cazione nel ciclo della merce culturale, cioè' della 


musica che ascolta o suona, dei fumetti che legge o 
disegna etc. perche' e' in quelle cose che riproduce il 
proprio modo di essere incazzato e diffonde con 
l'esempio l'autonomia sociale. L'inferno non e' poi un 
brutto posto in cui stare, se in questo inferno i sog- 
getti conflittuali possono ritrovare la propria smarrita 
ontologia. 

(incompleto) (...in cui stare per poi eromperne fu- 
riosamente: "Nessuno ha mai scritto o dipinto, scol- 
pito, modellato, costruito, inventato, se non, di fatto, 
per uscire dall'inferno", Antonin Artaud, "Van Gogh 
le suicide' de la societe'") 

2. Muoversi nell'interzona da provocatori profes- 
sionisti, essere transmaniaci. Possiamo trovare 
questo suggerimento in un romanzo di John Shirley, 
"Transmaniacon" (non esiste un'edizione italiana 
decente, bisogna accontentarsi della solita tradu- 
zione Urania Mondadori, 1979). Il protagonista Ben 
Rackey esercita la professione di "provocatore" a 
pagamento, sabotatore della liturgia dello spettacolo. 
Interviene a parties, cerimonie e comizi diffondendo 
voci incontrollabili, dirottando e distorcendo la co- 
municazione, creando situazioni di invidia, irritazione 
reciproca, impermalimento, finche 1 non ne nascono 
risse o tumulti. Ciò’ serve da diversivo per coprire 
l'azione compiuta dai committenti della "situazione" 
(azione che può' essere un furto, un omicidio, un 
sabotaggio etc.). 

Tutta la vicenda del libro ruota sulla lotta per il pos- 
sesso del Transmaniacon, un congegno che, inne- 
stato nel petto a poca distanza dal cuore, amplifica a 
dismisura l'effetto della provocazione emanando 
odio e trasformando in massacro ogni momento di 
aggregazione collettiva. 

Dovremmo imparare a detournare le emozioni, in- 
tervenire sugli equilibri precari tra negazione radicale 
e recupero per FORZARE L'INTERZONA dif- 
fondendo menzogne e deformando l'immagine so- 
ciale, Essere transmaniaci , deviare il corso del con- 
flitto verso la sua rifunzionalizzazione ideologico- 
mercantile. 

[ Corso che abbiamo finito per credere quasi 
"naturale": le pur giustificate geremiadi contro gli ex- 
compagni "venduti" testimoniano la nostra in- 
capacita' di preservarci dall'essere reinglobati, difetto 
cui si cerca di supplire con l'irrigidimento etico (che 
spesso diventa pregiudizio settario nei confronti di 
qualsiasi cosa esca dagli schemi ideologici dati)] 

3. "Interveniamo sugli equilibri precari" anche e so- 
prattutto nel minimum della quotidianità', trasmet- 
tiamo tensione & negative vibrations nei precisi 
luoghi e momenti in cui il nemico ha bisogno di sta- 
bilita' e pace sociale: trasformare in tumulto 
('altrimenti pacifico affluire del pubblico ad un con- 
certo, aizzare la gente che poga contro il servizio 
d'ordine che impedisce di fare lo stage-diving, de- 


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viare e far degenerare con una sola frase detta a 
mezza voce l'oziosa discussione di un capannello di 
"cittadini" e "lavoratori" in Piazza Maggiore, queste 
cose hanno oggi un valore "politico" non registrabile 
dagli indicatori teorici tradizionali. 

[ "In quasi tutti gli avvenimenti della vita, un'anima 
generosa vede la possibilità' di un'azione di cui 
l'anima comune non ha neppure l'idea. Nell'istante 
stesso in cui la possibilità' di questa azione diviene 
visibile all'anima generosa, e' suo interesse farla", 
Stendhal, “De Pamour"] 

4 . Nel movimento, alcuni osservatori credono che 
l'ordine capitalistico sia basato sul "caos sociale", e 
che adoperarsi per prosperare sul caos equivalga 
ne' piu' ne' meno a fare il gioco dei padroni. E' tutta 
la vecchia impalcatura categoriale del marxismo 
engelsiano e positivistico che cerca di rimettersi in 
gioco: in questa visione, il capitale sopravvive per 
miracolo (grazie agli artifici della politica) alla propria 
irrazion alita' e alC'anarchia" della sua produzione; il 
marxismo e’ "scienza e ordine", e la rivoluzione e' 
solo un putsch piu' partecipato. 

In realta' solo procedendo OLTRE l'impressione im- 
mediata (il traffico cittadino, la burocrazia im- 
percorribile, la "delinquenza", etc.) scopriamo che il 
potere spettacolare ha terrore del "caos". Quando 
simula il disordine, lo fa solo per rifondare l'ordine. 
Cito da un vecchio fumetto negazionista: "La società' 
deve essere si' reificata ma non troppo, l'eccessiva 
reificazione sociale porterebbe il capitale ad una pe- 
ricolosa stasi. In genere questo problema e' stato 
risolto politicamente, aprendo a sinistra quel tanto 
che bastava per rimettere in movimento la società' 
(salvo poi riportare la situazione drasticamente a 
destra dove il movimento si accelerava...) o e' stato 
risolto economicamente con periodi di espansione e 
periodi di crisi del profitto. Ma per l'attuale fase sto- 
rica tutto ciò' non basta. Questa nostra "PALLA AN- 
TIREIFICAZIONE" agisce nei casi piu' critici, di- 
strugge i totalmente alienati, inietta nelle masse quel 
minimo di choc controllato che le reinserisce attiva- 
mente nella prduttivita'" (Puzz, Manuale del piccolo 
provocatore, Ed. Ottaviano, Milano 1976). La con- 
traddizione senza superamento tra questa necessita' 
"creativa" del capitale e la sua utopia del "comando 
puro" costringe i padroni alla schizofrenia e stampa 
sulla loro faccia quel ghigno mostruoso che siamo 
abituati a vedere alla TV e sui rotocalchi. 

5. Non era sufficiente che i Deviants cantassero 
"Let's Loot The Supermarket": dovevano farlo con 
un inaudito fragore elettrico, accentuando il loro 
dissesto estetico-igienico di hard freaks con un 
baobab al posto della capigliatura e chissà' quali 
sostanze tra i neuroni e nei vasi sanguigni. E so- 


prattutto, dovevano farlo con la coscienza di essere 
un anello della catena underground internazionale. 
Non e 1 sufficiente che i Public Enemy scandiscano 
"Party for your right to fight": devono farlo come 
rappresentanti della coscienza sociale del ghetto, 
usando come base un'esposizione di tutta l'im- 
mondizia acustica della metropoli e accentuando la 
non-esclusivita' di quella pratica (chiunque può' 
rappare, non occorre alcun sapere specialistico) 

[ nell'economia del ragionamento non importa che a 
me l'Hip-Hop risulti nauseabondo e inascoltabile ] 

Il contenuto e' subordinato al codice, ed il codice alla 
rete. Spieghiamoci con una terminofraseologia ormai 
decrepita: Le sottoculture "alternative" non sono 
importanti per ciò' che comunicano, ma per COME 
comunicano, per gli effetti che creano rimbalzando 
nella rete multimediale. Per come creano interzone. 
Su questo bisogna intervenire, FORZARE 
L'INTERZONA e scagliarne il contenuto contro il re- 
gime della noia. 

L'ATTACCO AL REGIME DELLA NOIA 

1. Anziché' vedere nella tirannia del videodrome e 
nella proletarizzazione del mondo soltanto l'incedere 
di un invincibile moloch, occorre cercare con tutti i 
nostri sensi le crepe attraverso cui infiltrare nuovi 
desideri radicali. "Dove quasi tutti sono proletari, 
quasi tutti sono potenziali rivoluzionari"; con proleta- 
rizzazione non si intende qui povertà' materiale, ma 
spossessamento delia natura comunicativa e svili- 
mento dell'esperienza. Gli odierni proletarizzati de- 
vono fuggire il torpore per diventare costruttori di 
ogni istante della loro vita. Boicottiamo i viaggi or- 
ganizzati e le banali avventure del quotidiano. Con- 
tro le "realta' virtuali" del comando, contro il simstim 
di un dominio "sopportabile", lasciamo insorgere il 
corpo. 

Dalla crepa nel quotidiano irrompa la luce dell'in- 
subordinazione. Il desiderio radicale e' corporeità' 
insurrezionale, l'estasi contro lo spettacolo, l'attacco 
al regime della noia. 

2. Lo slogan sessantottesco "Abbasso un mondo 
dove la certezza che non moriremo di fame e' stata 
pagata con la garanzia che moriremo di noia" e' oggi 
superato da una iperrealta' in cui tutto, anche la 
fame, anche l'ecocidio planetario, anche la cata- 
strofe del corpo (l'AIDS riapre il sentiero alla TBC, e 
poi chissà' che altro seguirà') rientra nella politica 
della noia. 

La noia e' l'eterno presente del lavoro salariato, della 
produzione ciclico-immobile che le teorie sulla "fine 
della storia" hanno cercato di sigillare con lo stam- 
pino del filosofo sulla ceralacca ancora calda di 
bombardamenti chirurgici. L'ordine del capitale 
mondiale integrato può' imporci acquiescenza solo 
offrendoci noia e desolazione. 


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La definitiva integrazione del supermercato mondiale 
rende inimmaginabile l'autoesilio; lo spos- 
sessamelo rende ridicoli la ricerca di se stessi nella 
fuga mistica: tutto il quotidiano e' una Scientology, 
ogni passante può' divenire il mio imbonitore, il mio 
prossimo fornitore di elisir. Nella vita rovesciata e 
mistificata, siamo tutti ciarlatani - chi piu' chi meno - 
che si vendono l'un l'altro miseria e accidia. C'e' 
sempre un Ron L. Hubbard o un Ambrogio Fogar 
dietro l'angolo... 

3. Lo schifo che proviamo nell 'incrociare un cara- 
biniere deriva dalla nostra non-rassegnazione al- 
l'assassinio della carne. Nella divisa rivediamo la 
cintura di castità' e la camicia di forza. Negli occhi 
dello sbirro vediamo la difesa "fedele nei secoli" del 
sistema che ci porta dolore, repressione e males- 
sere. 

La società' del terrore spersonalizzante rimuove ogni 
giorno la corporeità' immediata e radicale, so- 
stituendo al piacere un'ipotesi disciplinata di nar- 
cosi-benessere. Ma il vero piacere non ottunde la 
sensibilità'. Esso sveglia il corpo. 

E' il piacere delia rivolta. 

Una visione carnalmente insurrezionale dell'ethos 
antagonista taglia la testa alle bovine discussioni su 
cosa sia o non sia "rivoluzionario" nel nostro agire 
quotidiano. Contro il dolore e il sacrificio cristallizzati 
nelle varie ideologie e controideologie, dobbiamo 
regalarci il piacere della negazione, che non porta - 
come qualcuno insinuerà' - ad attenuare la durezza 
dello scontro: anzi, il corpo gode e si libera solo nella 
lotta, e la vita realmente vissuta anziché' consumata 
e' piu' vicina al piacere di quanto lo siano gli intorpi- 
dimenti del "benessere". 

4. Laddove lo spettacolo spegno la carne, una con- 
troideologia finirà' l'opera mortificandola. Come la 
vita quotidiana e' qui, cosi' la rivoluzione non può 1 
essere un poema epico che si svolge agli antipodi o 
su isole lontane. Il culto iconofilo di Guevara e il 
terzomondismo paracristiano non furono che esempi 
di turismo intellettuale, vacanze a basso costo nella 
rivoluzione altrui. "Non l'opposizione allo spettacolo, 
ma lo spettacolo dell'opposizione". Sotto le ma- 
schere del mito politico c'e' ancora una volta l'etica 
del lavoro e della sofferenza. Dovremmo disperdere 
ai quattro venti le ceneri dei nostri martiri. 

5. Con l'insurrezione del corpo ci situiamo senz'altro 
oltre/contro il politico, perche' ciò' che vogliamo e' 
ricondurre ad una visione d'insieme quegli spe- 
cialismi, quelle "sfere separate" che ci impediscono 
di rivoltarci UNA VOLTA E PER TUTTE alla nostra 
condizione di oppressione. Dietro ogni singolo mo- 
dello istituzionale, dietro ogni singola intossicazione 


c'e' lo stesso dominio mercantile, la stessa produ- 
zione di conflitti simulati che e' principalmente pro- 
duzione di confusione, sabbia negli occhi dei prole- 
tarizzati. Destra-sinistra e' un gioco reversibile che 
affonda in un rimbalzo di specchi; la trappola onesti- 
disonesti e il carnevale in cui mafia e stato fingono di 
aggredirsi con manganelli di plastica, tutti effetti ottici 
a nascondere che la mafia e' un sottopotere statale 
e gli sbirri non sono che killers legali. Gli onesti poi 
non sono che vicesceriffi sempre pronti ad appun- 
tarsi la stella, e destra e sinistra fanno un acrobatico 
"69" usando come saliva le nostre energie vitali. 

6. Si sente sempre piu' spesso affermare, ogni qual 
volta le soubrettes della democrazia ricevono meri- 
tati pomodori sul grugno, che costoro non sarebbero 
“i veri nemici". A ribadircelo con isterica convinzione 
sono i vecchi e nuovi beneficiari degli ossi e fratta- 
glie che l'oligarchia culturale di "sinistra" getta a chi li 
serve scodinzolando. Se una volta i burocrati stali- 
nisti diffondevano allarmi sui cosiddetti ‘falsi amici", 
oggi i loro figliocci neoliberali vorrebbero farci cre- 
dere che ogni nemico e' falso. 

(A Bologna, la scritta comparsa recentemente su 
una parete della sala-studio occupata di via Zam- 
boni 36, "Falcone scoppiato, laido servo dello stato", 
siglata con falce e martello, ha sollevato polemiche e 
riprovazione. Eppure la veridicità' di quanto affer- 
mato e' incontestabile!) 

7. Il sistema di produzione e distribuzione dell'idiozia 
e della noia avra' presto nell'università' - sempre 
piu', a dispetto del nome, istituzione dove il sapere 
viene frammentato e incanalato nell'ignoranza spe- 
cialistica - uno dei principali luoghi di smercio. Molto 
piu' che nel passato: piu' il lavoro intellettuale si 
proletarizza, piu' rischia di diventare sovversivo, e 
piu' il lavoratore intellettuale dev'essere diretto verso 
l'imbecillita'. Oh, si*! Pow! Flamma-ka-whop!- 
flamm-bamm! Ibba-dibba-zorp, Bobba-ka-bopp- 
VOM! Ecco, cosi'! Ritmo, ritmo! L'awilente tran tran 
della vita studentesca dev'essere bloccato con mo- 
menti di sabotaggio e dirottamento dell'informazione. 

8. E' il richiamo alla lotta transmaniaca, lasciare la- 
vorare l'adrenalina, lasciare che il corpo attraversi 
senza schermature tutto il fluire degli eventi, tutta la 
vera vita, tutto il fiume delle emozioni. Costruire le 
nostre situazioni, non contemplare quelle del capi- 
tale. Spaccare l'allestimento dello spettacolo mer- 
cantile. Uccidere la routine mettendo alla gogna chi 
ce la propina. A chi ci da "politica" rispondere con 
l'esplosione della gioia. A chi ci da "sessualità'" ri- 
spondere che la gioia dell'amplesso non delega tu- 
tori ne' specialisti. EMERGERE. 

Roberto Bui 

Ultima settimana di maggio '92 


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18 File : CRAVEN.ASC 


LA CASA NERA DEL COMANDO 

Qualche tempo fa, nel mezzo di un lungo articolo 
pubblicato sul n.4 di "Science-Fiction Eye" e inti- 
tolato "Beyond Cyberpunk - The New Science-Fic- 
tion Underground", John Shirley si soffermava sul 
fatto che molte recenti opere di fantascienza under- 
ground "end inconclusively", e osservava: "Non si 
prova alcun senso di frustrazione per questa incon- 
clusivita'. Il classico viaggio sulle montagne russe, 
con la sua discesa ripida prima del finale - la co- 
siddetta 'chiusura' desiderabile nella narrativa com- 
merciale - non e' ciò' che attrae in queste opere; 
l'attrazione e' simile a quella esercitata da un pae- 
saggio forestale dipinto da Max Ernst, che e' ad un 
tempo familiare e straniante. La raison dietro di 
molte storie SFU e' simile a quella di un dipinto". 

E' una caratteristica dell'epoca. Buona parte del- 
l'attuale "produzione culturale" si basa sulla non-li- 
nearita' (da vent'anni a questa parte e' emersa una 
fiction sviluppantesi per catastrofi, per aberrazione 
dei generi, con la conseguente sospensione delle 
tradizionali categorie di giudizio) e su ireste tica del 
frammento" (si assume la folle frantumazione del 
reale come materia stessa del creare, tramite 
l'ultracitazionismo e/o l'assemblaggio piu' o meno 
consapevole dei testi, delle fonti, dei discorsi). 

Anche l'attività' critica finalizzata al sovvertimento 
della quotidianità' capitalistica e dei discorsi do- 
minanti e' oggi costretta a muoversi per frammenti, 
oppure persiste nell'inquadrare i dettagli rimanendo 
come congelata un attimo prima di balzare dal par- 
ticolare al generale. Ne risulta una critica parziale 
dell'organizzazione della vita, un ronzio che circola 
nelle reti multimediali come qualsiasi altro odierno 
simulacro, incapace di abbracciare l'orribile globalita' 
della nostra condizione. 

Questo perche' siamo completamente immersi nel 
postmoderno, o nel neobarocco, o nel transmoderno 
(che importa se non tutti sono d'accordo sul nome 
da assegnare allo spossessamento ?). Siamo nello 
spettacolo. 

Siamo nella tendenza, nell'Ipertrofia del significante, 
NELLA MERCE. Ci siamo fin sopra i capelli. Dob- 
biamo sporcarci le mani, creare interzone ("confini 
sul vuoto") a partire da tutto questo. Non possiamo 
chiamarci fuori se prima non daremo il giusto signi- 
ficato al fatto di essere dentro. Alcuni vorrebbero 
opporre il silenzio all'ipertrofia del significante, ma IL 
SILENZIO E' IMPOSSIBILE. Il problema e' proprio 
riconquistare la comunicazione, sottrarla 
all'informazione e restituirla al corpo. 

Riprendere la parola significa innanzitutto carto- 
grafare i movimenti del comando, capire come il ca- 
pitale divenuto spettacolo ci ruba le parole pri- 


vandole del loro senso e dirigendole successiva- 
mente contro di noi. 

Il film "La casa nera" di Wes Craven (Universal, 
1992) contiene alcuni suggerimenti su come muo- 
versi. E non e' un caso, per almeno due motivi: 

1) oggi la composizione di classe dipende molto piu' 
che in passato dalle modalità' di fruizione individuale 
e collettiva dei messaggi veicolati dai media; tutta 
l'attuale Speculative Fantasy (a prescindere dal 
credo politico-ideologico degli autori) , per il fatto 
stesso di generarsi dall'aberrazione-commistione 
dei generi precedenti, può' provocare curiosi effetti 
rimbalzando nel reticolo multimediale, finendo per 
riportare e riprodurre comportamenti anomali (nel 
senso che verrà' assunta come garanzia di identità' 
altra, tara' nascere nuovi gerghi e sublinguaggi, etc.); 

2) "Poiché' il mondo prende una piega delirante, 
occorre adottare un punto di vista delirante".. ."Nello 
stato d'emergenza in cui viviamo, il punto di vista 
estremo raccoglie la verità'".. .Ad esempio, tutto 
Cronenberg e' la CATASTROFE DEL CORPO, e' 
l'avvertimento che tutti noi viviamo in articulo mortis, 
sull'orlo di qualsiasi disastro in qualsiasi istante del 
quotidiano e con qualsiasi esito. La nuova carne, il 
progetto "Brundlefly", la ricerca della perfetta sin- 
cronia biologica in "Dead Ringers": e' la irreprimibile 
dialettica del corpo, piu' lo si nega e incatena nella 
routine quotidiana (ogni primo tempo di un film di 
Cronenberg e' la cronaca di un sottile infiltrarsi del 
male nelle abitudini giornaliere), e piu' il corpo in- 
sorgerà' non importa in che direzione, sfidando a 
morte la morte, anche fino alla propria distruzione: 
apparentemente palingenetica in "Videodrome" e 
"Scanners", irreparabile in "The Fly" e "Dead Rin- 
gers". 

Il dominio sui corpi crea una nuova corporeità', 
siamo tutti mutanti ma non esattamente nell'ac- 
cezione voluta dal capitale. Non siamo solo bruta 
materia da (far) lavorare: c'e' uno SCARTO IR- 
RECUPERABILE nella mutazione che non va verso 
il consenso bensì' breaks out, sfugge rumorosa- 
mente alle norme della cooperazione sociale capi- 
talistica: tanto le epidemie reali quanto quelle me- 
taforiche ("MEDIA SICKNESS, MORE CONTA- 
GIOUS THAN AIDS") sfuggiranno di mano al potere 
che le ha prodotte, lo infetteranno, lo supereranno in 
capacita' di proliferazione e delocalizzazione. Il do- 
minio vedrà' nello specchio della trasmissione virale 
la probabile morte di Sansone con tutti i filistei. 
Sperabilmente prima di tutto ciò' i proletarizzati, 
depositari della "missione" della specie, mature- 
ranno la coscienza che e' ora di organizzarsi per 
uscire dalla preistoria. Cosi' il comuniSmo ha tutto il 
suo senso nel passo della ‘Lettera aperta a Paul 
Claudel ambasciatore di Francia in Giappone": ‘Noi 
[surrealisti] ci auguriamo con tutte le nostre forze 
che le rivoluzioni, le guerre e le insurrezioni coloniali 


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vengano ad annientare questa verminosa civiltà' oc- 
cidentale di cui lei tutela i parassiti fin nell'Oriente, e 
invochiamo questa distruzione come lo stato di cose 
meno inaccettabile per lo spirito". Nella stravolta fic- 
tion cronenberghiana non si afferma alcunché' di 
diverso. 

Torniamo a "La casa nera": questa non e' che l'al- 
legoria di un comando capitalistico ormai basato su 
follia e terrore come forze riproduttive del sociale e 
dei comportamenti normati. Papy e Mamy, la coppia 
di psicopatici speculatori edilizi e seviziatori di bam- 
bini, perennemente insoddisfatta nella ricerca del fi- 
glio "perfetto" (quello che "non senta, non veda e 
non parli male") sono la perfetta incarnazione e an- 
tropomorfizzazione di un dominio che ha come prin- 
cipali garanzie di autopreservazione la minaccia ai 
destini collettivi (ieri guerra termonucleare, oggi 
ecocatastrofe) e la imposizione di comportamenti 
funzionali tramite la repressione della devianza. 
Papy e Mamy mutilano ogni bambino "cattivo" della 
parte colpevole - lingua, occhi, orecchie - e lo 
chiudono in cantina. Dopo anni, e' un vero e proprio 
esercito di segregati a popolare i sotterranei della 
casa. Uno di questi riesce a entrare in un cunicolo e 
inizia a muoversi, veloce e gioiosamente imprendi- 
bile, nelle intercapedini, nei condotti dell'areazione, 
rappresentando il ritorno di quella devianza che i 
due pseudogenitori si sono sforzati di rimuovere. 
Questo folletto dalla lingua tranciata impara a per- 
correre l'intricata architettura della casa, acquisendo 
un sapere indispensabile per la sovversione 
dell'equilibrio domestico, equilibrio che verrà 1 defini- 
tivamente destabilizzato con l'ingresso nella casa - 
a scopo di furto - dell'adolescente nero Fool, sim- 
bolo della caoticita' dell'ambiente esterno, portatore 
di un altro linguaggio e di un altro punto di vista. 
Allora, se il problema e' come ricostruire un sapere 
globalmente sovversivo a partire dall'estetica del 
frammento, forse la soluzione e' balzare in- 
cessantemente di frammento in frammento, di cu- 
nicolo in cunicolo, "mappare" la casa nera del co- 
mando una volta appreso a percorrerne le inter- 
capedini, inferendo il tutto dalla parte. Insomma, 
esplorare i contorni del "dettaglio", rifiutarsi di ac- 
cettare il pezzo di mondo come mondo finito, giocare 
a prevedere gli incastri necessari a comporre il puz- 
zle dello spettacolo. 

Ripeto: A PARTIRE dalla frammentazione: 

"E' adesso che, perfetta ormai l'alienazione [ parola 
che "dev'essere disinfettata dopo essere passata 
nella bocca di un Alexos" ("Internationale Si- 
tuationniste" n.10)], e' possibile al corpo plurale della 
presenza averne un'esperienza perfetta. La tra- 
scendenza materiale non può' che procedere dalla 
materialità' dell'accerchiamento reso visibile. Da 
quando in ogni specchio parla la mostruosità', ogni 


pugno stringe una lama. Essa non cadra' in eterno 
sul polso di chi guarda, lo sguardo non accetterà' in 
eterno di riflettersi" (Giorgio Cesarano, "Manuale di 
sopravvivenza", Dedalo 1974). 

Anche il principio sovvertitore del plagio, del de- 
tournement che aggredisce i codici e i messaggi 
dello spettacolo, e' stato messo al lavoro, al servizio 
dell'organizzazione dominante della vita. La rivita— 
lizzazione di generi espressivi in via d'esaurimento 
da parte di interventi che avrebbero dovuto dar loro il 
colpo di grazia - parodia, come nel caso del varietà' 
televisivo; ricezione-pastiche conseguente alla 
’surcodifica' da parte dei critici, come per i drammoni 
hollywoodiani...- non e' altro che il negativo del cut- 
up o della detonazione dada. Questa rivitalizzazione 
"per dissipazione" (cfr. Omar Calabrese, "L'età' ne- 
obarocca", Laterza 1 987) andra' a sua volta aggre- 
dita, forzata, detournata; c'e' tutto un lavoro in ex- 
tremo da compiere, e' il recupero stesso a creare 
interzone, "l'astuzia del capitale e' avvinta a un lac- 
cio che piu' essa tende piu' la strangola" (Cesarano, 
op. cit.). 


R.B., ECN Bologna, giugno '92 


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FU». «U Uoaovailo 22 ★ 31.07.1992